Vinegia: Venezia ne “La felicità degli altri”, di Carmen Pellegrino

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Vinegia: Venezia ne La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

Vinegia: immagini di Venezia ne La felicità degli altri di Carmen Pellegrino

«Nota ovunque e per secoli come l’alcova d’Europa, in ogni epoca Venezia si è compiaciuta di mostrare il volto dell’implacabile seduttrice, di colei che esige i propri tributi e annienta i propri adoratori. Potrebbe essere avvincente compilare l’elenco dei martiri viaggiatori ammaliati da questa città e annotare singolari concomitanze, come quella che fa coincidere la morte di uno di loro, Frederic Rolfe, alias Baron Corvo, con la pubblicazione della storia di Gustav von Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia di Thomas Mann, che contrae deliberatamente il colera, simbolica morte venuta dall’Oriente.» Sono parole di Attilio Brilli nel suo celebre saggio Il viaggio in Italia, storia di una grande tradizione culturale (Il Mulino 2006).

Echi di questa sensibilità sembra contenere il romanzo La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino (Polla 1977). Qui la voce narrante della protagonista parla di Vinegia, antico nome di Venezia: stabilirvisi è una scelta che inizialmente dovrebbe soddisfare un bisogno di fuga da altre vicende che vivono nella memoria della protagonista, ma Vinegia finisce per rivelarsi il punto di ingresso verso una scoperta di sé, anche grazie alla presenza del malinconico professor T., docente di Estetica dell’ombra.

Riproduciamo qui di seguito alcuni brani del romanzo in cui appare la città lagunare, sia nella percezione della protagonista sia come sfondo alle conversazioni con il professor T.

“Venezia fu la prima buona idea della mia vita. Avevo trentasei anni quando vi presi dimora, pervasa da un inspiegabile, a tratti tenero, sentimento per me; era autunno e pensavo di restarci fino alla primavera, ma ora non saprei dire quanto ci rimasi, in termini di tempo misurabile. Posso però dire che il tempo trascorso fra le calli ha modificato per sempre qualcosa di me. Hanno ragione quelli che studiano a fondo i luoghi: possono “trasformare”, dare forma a chi vi si immerge con l’intenzione di farsi camminare accanto dai fantasmi che trattengono. Non dicono niente, questi fantasmi dei luoghi, si limitano ad accompagnarci, portando con sé una persistenza di vita sopravvissuta alle distruzioni. Cos’era Venezia, prima della distruzione della Grande Guerra? E prima ancora, prima di essere un aerolite di pietra? Le giunture tra le sue forme, richiami a un’arte che non rifuggiva il disordine dell’immaginazione – la selvatichezza del gotico che Ruskin ripropone senza biasimo, giacché contiene una verità profonda che l’istinto umano coglie quasi inconsciamente – quelle giunture, dicevo, raccontano di un luogo a cui non occorrono geometrie grevi, un luogo non atterrito dalla fragilità. Come posso dire? Venezia è una configurazione dello spirito: resta salda sulla più insicura delle basi. […]

Quell’anno, decisi di seguire un corso che si sarebbe rivelato un irregolare tracciato su certi sensi sottili e secondi dell’animo umano. Era il corso di Estetica dell’ombra, tenuto dal professor T., uomo immobile e solitario. Il primo giorno – finiva settembre e quello sarebbe stato il suo ultimo semestre – entrò in aula e si scusò. “Faccio fatica a parlare,” disse, “non ho parlato con nessuno per tutta l’estate.” In seguito non aggiunse molto altro, limitandosi alle parole indispensabili al corso.

Una volta disse: “Abbiamo i sensi irritati dalla luce, accecati da fonti luminose che perseguitano l’ombra. Rifuggiamo l’oscurità come se temessimo di venirne risucchiati.”

