Petrarca a Milano nelle pagine di Maria Bellonci

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Petrarca a Milano nelle pagine di Maria Bellonci

Petrarca residente a Milano nelle pagine di Maria Bellonci

Nel suo volume di racconti Tu, vipera gentile, Maria Bellonci (1902-1986) intreccia mirabilmente la Storia italiana e il racconto attraverso episodi del Ducato di Mantova e di quello di Milano. In particolare, il territorio milanese assiste all’ascesa (e successivamente al declino) di una famiglia, i Visconti, che domineranno la città per molte generazioni inaugurandovi la Signoria.

Dal capostipite Ottone (1207-1295), Maria Bellonci ci conduce attraverso le generazioni che via via si succedono al potere. Nei brani qui riportati Milano si trova sotto il dominio di Luchino e soprattutto del fratello, l’arcivescovo Giovanni Visconti (1290-1354). Durante il suo governo, risiederà in città una figura che il mondo dei letterati della penisola conosce assai bene: Francesco Petrarca (1304-1374). Sotto la guida dell’autrice seguiamo i fatti che porteranno Giovanni a poter contare sulla presenza a Milano dell’illustre intellettuale. Siamo alla metà del secolo XIV.

“Sta proprio cominciando l’esodo di toscani dal cervello agile verso Milano, attirati dalla ricchezza e dalla magnificenza di quella città. Già Luchino aveva avuto relazioni col Petrarca che lo aveva chiamato il maggiore degli italiani; e anche Fazio degli uberti aveva scritto a Luchino un sonetto per domandargli uno stipendio. […] Ma Giovanni non si contenta di queste relazioni troppo spaziate, e si fa venire sei sapienti, teologi, filosofi e letterati fiorentini per far loro scrivere un commento alla Divina Commedia. Poi, appena sa che è a Milano, di passaggio, il Petrarca, vuole vederlo; ha un disegno per lui.

È inutile ricordare come fosse toscano il Petrarca, vissuto in Avignone sebbene con animo ribelle, e in che modo avesse sentito parlare dei Visconti nemici capitali sia del papato che della sua patria. Luchino aveva guerreggiato contro Pisa, e Giovanni anche più apertamente puntava su Firenze, desistendo dalla conquista solo perché non la sentiva ancora possibile. Con tutto questo, l’incredibile avviene: il Petrarca dice di sì, il Petrarca resta a Milano. Egli stesso ne è stupito e lo confessa:

«Nulla accade secondo i nostri propositi; io, che aborrendo le tempeste delle discordie di Parma avevo eletto per mia dimora in Italia o Mantova o Padova, eccomi ad abitare a Milano!… Me ne tornavo libero e lieto in Patria; ma la fortuna, tiranna delle cose mortali, travolse il dolce proposito. Io che tante volte a viso aperto seppi resistere ai romani pontefici e ai re di Francia e di Sicilia, non ho saputo resistere a questo grandissimo fra gli italiani che mi pregava assai gentilmente. Avvinto dalle improvvise e inaspettate preghiere e dalla maestà di quest’uomo rimasi stordito. Oh, vani propositi degli uomini!»

Francesco Petrarca si è fatto milanese: la notizia corre per tutta la penisola e a Firenze suscita sgomento. Il Villani, il Sacchetti, il Boccaccio non riescono a rinvenire dallo sdegnoso stupore. E dal Boccaccio parte la famosa lettera della fine di luglio 1353 nella quale il venerato e adorato maestro è severamente maltrattato.

«Pochi giorni fa, recandomi a Ravenna, per visitarvi quel signore, mi fermai come il viaggio comporta, a Forlì; ed eccoti un amico, col quale dopo aver scambiato qualche parola, si venne a parlare di Silvano. [Silvano è il nome pastorale del Petrarca.]

“Ho udito, mio caro, come il nostro Silvano, abbandonato il suo Elicona transalpino, è andato a cacciare negli antri di Egone; e, ormai adescato, si è mutato da pastore catàlio in bifolco lombardo. Non mentisco: all’udirlo diventai di ghiaccio. Tuttavia risposi: -È impossibile!”

Bellonci riporta le parole di Boccaccio, il quale constata che il maestro

“si è assoggettato al giogo di colui del quale condannava sdegnato l’audacia la superbia e la tirannide!… Oh, animo incredibilmente leggero e volubile! Che cosa farà ora questo grande lodatore della solitudine in mezzo alla folla? Che farà egli che era solito esaltare con così sublimi elogi la vita libera, la povertà onesta, assoggettato al giogo, adorno di ricchezze disonorevoli?”

Eppure, prosegue l’autrice,

“è vero che Francesco Petrarca era stato sorpreso prima di essere sopraffatto. Andato per rifiutare onori e magari un posto a corte, si era sentito proporre dall’arcivescovo tutt’altra cosa. […] Nulla si voleva da lui se non la sua presenza che sarebbe stata di ornamento al principe e allo stato di Milano. Era difficile dire di no all’arcivescovo Giovanni, e nemmeno il Petrarca ci riuscì. […] Eccolo in un primo tempo, appena stabilito a Milano, rassicurare gli amici fiorentini, rabbonire il Boccaccio protestando la sua assoluta indipendenza, la sua intransigente modestia; sembra che rassicuri se stesso rasserenandosi nelle parole. La sua dimora milanese ci appare subito dove Milano è più Milano, a Sant’Ambrogio.

«Abito all’estremo della città, nella parte occidentale, presso la basilica di Sant’Ambrogio. La casa è saluberrima, situata a sinistra della Chiesa e ha davanti il plumbeo pinnacolo del tempio e le due torri della porta; alle spalle ha le mura della città e campi estesi e verdeggianti, e guarda le Alpi che al finire dell’estate si coprono di neve. Tuttavia, spettacolo più gradito di tutti è l’altare dove è sepolto quel grand’uomo, e l’immagine sua in cima alla parete che la fama dice somigliantissima e che a me sembra quasi vivente e spirante dalla pietra…»

[…] Non passa un mese; passano anzi solo diciannove giorni; e arriva il cardinale legato del papa, Egidio d’Albornoz, all’inizio della sua ardente opera di ricostruzione dello Stato pontificio; e chi, se non il Petrarca, lo schivo Silvano, gli va incontro per primo in cavalcata ufficiale?

Verrebbe da riflettere sull’abilità di regnanti come Giovanni Visconti nonché sulla coerenza di molti intellettuali. Ah, la vanità…

I brani riportati sono estratti da Tu, vipera gentile, nell’edizione Oscar Mondadori del 2017.

Ludovica Valentini

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