Settembre: “La pigiatrice d’uva”, di Corrado Alvaro

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Settembre: La pigiatrice d’uva, di Corrado Alvaro

Settembre: la vendemmia descritta ne La pigiatrice d’uva, di Corrado Alvaro, dalla raccolta Gente in Aspromonte

Nella raccolta di racconti dal titolo Gente in Aspromonte, Corrado Alvaro (1895-1956) presenta il mondo contadino del Meridione. I sacrifici, le sofferenza, la solitudine, le tragedie, le perdite, i vagabondaggi, l’emigrazione: sono tutti elementi che popolano le bellissime pagine di prosa di un autore di chiara vocazione sociale, la cui voce appare oggi ancora attualissima. Ma vi è anche, nelle descrizioni e nei dialoghi, la forza delle passioni umane, la sensualità, la penetrazione psicologica dell’individuo, l’attenzione ad ogni sentimento, la delicatezza verso i rari momenti di intimità che può manifestarsi tra alcuni personaggi. Un’opera profonda e grandissima, considerata giustamente il capolavoro di Corrado Alvaro.

Riportiamo qui alcuni brani tratti da “La pigiatrice d’uva”, secondo racconto del libro.

Pareva che il tempo si volesse tenere. L’afa era ancora pesante, il cielo velato di vapori, le cicale arrabbiate; a oriente, dove il cielo era piú sgombro, qualche fiocco di nuvole era spiaccicato come una pennellata. La pioggia doveva essere assai lontana, e si cominciò la vendemmia.

Nelle vigne popolate di vespe e di calabroni i grappoli appena punti si disfacevano. Un odore denso era dappertutto, e i pampini erano gelosi come vesti. I grappoli appiattati nell’ombra divenivano misteriosi come tutti gli esseri umani che si affacciano alla vita, i bianchi parevano di cera e carnali, come le forme delle dita, o dei capezzoli delle capre, i neri serrati e ricciuti come la testa di qualche ragazza. Le donne si sparsero pel campo con le loro ceste sul capo, e si adagiavano sotto le viti, come in una stanza segreta piena d’inquiete suggestioni. Le dita si appiccicavano legate dai succhi e dalle ragnatele.

Nell’aria ancora squillante per il fresco notturno s’into-navano canzoni cui si rispondeva da vite a vite, e i peri e i peschi buttavano giú con un tonfo qualche frutto troppo maturo. L’aria stessa era una matassa di odori vischiosi, all’ombra delle piante. Poi il giorno ingrandiva, il sole bucava e infocava il cielo disperdendone i vapori, e tutto era chiaro e nudo, meno la nota degli aranci che rimanevano appartati nell’orto sognando le chiare notti dell’inverno. Le vespe e le farfalle messe in sospetto volavano piú alte, e qualche canto era interrotto da un grido pungente. Verso mezzogiorno il palmento si empí d’uva e fu il primo convegno delle vespe che salivano stordite alla superficie dei grappoli. L’aria era divenuta di miele, e l’aroma delle piante bruciate dal sole si mescolava a quello dolce e inebriante delle uve che non riuscivano piú a contenere i succhi e che si disfacevano un grappolo sull’altro, nel reciproco peso.

Mezzogiorno era alto, il sole era un buco lucido nel cielo opaco, la voce delle cicale saliva di tono, si portava in alto tutte le voci dei campi, e, tutta la terra, gridando come un mare, era colma d’un silenzio assordante. I vendemmiatori si riunirono all’ombra d’un pesco brandendo la bottiglia di vino vecchio che si passavano a turno come se suonassero la trombetta della follia. Poi una giovane saltò su, una giovane coi capelli castani striati di biondo, con un viso camuso e ridente. Si guardò intorno, mentre il padrone della vigna allegro e in maniche di camicia apriva le braccia in una specie d’invito al ballo.

[…] La caldaia che doveva ricevere il mosto presso il palmento si mise a ribollire: il liquido scendeva come da una ferita troppo larga, e un uomo si mise ad attingervi carponi con una misura di latta, a versarlo nei barili. Il liquido voleva scappare da tutte le parti, già viaggiava nella fantasia degli uomini, empiva facilmente i barili, mentre i muli che dovevano trasportarlo scalpitavano inquieti. L’uomo era divenuto fosco, e guardava la donna di sotto in su come se la vedesse la prima volta. Ella scorgeva tra foglia e foglia gli uomini al lavoro, e si riparava dall’arsura delle loro occhiate nei verdi segreti fra vite e vite. Le sembrava di levarsi impazzita e di correre per tutto il colle, per il piano lontano dove le cavalcature e gli armenti mettevano il suono dei loro campani accanto al luccichio delle pietre aride del torrente. Ella non si tergeva neppure il sudore che di quando in quando le diveniva fresco come una pioggia di rugiada. Aveva le mani grondanti mosto. L’uomo si volse per dirle: «Vuoi che ti asciughi il sudore?» «Non voglio», ella rispose con una voce cattiva. «Perché mi rispondi cosí?» Ella ora rideva senza ragione, come se lo sforzo di pestare l’uva la stancasse piacevolmente. L’uomo, curvo sulla caldaia, mostrava la sua pelle scura e vellosa fra le lacerature del vestito. Con la testa china sul mosto soffocante, cominciò a dire con una voce da ubbriaco: «Io ti ucciderò, un giorno, ti ucciderò».

«Non lo saprai fare».

I brani sono tratti dall’edizione Garzanti del 1978.

Ludovica Valentini

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