Il lavoro minorile ne “La felicità degli altri”, di Carmen Pellegrino

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Il lavoro minorile ne La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

Il lavoro minorile ne La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite.

Carmen Pellegrino, La felicità degli altri

La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino (Polla, 1977), è un romanzo dove la memoria si intreccia alla crescita, l’infanzia al pervenire della maturità e della consapevolezza, la luce all’oscurità e soprattutto all’ombra, elemento affrontato in molte pagine ed affrontato con raffinatezza e profondità. Lungo il cammino di Cloe, la protagonista e narratrice, si trovano testimonianze offerte dai vari personaggi che popolano il racconto. Uno di questi è il Generale: dotato anche lui di un vivido passato e numerose memorie, il Generale gestisce insieme alla moglie La Casa dei timidi, un luogo di accoglienza per bambini nel quale Clelia passa alcuni anni dopo il trauma della morte di suo fratello Emanuel. Riportiamo qui i brani che descrivono aspetti dell’infanzia del Generale, così come Cloe la ricorda ritornando con la memoria ai racconti uditi nella Casa dei timidi. Vi si descrivono episodi di sfruttamento minorile, uno dei temi che attraversano questo romanzo che pone al proprio doloroso centro l’infanzia.

“Aveva pochi anni, il Generale, quando fu esposto nella piazza del suo paese, nel Sud dell’Italia, e poi venduto come garzone a un ricco agricoltore. Spesso ci parlava della sua origine aggiungendo, di volta in volta, qualche dettaglio che si andava a depositare nella mia mente, insieme ai dettagli di altre storie.
“Erano i primi anni Cinquanta,” iniziava sempre così, “e l’esposizione dei piccoli valani (guardiani di maiali e di capre, pastori, garzoni: piccoli bifolchi, insomma) si teneva ogni anno in agosto, più che altro era una fiera, un’ostensione. Prima di comprarci, ci scrutavano da capo a piedi, valutavano la nostra forza, le mani; ci controllavano i denti, come ai cavalli. Portavamo, per farci riconoscere, un fazzoletto legato al braccio o una penna di uccello sul cappello di paglia. La compravendita avveniva il 15 del mese, il giorno in cui la Chiesa cattolica celebra l’Assunzione. E infatti quel giorno anche noi venivamo presi – assunti – dopo una contrattazione che si teneva sul sagrato della chiesa, oppure nei pressi dell’ufficio di collocamento. L’8 settembre venivamo consegnati al nuovo padrone, che ci avrebbe dato da mangiare e da dormire, nella stalla. Per un anno di lavoro del figlio, la famiglia riceveva qualche centinaio di lire, qualche sacco di grano. Di notte cercavo di non dormire, anche se ero stanco. Avevo sempre un mozzicone di candela e un cerino e, accovacciato in un angolo della stalla, compitavo parole, facevo i numeri. Volevo darmi un’istruzione, avevo capito che era il solo modo per non essere più venduto e acquistato.”

In una delle sere dedicate ai racconti, quando la realtà irrompeva con delicatezza nel fantasioso aneddoto che era la nostra vita sulla Collina, il Generale ci parlò di Iqbal Masih, il “sindacalista” dei bambini che denunciò lo sfruttamento minorile nell’affare dei tappeti. Nato in una famiglia povera, a Muridke (in Pakistan), fu venduto che aveva cinque anni a un fabbricante di tappeti per un debito di dodici dollari. Perché non fuggisse, lo legarono al telaio e in quello stato rimase per sei anni, sottonutrito e picchiato.
Un giorno, quando ha già undici anni, Iqbal riesce a uscire dalla fabbrica e s’imbatte in Ullah Khan, attivista del Fronte di liberazione dal lavoro forzato. Comincia così la sua emersione e racconta spiega denuncia le condizioni in cui vengono tenuti i bambini costretti a lavorare.

“Non ho più paura del padrone, è lui che ha paura di me, di noi, della nostra ribellione. Voglio studiare, voglio diventare un avvocato, per difendere tutti i bambini.”

Anche quella sera il camino era acceso, Madame al pianoforte suonava una musica dolce, forse un brano di Mendelssohn che copriva il rumore della pioggia contro i vetri. Il Generale parlava di bambini ridotti in schiavitù, di libertà e diritti riconosciuti a noialtri. Noi seguivamo con interesse diseguale, qualcuno dormiva, Jerus era seduto al piano con Madame, altri ascoltavano o fingevano di farlo, io ascoltavo più di tutti. Quella sera decisi che nessuno mi avrebbe rinchiuso in una cisterna sotterranea priva d’aria, nessuno mi avrebbe incatenato a un telaio, avrei studiato con furia, letto fino a farmi saltare gli occhi e, anche se le matite colorate mi erano state spezzate, non per questo sarei morta.

Fui sorpresa da questa mia risolutezza, eccitata in un certo senso, ma pensai di non parlarne con Jerus, lo conoscevo abbastanza da sapere che avrebbe riso di me.

Andammo a letto al suono dei nostri piedi battuti sul pavimento. Al Generale piaceva immaginarci come una milizia che un giorno o l’altro avrebbe conquistato gentilmente il mondo. Ciò che tralasciò di dirci, quella sera, era che nel 1995, mentre in sella alla sua bicicletta Iqbal Masih stava tornando al villaggio, raffiche di proiettili fermarono per sempre la sua corsa.”

La felicità degli altri è stato pubblicato da La nave di Teseo nel 2021.

Ludovica Valentini

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