Torino gialla: “La donna della domenica”, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini

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Torino gialla: La donna della domenica, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini

Torino gialla nelle pagine de La donna della domenica, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini

Torino gialla, capoluogo di misteriosi crimini. Così la immaginano il torinese Carlo Fruttero (1926-2012) e Franco Lucentini (1920-2002), autori del celebre romanzo La donna della domenica, pubblicato per la prima volta nel 1972.

Si tratta di una Torino industriale e benestante, la storica capitale del Risorgimento italiano, sede dell’altrettanto storico quotidiano La Stampa, fondato nel 1867, e della casa automobilistica FIAT, i cui natali risalgono anch’essi al XIX secolo (1899). Un città di lunghe tradizioni, con un’ampia borghesia, un considerevole ceto operaio e una crescente popolazione di immigranti provenienti dal Meridione. Questi tratti appaiono, sapientemente ed ironicamente distillati, nel romanzo: il commissario De Palma, che si occupa delle indagini insieme al collega Santamaria, è siciliano, mentre il nucleo di personaggi cui le ricerche dei poliziotti fanno capo appartiene a Torino da generazioni. Così come ben disegnato appare il movente che provoca il primo delitto: una questione di parcelle immobiliari resa più complessa dalla presenza di luoghi storici che si vorrebbe sottrarre all’avanzata dei nuovi ricchi – avanzata che fagocita inevitabilmente le pendici delle colline intorno alla città, un tempo privilegio esclusivo delle classi abbienti. Di qui che la trama del romanzo comprenda aspetti critici e interessanti del nostro ‘900, come la densità della popolazione nelle città, la perdita del verde, il proliferare della burocrazia, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica e, velatamente, anche la debolezza di questa di fronte ai tentativi di corruzione.

Ma al centro di tutto vi è la Torino-bene, la società agiata che quelle ville collinari possiede e tenta di proteggere, che occulta le proprie infedeltà e i tradimenti con cui tenta di evadere dalla noia, sottoprodotto del benessere. Lo sentiamo nelle parole di Anna Carla Dosio, personaggio che ispira il titolo del libro:

Sono la moglie di un capitalista figlio di capitalisti e nipote di capitalisti – provò a pensare in senso inverso – sono piena di abitudini e pregiudizi borghesi e priva di ogni coscienza sociale e politica. Non m’interesso alle tristi condizioni dei carcerati, dei ricoverati in manicomio, degli spastici e dei popoli sottosviluppati, e i cinesi, se devo essere sincera, me li figuro sempre con il codino e le mani infilate nelle maniche di una casacca ricamata a draghi. Non ho speciali talenti o capacità, non saprei dipingere stoffe per arredamento (come Maria Pia), inventare soprammobili di latta (come Dedè),

— Minimo due ore con il consiglio di fabbrica, — disse il capitalista con la voce sofferta che avevano, di questi tempi, tutti i capitalisti, — e Dio sa cosa mi sentirò chiedere stavolta, pretenderanno la garçonnière di fabbrica, annessa al campo sportivo. Poi abbiamo un sopralluogo del Comune per quella storia dell’inquinamento, e per semplificarmi la vita arriva un altro gruppo di quei tedeschi, o svedesi o danesi che siano a visitarmi lo stabilimento nuovo. Certe volte uno si chiede…
Ma non se lo chiese, rimescolò il suo caffè e lo mandò giù a piccoli sorsi sospettosi.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La donna della domenica

I due mondi – alta borghesia e pubblica sicurezza – si incontrano con risultati di vario tipo, non ultimo una relazione tra Anna Carla Dosio, moglie di un industriale indaffarato e infedele, e il commissario Santamaria, osservatore intelligente ed attento di quel circolo di élite a cui Anna Carla appartiene.

Particolare interessante, il romanzo è cosparso di indizi linguistici e letterari che servono a meglio definire il carattere e gli interessi dei vari personaggi e, senza averne l’apparenza, guidano il lettore verso la soluzione del giallo. Così, già nelle prime pagine si trova una disquisizione tra Anna Carla Dosio e l’amico Massimo Campi sulla pronuncia esatta della parola “Boston”, da preferire e pronunciare nella versione più spiccatamente americana o in quella britannica. Così come non manca un riferimento a Henry James, celebre autore, tra gli altri, di The Bostonians. Nel testo si notano inoltre accenni alle varianti regionali dell’italiano, come il siciliano parlato dai funzionari di polizia. Coerentemente con queste premesse, sarà un elemento linguistico, il dialetto torinese, a fornire la pista per giungere alla verità: dapprima estranee alla comprensione del commissario Santamaria, una volta decodificate, alcune parole in dialetto gli permetteranno di sciogliere i nodi del mistero e di comprendere il movente – dunque il responsabile – degli omicidi.

Torino, signorile ed elegante, stabile nelle sue tradizioni, sicura nel suo pedigree storico, città che ha dato vita ai Savoia, i primi sovrani del nuovo regno, diviene così, all’inizio degli anni ’70, l’emblema di una modernità torbida, ricca di ambiguità e di contrasti che gli autori catturano con apparente leggerezza, guidati però da imparziale lucidità.

Ludovica Valentini

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