Indossò per tutto il semestre pantaloni e giacca grigia; nei giorni più freddi si proteggeva con una sciarpa dello stesso verde mimetico del borsalino che portava calcato profondamente sulla testa; anche nei giorni di sole non dimenticava l’impermeabile, benché fosse sciupato in modo evidente. Tutto di lui parlava di un tempo precedente in cui era rimasto impigliato, e quello in corso solo un riflesso che lo affrancava dalla fatica di ogni possibile avvenire. Si diceva che gli avesse fatto cilecca la vita.
Solo una mattina ci sorprese annunciando, con un inedito guizzo, l’esposizione di alcuni suoi vecchi dipinti alla Galleria di San Marco. Se avessimo voluto andarci, disse tenendo gli occhi a terra, l’ingresso era gratuito. Nessuno ci andò.

“Formiamo delle ombre,” diceva, “i nostri corpi generano ombre che ci camminano a fianco, come buoni amici, amici di cui fidarsi. A volte ci precedono, scovando il fosso prima che ci finiamo dentro. Perché le maltrattiamo?”

“Nascondiamo la nostra debolezza,” continuava e io prendevo appunti, “e rifuggiamo quella degli altri per non esserne contagiati. Ma sono le nostre ombre a essere indebolite, per la fatica di proteggerci. Bisognerebbe averne riguardo, trattarle con gentilezza. Cercare il luogo oscuro dove riparano. Non giudicare.” […]

Nel tempo trascorso a Venezia, passeggiai spesso con il professor T. Dopo quel primo scambio sul luogo oscuro, decisi di fermarmi ancora in aula: le sue lezioni si tenevano all’ultima ora ma lui si tratteneva oltre, come se non avesse mai fretta. Le prime volte restammo in silenzio, lui seduto a riordinarsi le cose, io in piedi davanti alla cattedra; poi un giorno gli proposi di bere una cioccolata calda, soffiava il maestrale, la punta del mio naso gelata. Annuì.

Prendemmo l’abitudine di riparare in un caffè dopo la lezione, ordinavamo cioccolata calda, la consumavamo senza parlare, ci congedavamo con una stretta di mano. Nessuno dei due faceva tentativi di conversazione, ma non era importante: quel che importava, quel che in fondo contava era il filo che stavamo tessendo fra noi, o almeno così a me sembrava. All’ennesima tazza disse: “Passeggerebbe assieme a me in San Marco?”

Passeggiavamo sempre a sera, sempre in San Marco, a volte erano giri concentrici, a volte tracciavamo quadrati, proseguendo senza sosta fino a sentire l’umidità nelle ossa. Era un uomo di magre risa, di passi trattenuti, come se incedesse sui più acuminati degli aghi. Ma ogni tanto sorrideva in direzione di un passante, annuendo e levandosi dalla testa il borsalino. Nessuno ricambiava il saluto.”

Malinconia e solitudine sembrano caratterizzare questa Vinegia dell’ombra, luogo di deambulazione solitaria e di silenzio oltre che di estrema bellezza. Citeremo ancora dal saggio del Professor Brilli: «Lo stesso scopritore della Venezia gotica, nata dall’empito morale di un popolo solidale e incorrotto, John Ruskin, non può evitare di fare leva sulla Stimmung decadente per rendere salfivica la propria opera di scavo e di restauro. Dopo aver inquadrato una luminosa veduta della città prosegue: “Vorrei tentare di tracciare le linee di questa immagine prima che vada perduta per sempre, e di raccogliere, per quanto sia possibile, il monito che proviene da ognuna delle onde che battono inesorabili, simili ai rintocchi della campana a morto, contro le pietre di Venezia”».

Da Brilli apprendiamo che esiste un’altra Venezia, «quella luminosa e priva di ombre che Goethe scrutava, facendosi ombra sugli occhi, dal campanile di San Marco, quella liquefatta nella luce di Turner, quella metapittorica dei fratelli Goncourt, di Henry James e di Maurice Hewlett»; per ragioni di brevità, e per rispettare il tono del romanzo intimo di Carmen Pellegrino, a quella Vinegia piena di luce si farà riferimento in altre pagine di questo blog.

La felicità degli altri è stato pubblicato da La nave di Teseo nel 2021.

Ludovica Valentini

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