Caffè nel BarLume di Marco Malvaldi

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Caffè nel BarLume di Marco Malvaldi

Caffè nel BarLume di Marco Malvaldi

Nel BarLume di Marco Malvaldi troviamo elementi della nostra cultura nazionale, come il famoso rito del caffè.

– Massimo, fammi il caffè.

Chi ha parlato è nonno Ampelio, personaggio nato dalla penna dello scrittore Marco Malvaldi (Pisa 1974) il quale, con la creazione del BarLume e dei suoi senili avventori, ha dato vita a una fortunata serie di gialli pubblicata dall’editore Sellerio.

Massimo, neanche a farlo apposta, è non solo il proprietario del bar ma anche il nipote di nonno Ampelio, e come nipote sopporta le stranezze di questo avo capriccioso, ex ferroviere in pensione, e dei suoi amici, tutti coetanei ovvero tutti anziani pensionati. Sicché, quale luogo migliore di un bar per riunirsi, leggere il giornale, giocare a carte e soprattutto impicciarsi degli affari altrui? Di queste forme di intrattenimento, oltre che delle indagini relative ai casi, si occupano spesso i romanzi di Malvaldi, che a Massimo Viviani e ai suoi vetusti habitués dedica pagine umoristiche quanto irriverenti.

Ma torniamo al caffè.

Alla richiesta di nonno Ampelio, Massimo si ribella perché, essendo le due di pomeriggio di un gorno di metà agosto, sente troppo caldo per aver voglia di mettersi a sudare davanti alla macchina: -Guarda, nonno, questo è l’unico bar di tutta Pineta dove ti sopportano, e questo unicamente perché è mio. Indi per cui se vuoi il caffè aspetti due o tre ore, tanto a lavorare te non ci vai.

Il nonno dovrà rassegnarsi a cambiare ordinazione: – Dammi una grappa, accidenti alla mi’ figliola.

Tuttavia, per noi avventori virtuali, è interessante notare quanto il BarLume sia un vero luogo di culto per questa bevanda che già Carlo Goldoni (1707-1793) aveva celebrato nella nota commedia La bottega del caffè (1750). L’opera goldoniana prende spunto dal consumo, ormai ampiamente diffuso, della bevanda importata dalle Americhe per ritrarre alcune caratteristiche della nostra società: da una parte la capacità imprenditoriale e le virtù morali del caffettiere Ridolfo, dall’altra abitudini meno nobili ma ugualmente umane quali il pettegolezzo e la maldicenza.

Riguardo a queste ultime, Malvaldi segue alla perfezione l’esempio dell’illustre predecessore, come dimostra un brevissimo ma significativo brano tratto da La briscola in cinque: “Trasformato il circolo vizioso in anfiteatro parlamentare, si apprestavano a quello che, qui a Pineta, è l’autentico sport nazionale. Farsi gli affari degli degli altri.”

Nel suo capolavoro, Goldoni lascia chiaramente intravedere il ruolo democratico esercitato dalla presenza delle botteghe del caffè (equivalente settecentesco dei bar odierni), frequentata sia da donne che da uomini e nella quale si incontrano e si mescolano i diversi ceti della società del tempo. Nei romanzi di Malvaldi, la società italiana si è ampiamente trasformata: oltre ai famosi “nonnetti”, il caffè infatti è frequentato, soprattutto d’estate, dai moltissimi turisti stranieri che scelgono le spiagge italiane per le loro vacanze.

Ecco dunque un brano sul caffè e sui loro consumatori, in cui non mancano frecciate all’indirizzo di tutti:

Quando Massimo tornò, due ore dopo, alle due e mezzo, il bar vivacchiava nell’assolato torpore del dopopranzo. Ai tavolini all’aperto, altissimi olandesi e occhialuti tedeschi maltrattavano i loro esofagi con temerari cappuccini bollenti, nel più religioso silenzio, scambiandosi di tanto in tanto glauche occhiate da sotto in su che probabilmente significavano: ke kaldo.

Olandesi, pensò Massimo. Prima, evidentemente, stavano tutti rintanati. Guai a passare le dighe di confine. Da qualche anno a questa parte, come uno si volta è tutto uno spuntar di macchine con le targhe gialle, con le sei cifre divise in due triplette, e col guscio portabagagli. (Tutti, nessuno escluso. Pena, evidentemente, una pesantissima ammenda in formaggio). Alla faccia della ripresa economica.

All’interno, invece, gli autoctoni avviavano a lieto svolgimento il processo peristaltico con il rito che da sempre distingue gli italiani al bar, e che si può ordinare a qualsiasi ora del giorno e della notte senza che il regolamento non scritto di tutti i bar dello stivale vi classifichi automaticamente come crucchi.

Ovvero, il caffè.

All’epoca di cui si sta parlando, il BarLume aveva in carta dieci tipi diversi di caffè, di cui Massimo era, da italiano e da matematico, un enorme estimatore per non dire fissato; da una Arabica a tostatura originale che si faceva arrivare da una torrefazione di Seravezza (e che veniva servita a chi chiedeva semplicemnte «un caffè»), al Caracolito dai chicchi piccoli e profumatissimi ahimè non sempre reperibile, ma di cui Massimo andava segretamente orgoglioso, quasi l’avesse fatto lui.

Tratto da La briscola in cinque, di Marco Malvaldi

Ancora una volta, la narrativa, compresa quella di genere poliziesco, ci permette di individuare aspetti della società, elementi che caratterizzano la nostra identità nazionale pur in un mondo globalizzato e sui quali, se non altro, si può sempre sorridere.

Ludovica Valentini

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