Il mondo negli occhi di un bambino: “Il prete bello”, di Goffredo Parise

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Il mondo negli occhi di un bambino: Il prete bello, di Goffredo Parise

Il mondo negli occhi di un bambino: Il prete bello, di Goffredo Parise

Un caseggiato nella Vicenza nel ventennio fascista: vi abita Sergio, di nove anni, con la mamma ed i nonni. La sua vita di bambino povero, dedito ai piccoli furti, alla pesca di frodo e all’elemosina nelle strade del centro, cambia quando appare don Gastone Caoduro, per la cui intercessione Sergio otterrà vestiti e scarpe e potrà avvicinare un mondo di privilegi dai quali è stato finora escluso. Il prete bello (1954), celebrato romanzo di Goffredo Parise (1929-1986), ci presenta il mondo degli adulti narrato dalla prospettiva di un bambino: intelligente ed attento, Sergio non giudica ma presenta al lettore i fatti nella loro nuda, spesso grottesca, verità.

Riportiamo qui alcuni brani tratti dal primo capitolo del romanzo, in cui appaiono i personaggi principali: la signorina Immacolata, proprietaria dell’immobile, e don Gastone, non solo fervente cattolico ma anche convinto fascista. Presente inoltre, qui come in altre pagine del libro, l’immagine delle biclette, vera passione di Sergio e del suo amico Cena e leit-motiv dei loro sogni di bambini, che ritroveremo anche alla fine.

Il nonno aveva un cancro alla prostata e la custodia biciclette non andava avanti; ribassò i prezzi sul cartello, da 30 centesimi a 25, ma andò male lo stesso, i clienti erano pochi e i giorni buoni solo quelli del mercato. Io lo aiutavo a mettere le biciclette in fila quando arrivavano e davo ai signori il dischetto di cartone col numero.

La custodia di biciclette era sotto un grande portico e dentro il portico, a destra, c’era una specie di garage che un tempo serviva per le carrozze dei padroni del palazzo, e in questo garage, quando glielo permettevano i dolori, il nonno lavorava. Costruiva bicilette che lui stesso forgiava e saldava e infine, a lavoro ultimato, applicava al telaio una decalcomania con una rondine e una marca tedesca di cui era il solo rappresentante per l’Italia.

Oltre il portico si apriva un cortile e ai quattro lati del cortile muri, ballatoi e i sontuosi balconi barocchi della signorina Immacolata, la padrona di casa; era uno scenario sempre uguale e sempre mutevole a seconda delle ore, del riflesso del sole e degli umori dei numerosi inquilini. Là, in quel cortile, non arrivava mai un raggio di sole ma si poteva giocare lo stesso, e se non si poteva giocare si restava a guardare il vecchio calzolaio Bombana che aggiustava scarpe, oppure il cav. Esposito che tirava ripetutamente la catenella del suo gabinetto pensile, invidiato da tutti. […]

In quel blocco di case attorno al cortile abitava una infinità di gente e io li conoscevo tutti.

La persona più importante era la padrona di casa, quella che mi aveva messo a scuola al Patronato di San Gregorio per mezzo di sue conoscenze nella Curia. La signorina Immacolata era una donnetta con minuscoli occhi che si toccavano e il naso adunco; molto elegante, portava strani cappelli con piume e un occhialino d’oro cesellato pendeva languidamente dalla sue dita: assicurato con cinque o sei giri di catenella intorno al collo saltellava come un canarino sulle dita coperte di velo nero. […] La sua unica amicizia era don Gastone Caoduro, il cappellano della chiesa dei Servi di Maria: era un prete molto alto, giovane e bello: dicevano che fosse avvocato, che avesse biancheria tutta di lino e calze di organzino di seta. Ogni settimana passava pe ril portico della custodia biciclette con una borsa nera sotto il braccio; dentro quella borsa c’er ala biancheria che portava a mettere in ordine dalla serva della signorina Immacolata. ma credo che fosse piuttosto quest’ultima ad occuparsene perché in quelle rare occasioni in cui mi chiamava in casa, la ritrovavo a cucire o piuttosto ad esaminare con occhio di paradiso, centrimetro per centimetro, le mutande, le camicie, le sottovesti e i calzetti neri come un velo. Tutte le donne della scala l’invidiavano e l’ammiravano per questa amicizia e so che recitavano giaculatorie per avere anch’esse una piccola parte di quegli indumenti.

Don Gastone era stato cappellano militare nella guerra di Spagna e aveva scritto dei libri: atrocità e delitti dei rossi erano descritti in modo molto commovente. Io ne ero stato impressionato, e, una volta, dietro incitamento de una signorina di nome Camilla, andai a baciargli la mano. Lui mi accarezzò con uno sguardo perduto, e mi diede dieci lire. […]

Fu lui che mi portò per la prima volta a casa della signorina Immacolata, e da quel giorno senza che io me ne rendessi conto, entrai a far parte di un ambiente chiuso alla gente del nostro ceto.”

Nelle vicende di Sergio, da ora in poi legato a don Gastone e suo pupillo, vi sarà persino un incontro con il Duce, al quale però il narratore non riuscirà a strappare il dono della libertà per Cena, in riformatorio a causa di un furto. Tra i moltissimi pregi di questo splendido romanzo vi è anche la celebrazione dell’amicizia, vissuta con la purezza che solo l’infanzia può dare. E molte altre cose, tra cui la vergogna, la sessualità, la vanità, la gelosia, la pudicizia, l’amore. Per saperne di più si rimanda il lettore ad ulteriori articoli di questo blog.

I brani qui riprodotti provengono dall’edizione Adelphi del 2020.

Ludovica Valentini

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