Il viaggio a Firenze: l’Arno nelle pagine di “Artemisia”, di Anna Banti

arno-artemisia-anna-banti-viaggio-firenze

Il viaggio a Firenze: l’Arno nelle pagine di Artemisia, di Anna Banti

Il viaggio a Firenze: l’Arno nelle pagine di Artemisia, di Anna Banti

Sera. Ci siamo avviati verso il fiume. Alcuni studenti mi si sono messi al fianco e continuiamo a parlare di scrittori: c’è chi dice che figure della taglia della Bellonci sono una specie in via di estinzione. La ricchezza lessicale, l’eleganza del periodo, la perfetta organizzazione del materiale narrativo hanno caratterizzato la prosa del ‘900. Facciamo a gara a ricordare nomi: Bassani, Tomasi di Lampedusa, Ortese, Sciascia, Moravia, Striano, la pisana Luisa Adorno o Piero Chiara, che della pagina hanno una perfetta padronanza. Poi si passa ai fiorentini.

Qualcuno dice Fallaci, un altro Maraini, un altro ancora Marcella Olschki e Tiziano Terzani, si allunga la lista dei romanzieri e dei giornalisti-scrittori. Poi viene fatto il nome della fiorentina Anna Banti, al secolo Lucia Lopresti (1895 –1985), moglie del critico d’arte Roberto Longhi: tra i contemporanei, una delle più grandi. A lei dobbiamo lo straordinario ritratto di donna e di pittrice consegnatoci nelle pagine di Artemisia, a un tempo romanzo storico, racconto visionario, dialogo tra autore e personaggio e biografia. Un vero tuffo nel profondo della creazione artistica e letteraria. Vi si narra la vita di Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca stuprata ancora giovinetta, che risiedé a Roma, Firenze e Napoli, e che dal 1638 al 1642 fu pittrice di corte con il padre Orazio presso Carlo I d’Inghilterra. Nel quaderno stracolmo di note che ho portato con me, c’è un frammento che vorrei leggere. Narra di Artemisia in Firenze, dove vive sposa del pittore Pierantonio Stiattesi. Pressappoco gli anni che vanno dal 1612 al 1620.

Arriviamo al Lungarno. Ponte Vecchio è illuminato. Qualcuno ricorda ad alta voce altri soggiorni a Firenze: i cieli, i ponti, gli edifici, gli angoli straordinari e la presenza dell’arte ovunque. Opere di Artemisia Gentileschi si possono ammirare agli Uffizi. Colgo altri brani di conversazione, alla mia sinistra una lettrice sta dicendo che appena torna in albergo si toglierà le scarpe. Mi chiedo cosa fare con il lungo frammento conservato: nasce proprio dagli argini del fiume, in una notte estiva di secoli fa. Leggiamo:

Nella notte, in gran parte vegliata in attesa di un clima che consentisse il sonno, l’aria, sotto e sopra, era piena di sussurri, voci vicine e lontane, qualche accenno sommesso di canto: un alveare invisibile, poveri lanaioli e meccanici dal tugurio infocato, vegliavano, come le due giovani, sulle prode dall’erba riarsa, sulle altane, su barchette che sciacquavano di tratto in tratto per un sonnolento colpo di remi. Gente umile, sconosciuta. E anche questo era un ristoro, una benedizione, sentirsi pari, almeno nei disagi del corpo, a uomini e donne che respiravano insieme, senza offesa reciproca, quella poca umidità dell’Arno. Ascoltava, Artemisia, e perdonava. Spento ogni rancore, le pareva di stender la mano verso la violenza pentita, lei forte e senz’armi; e gli uomini, questi fatali nemici, non le chiedevano più di giustificarsi, di guardarsi. Erano eguali a lei ma quasi più gentili, con delicati gesti di omaggio: come questo Luca Scotti di Arcangela, mite e intrepido, casto e fedele. Sulla punta del giorno, rincasata la mantovana, il sonno finalmente goduto si presentava con strampalate lucidezze di ragionamento, scorrente come da un bozzolo di seta inesauribile e ricco. Ragionamento pietoso che valicava i limiti naturali dell’età per raggiungere una saggezza da limpida vegliarda. Poveri uomini, anche loro: travagliati di arroganza e di autorità, costretti da millenni a comandare e a cogliere funghi velenosi, queste donne che fingono di dormire al loro fianco e stringono fra le ciglia seriche al sommo della guancia vellutata recriminazioni, voglie nascoste, segreti progetti. Un senso d’indulgenza diffusa, allegra come un volo, la faceva, nel sonno, sorridere. Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. “Ma io dipingo” scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata.

I brani citati fanno parte del testo Il viaggio a Firenze, a cura di Ludovica Valentini. Il viaggio, con un nutrito gruppo di lettrici e lettori, venne realizzato nella primavera del 2016.

Ludovica Valentini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.