Quella sera del 7 novembre: enter “Promessi sposi”

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Quella sera del 7 novembre: enter Promessi sposi

Quella sera del 7 novembre: enter Promessi sposi, capolavoro Alessandro Manzoni

In un precedente articolo di questo blog abbiamo parlato dell’augurio serale che ci si scambia di norma quando ci si incontra: il noto buona sera, così consueto nel linguaggio italiano e quasi sempre spontaneo – per entrambe le parti, vogliamo sperare – quando ci si incrocia tra conoscenti o sconociuti, anzi tra questi forse di più. È l’abitudine, certo, a produrre quei suoni cortesi, per poi tirare avanti nel nostro cammino senza pensarci oltre; ma, si era detto, l’augurio è letteralmente quello di un bene reciproco, indice quindi di una fratellanza universale che scorre a nostra insaputa sotto le parole.

A maggior ragione, di fratellanza si dovrà parlare nel caso de I promessi sposi, capolavoro di Alessandro Manzoni (1785-1873)), infuso di cattolicesimo e disegno divino. Ma l’autore sceglie di giocare le sue carte – verrebbe da dire i suoi fogli, visto che siamo in un romanzo -, operando distinzioni tra gli uomini di fede che popolano le sue pagine: nella sera del 7 novembre 1628, infatti, in cui il curato Don Abbondio compie la sua passeggiata vespertina, emergono tratti caratteriali del cattolicissimo prete afacilmente recepibili dal lettore, tant’è che Manzoni stesso si rivolge a quest’ultimo proprio per parlare del curato: questo religioso timorato di Dio, nel primo capitolo del romanzo viene abbordato da due sgherri del signorotto locale, Don Rodrigo, i quali gli intimano un ordine, o piuttosto un divieto: quello di celebrare le nozze tra Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, giacché il loro padrone ha messo gli occhi sulla giovane e la concupisce. Don Abbondio, come sappiamo, si piega più che prontamente al potere violento, mettendo così in moto la poderosa macchina del romanzo e, per il cattolico Manzoni, l’intervento della divina Provvidenza.

Vediamo cosa succede in quella sera autunnale da cui prende avvio il romanzo:

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno.

È il momento: ad una curva Don Abbondio intravede i bravi, i prepotenti al soldo di Don Rodrigo, e non potendo cambiare strada o fuggire, dovrà affrontare la loro presenza ed ascoltare le loro parole.

– Or bene, – gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, – questo matrimonio non s’ha da fare, nè domani, nè mai.
– Ma, signori miei, – replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, – ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,…. vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca….
– Orsù, – interruppe il bravo, – se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nè vogliam saperne di più. Uomo avvertito…. lei c’intende.
– Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli….
– Ma, – interruppe questa volta l’altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, – ma il matrimonio non si farà, o…. – e qui una buona bestemmia, – o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non ne avrà tempo, e…. – un’altra bestemmia.
– Zitto, zitto, – riprese il primo oratore: – il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purchè abbia giudizio. Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.
Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore.

Il povero prete spaventato non avrà dubbi sulla risposta da dare ai due emissari:

–…. Disposto…. disposto sempre all’ubbidienza –.

E così, in quella sera del 7 novembre 1628 che oggi ricordiamo, Manzoni innesca, con la sua narrazione, una riflessione importante: le vicende umane da tempi immemorabili sono esposte alla prepotenza e al ricatto, ma esistono per tutti noi delle scelte: queste possono compiersi in nome della fede religiosa ma anche, aggiungiamo, di un ideale. E di fronte ai tentativi di violenza, alle minacce e ai soprusi, possiamo tacere, come fa il nostro curato, oppure agire, manifestare il nostro dissenso e correre dei rischi: nelle copiose vicende de I promessi sposi, l’autore presenterà tra gli altri il personaggio di Fra’ Cristoforo, un ex-peccatore convertito e divenuto frate, il quale dinanzi al pericolo opterà per un’azione coraggiosa.

Del resto ne aveva già parlato Dante nel sommo poema: la fede nell’aldilà vale solo in quanto modello di condotta nell’aldiqua, dove siamo sempre chiamati a decidere.

Nell’immagine il Lago di Como, uno dei luoghi de I promessi sposi. I brani riportati nell’articolo corrispondono all’edizione del 1840, pubblicata a Milano e riveduta dall’autore.

Ludovica Valentini

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