Zie letterarie: la tante Léonie nella “Recherche”di Proust

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Zie letterarie: la tante Léonie nella Recherche di Proust

Zie letterarie: la tante Léonie nella Recherche di Marcel Proust

Insomma, la zia esigeva a un tempo d’essere approvata nel suo regime, d’essere compianta nelle sue sofferenze e rassicurata sull’avvenire.

Marcel Proust, La strada di Swann

Di zie è pieno il mondo. Giovani, o non tanto giovani, sorelle della mamma o del babbo o entrate in famiglia perché acquisite come cognate, le zie sono presenti in letteratura: così le vediamo celebrate in opere come Travels with my Aunt (1969), di Graham Greene (1904-1991), in cui un’anziana ma vitalissima zia rivoluziona il destino di un nipote, gentiluomo di mezza età, spingendolo fuori da un’esistenza monotona e grigia per imbarcarsi in una serie di avventure straordinarie. Così pure La tía Julia y el escribidor (1977), del premio Nobel Mario Vargas Llosa (Arequipa 1936), pone un’avvenente zia al centro del romanzo. O anche Il giornalino di Gian Burrasca (1907), dell’italiano Luigi Bertelli in arte Vamba (1858-1920): qui Giannino Stoppani, il giovanissimo protagonista della storia, sfugge alla punizione paterna rifugiandosi in casa dell’anziana zia Bettina, dove combina la consueta serie di disastri. E infine, nel romanzo Un matrimonio in provincia (1885), della Marchesa Colombi, presudonimo di Maria Antonietta Torriani (1840-1920), troviamo una zia nubile vittima dei reumatismi.

ma senza dubbio, una delle zie letterarie per eccellenza è la tante Léonie della Recherche di Proust: celebre è la sua dimora a Combray, dove il piccolo Marcel passa le vacanze estive. La zia Léonie appartiene a quel genere di personaggi che fanno parlare di sé: anziana e di salute cagionevole, questa singolare zia piena di stranezze ha un rapporto particolare con la fedelissima cameriera Françoise, alla quale non risparmia critiche. Riproduciamo qui alcuni brani tratti dal volume Du Coté de chez Swann, primo dei sette che compongono la Recherche, nella traduzione di Natalia Ginzburg per l’editore Giulio Einaudi.

“Se la giornata del sabato, che cominciava un’ora prima e cha la privava di Françoise, trascorreva più lentamente d’ogni altra per la zia, pure ella ne aspettava il ritorno con impazienza fin da principio della settimana, come di quella che contenesse tutta la novità e la distrazione che ancora potesse sopportare il suo corpo indebolito e meccanico. […] Le piaceva supporre tutt’a un tratto che Françoise la derubava, che lei ricorreva all’astuzia per accertarsene, la coglieva sul fatto; abituata durante le sue partite a carte da sola, a giocare al tempo stesso il proprio gioco e quello dell’avversario, si diceva a se stessa le scuse imbarazzate di Françoise, e vi rispodenva con tanto fuoco e indignazione, che uno di noi, entrando in quei momenti, la trovava in sudore, con gli occhi che sfavillavano, coi suoi capelli finti scomposti che lasciavan vedere la fronte calva. Françoise udì forse talvolta dalla stanza vicina mordaci sarcasmi a lei rivolti, e di cui l’invenzione non avrebbe dato bastevole alla zia se fossero rimasti allo stato puramente immateriale, e se, mormorandoli a mezza voce, non avesse prestato loro una più grande realtà. Talvolta, neppure lo «spettacolo in un letto» bastava alla zia: ella voleva far recitare i suoi drammi. Allora, una domenica, con tutti gli usci misteriosamente chiusi, confidava ad Eulalie i propri dubbi sulla probità di Françoise, l’intenzione di disfarsi di lei; e altra volta a Françoise i sospetti sull’infedeltà di Eulalie, a cui ben presto la porta sarebbe stata chiusa; qualche giorno dopo, s’era disgustata della sua confidente di ieri e riconciliata col traditore; d’altronde entrambe si sarebbero scambiate la parte alla prossima rappresentazione.[…]

Mia madre temeva che in Françoise si facesse strada un vero odio contro la zia, che l’offendeva più duramente le era possibile. In ogni caso Françoise sempre più poneva alle menome parole, ai menomi gesti della sia un’attenzione straordinaria. Quando aveva da chiederle qualcosa esitava a lungo sul modo da tenere. Ed spressa la sua richiesta osservava la zia furtivamente, studiandosi d’indovinare dalla cera del suo viso qual era il suo pensiero e la decisione che avrebbe preso.

Così trascorreva la vita per la zia Léonie, sempre identica, nella dolce uniformità di quello ch’ella chiamava, con un simulato disdegno e una profonda tenerezza, «il suo piccolo tran-tran». Salvaguardato da tutti, non in casa soltanto, dove ognuno, dopo aver sperimentato l’inutilità di consigliarle un’igiene migliore, a poco a poco s’era rassegnato a rispettarlo, ma anche nel paese, dove, a tre isolati da noi, l’imballatore prima d’inchiodare le sue casse faceva domandare a Françoise se la zia non riposava – quel tran-tran tuttavia fu disturbato una volta quell’anno. […]

Quando dico che all’infuori di avvenimenti assai rari, come quel parto, il tran-tran della zia non subiva mai alcuna variazione, non parlo di quelli che, ripetendosi sempre identici a intervalli regolari, non introducevano in seno all’uniformità che una specie d’uniformità secondaria. Così ogni sabato, poiché Françoise nel pomeriggio andava al mercato di Roussainville-le-Pin, la colazione era per tutti un’ora prima. E la zia aveva preso così bene l’abitudine a quella deroga ebdomadaria sulle sue abitudini, che teneva a quell’abitudine quanto alle altre. Vi era così ben «esercitata», come diceva Françoise, che se un sabato le fosse toccato aspettare l’ora solita per la colazione, questo l’avrebbe «disturbata» altrettanto come se avesse dovuto, un altro giorno, anticipare la colazione all’ora del sabato. […]

Ma presi poi l’abitudine, in quei giorni, di andare a camminare solo dalla pare di Méséglise-la-Vineuse, nell’autunno che si dovette venire a Combray per la successione della zia Léonie, perché alfine era morta, facendo trionfare al tempo stesso quanti sostenevano che il suo regime deteriorante avrebbe finito per ucciderla, e non meno delgi altri che avevano sempre affermato ch’ella soffriva d’una malattia non immaginaria ma organica, all’evidenza della quale gli scettici si sarebbero ben dovuti arrendere quando ne fosse stata portata alla tomba; e non suscitando con la sua morte un vivo dolore se non in un solo essere, ma in questo, selvaggio. Nei quindici giorni che durò l’ultima malattia della zia, Françoise non la lasciò un istante, non si spogliò, non permise a nessuno di prestarle la minima cura, e non abbandonò il so corpo se non quando fu sepolto. Allora comprendemmo che quella forma di timore in cui Françoise era vissuta per le parole cattive, i sospetti, le collere della zia, aveva fatto germogliare in lei un sentimento che avevamo scambiato per odio, ed era venerazione ed amore. La sua vera padrona, dalle decisioni impossibili a prevedersi, dalle astuzie difficili a sventare, dal buon cuore facile a intenerire, la sua sovrana, il suo misterioso ed onnipossente monarca non era più.

Immagine di copertina: Giovanni Boldini (1842-1931), Ritratto di Madame Lacroix, 1910. Collezione privata.

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