Temporali d’estate: Proust (tradotto da Natalia Ginzburg)

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Temporali d’estate: Proust (tradotto da Natalia Ginzburg)

Le piogge e i temporali dell’estate a Combray nelle pagine di Marcel Proust, qui tradotto da Natalia Ginzburg

È noto che Natalia Ginzburg (1916-1991), una delle maggiori scrittrici italiane del ‘900, cominciò a collaborare con l’editore Giulio Einaudi fin dalla fine degli anni ’30. È altresì noto che l’editore chiese a Natalia di tradurre il capolavoro di Marcel Proust (1871-1922), À la recherche du temps perdu, compito che l’autrice accettò e che convertì il grande romanziere francese in uno dei suoi maggiori amori letterari. Nelle pagine di Lessico famigliare (1962), l’opera che forse affiora per prima alla mente quando si parla di Natalia Ginzburg, il nome di Proust appare più e più volte, sia perché legato alle letture della madre di Natalia, grande ammiratrice dello scrittore, sia perché oggetto di molte delle conversazioni familiari che costituiscono la sostanza di quel lessico ancor oggi a noi così caro.

Riportiamo qui alcuni brani della Recherche, tratti dal volume Du coté de chez Swann, nella traduzione di Natalia Ginzburg: attraverso l’io narrante di Proust, vi troveremo mirabilmente descritti la natura, il cielo, i boschi, il gocciolio dell’acqua sulle foglie, le piogge e i temporali che, quali un “estro passeggero”, venivano ad interrompere i giorni assolati, estivi, che l’autore trascorreva a Combray con la famiglia.

“Sovente il sole si nascondeva dietro una nuvola, che ne deformava l’ovale, e di cui esso imbiondiva i contorni. Lo splendore, ma non la luce, svaniva dalla campagna, dove ogni parvenza di vita sembrava sospesa, mentre il piccolo villaggio di Roussainville scolpiva in cielo i suoi spigoli candidi con una precisione e finitezza opprimenti. Un po’ di vento dava il volo a un corvo che ricadeva nella lontananza, e contro il cielo biancheggiante la lontananza dei boschi pareva più azzurra, come dipinta in quei chiaroscuri sulle pareti delle dimore antiche.

Ma altre volte prendeva a cadere la pioggia […]; le gocce d’acqua come uccelli migratori che insieme prendano il volo, scendevano a file sollecite giù dal cielo. Non si separano mai nel corso della rapida traversata, né si gettano alla ventura, ma ciascuna serba il suo posto, traendo a sé quella che la segue; e il cielo ne è oscurato più che alla partenza delle rondini. Ci si rifugiava nel bosco. Quando il loro viaggio pareva finito, alcuna, più debole, sopraggiungeva ancora. Ma noi lasciavamo il nostro ricovero, ché le gocce amano i fogliami, e mentre la terra era già quasi asciutta più d’una s’attardava a gingillarsi sulle nervature d’una foglia, e sospesa sulla cima, in quiete, luccicante di sole, di colpo si lasciava scivolare da tutta l’altezza del ramo e ci cadeva sul naso. […]

A volte il tempo s’era definitivamente guastato, bisognava rientrare e starsene chiusi in casa. Qua e là per la campagna lontana che l’oscurità e l’umidità facevano rassomigliare al mare, alcune case isolate, sospese sul fianco d’una collina immersa nella notte e nell’acqua, parevano navicelle che, ripiegate le vele, trascorrono immobili al largo la notte intera. Ma che importava la pioggia, che importava il temporale! D’estate, il cattivo tempo non è che un estro passeggero, superficiale, del bel tempo sottostante e fisso, ben diverso dall’instabile e fluido bel tempo invernale, e che al contrario presa dimora sulla terra dove s’era consolidato in folti fogliami su cui la pioggia può grondare senza compromettere la resistenza della loro indissolubile gioia, ha issato per tutta la stagione, anche nelle vie del villaggio, ai muri delle case e dei giardini, i suoi padiglioni di seta viola o bianca. Seduto nel salottino, dove leggendo aspetavo l’ora del pranzo, sentivo l’acqua gocciolare dai nostri castagni, ma sapevo che l’acquazzone non faceva che lustrare le loro foglie, e ch’essi promettevano di starsene lì tutta la notte piovosa, come testimonianza dell’estate, ad accertare la continuità del bel tempo; che aveva un bel piovere, domani, sopra la staccionata bianca di Tansonville, non sarebbero meno le oscillanti foglioline a forma di cuore; ed era senza tristezza ch’io vedevo il pioppo di via dei Perchamps rivolgere al temporale implorazioni e saluti disperati; e senza tristezza udivo in fondo al giardino gli ultimi rotolii del tuono tubare tra i lilla.”

Certamente, la maggior parte di noi serba il ricordo di temporali estivi che ci hanno sorpreso durante una passeggiata e costretto a rifugiarci sotto un gruppo d’alberi; o a rimanere in casa, al sicuro, a guardare il cielo incupirsi dai vetri di una finestra o dalla soglia che porta al giardino. La memoria resa nella narrazione proustiana, cui si aggiunge la splendida versione di Natalia Ginzburg, non possono che ravvivare in noi la sostanza dei giorni estivi di un tempo: essi sono simili, forse addirittura identici, nelle sensazioni e nei sentimenti, ai giorni rincorsi dall’autore della Recherche e dall’autrice del Lessico. Come loro, anche noi vorremmo recuperare e trattenere per sempre quei luminosi pomeriggi, la freschezza di quel vento, le avventure che vivemmo sotto quei maestosi temporali. Per nostra fortuna, rimane la pagina scritta ad evocarli per noi, amanti del ricordo pur felicemente insediati nel momento presente. Grazie dunque a chi scrive e a chi, traducendo, riscrive, portando a ciascuno, come avviene con i pollini, il seme fertile di tante stagioni.

L’edizione italiana di Du coté de chez Swann, primo volume del capolavoro di Marcel Proust, fu pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1949.

Immagine di copertina: Flood (1889) di Maxime Maufra (1861-1918).

Ludovica Valentini

  

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