Napoli sotto la pioggia ne “L’amore molesto” di Elena Ferrante

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Napoli sotto la pioggia ne L’amore molesto, di Elena Ferrante

Una Napoli sotto la pioggia è lo scenario di un faticoso inseguimento ne L’amore molesto, opera prima di Elena Ferrante

Visioni di una Napoli rumorosa e caotica bagnata dalla pioggia: questo lo scenario del faticoso quanto frenetico inseguimento compiuto da Delia, la narratrice de L’amore molesto – opera prima di Elena Ferrante (Napoli 1943) – nel tentativo di ricostruire gli ultimi giorni di vita di sua madre Amalia, misteriosamente annegata il 23 maggio, proprio il giorno in cui Delia compie gli anni.

E in fondo, di un inseguimento tratta tutto questo incalzante romanzo d’esordio che ebbe immediato successo nel 1992, anno della sua pubblicazione.

Convocata a Napoli per assistere al funerale di sua madre, misteriosamente scomparsa proprio il giorno in cui dovrebbe raggiungere la figlia a Roma, Delia è infatti alla ricerca della vera identità di Amalia: attraverso le incursioni nell’appartamento materno e in quello dello Zio Filippo, mediante la visita alla casa dove sopravvive il padre, ed esplorando infine la vecchia drogheria e il cortile dei giochi d’infanzia, la protagonista-narratrice cerca di mettere a fuoco la verità. Una verità che non riguarda tanto le ragioni della morte di Amalia quanto quelle che hanno guidato la sua vita di donna lontano dalla furia del marito e dallo sguardo critico delle figlie. Così si delinea, dopo molti anni di assenza, il personaggio inquietante di Caserta, considerato in gioventù un ammiratore di Amalia e, a detta di Delia bambina, l’amante della madre.

Presentiamo qui le pagine relative all’inseguimento di Delia nei confronti di Caserta, attraverso una Napoli grigia e maleodorante fino ad uno dei luoghi noti della città – la funicolare di Chiaia.

Mi fermai col cuore in gola. Anche lui ora procedeva senza correre lungo la fila dei platani, tra le auto parcheggiate sulla destra. Arrancava, sempre piegato in due, faticosamente, con una resistenza nelle gambe insospettabile in un uomo di quell’età. Quando sembrò non farcela più, si appoggiò ansimando contro il recinto di un cantiere. Lo vidi torcersi nel corpo, in una posizione in cui pareva che gli uscisse dalla testa bianca il tubo Innocenti dove era fissato il cartello: «Lavori di demolizione e ricostruzione della stazione di piazza Vanvitelli – funicolare di Chiaia». Ero certa che non avrebbe avuto più la forza di muoversi di lì, quando qualcosa tornò ad allarmarlo. Allora colpì con la spalla la parete del recinto come se volesse sfondarla e scappare attraverso la breccia. Guardai a sinistra, per vedere chi lo spaventava così: speravo che fosse mio zio. Non era lui. Sotto la pioggia, proveniente da via Bernini, correva invece Polledro, l’uomo del negozio Vossi. Gli urlava contro qualcosa e ora gli faceva cenno di fermarsi, ora lo indicava minacciosamente con tutta la mano aperta.

Caserta saltellò da un piede all’altro guardandosi intorno in cerca di una via di scampo. Parve decidere di tornare indietro, giù per via Cimarosa, ma mi vide. Allora smise di agitarsi, si ravviò i capelli bianchissimi e sembrò all’improvviso pronto ad affrontare sia Polledro che me. Strisciò con la schiena lungo il recinto del cantiere, poi contro un’auto in sosta. Anch’io ripresi a correre, giusto per vedere Polledro muoversi come se pattinasse sul grigio metallico del selciato, figura massiccia e tuttavia agile contro il trapezio di sbarre in ferro giallo posto all’imbocco di piazza Vanvitelli. Ma fu a quel punto che ricomparve mio zio. Sbucò da una friggitoria dove doveva essersi riparato. Mi aveva vista arrivare e ora mi correva incontro impettito, a passetti veloci sotto la pioggia. L’uomo delle Vossi se lo trovò davanti all’improvviso e gli finì inevitabilmente addosso. Dopo l’urto si abbracciarono cercando di aiutarsi l’un l’altro a tenersi in piedi, e a quel modo ruotarono insieme cercando un punto d’equilibrio. Caserta ne approfittò per tuffarsi nella luce bianca di via Sanfelice, sotto una pioggia scintillante, tra la folla che cercava riparo nell’ingresso della funicolare.

Io racimolai le poche energie che mi ernao rimaste e gli corsi dietro, in un ambiente spesso di fiati, reso fangoso dalla pioggia, grigio di calce. La funicolare era in procinto di partire e i passeggeri si spingevano l’un l’altro berso le macchine obliteratrici. Caserta era già oltre e stava scendendo i gradini ma fermandosi spesso, protendendo il collo per guardarsi alle spalle e poi accostando improvvisamente il viso congestionato a chi gli camminava di lato per sibilare qualcosa. O forse parlava a se stesso ma a voce che si sforzava di tenere bassa, agitando la destra su e giù con tre dita ben tese e pollice e indice congiunti. Infine riprendeva a scendere.

Feci il biglietto e mi precipitai anch’io verso i due vagoni, gialli e luminosi. Non ero riuscita a vedere in quale dei due era entrato. Scesi fino a metà della seconda carrozza senza riuscire a rintracciarlo e poi mi decisi a entrare cercando un passaggio tra la folla dei passeggeri. L’aria era pesante e mescolava i sudori all’odore di stoffe bagnate. Frugai intorno con lo sguardo, in cerca di Caserta. Vidi invece Polledro che faceva i gradini a due a due inseguito da mio zio che gli gridava non so cosa. Ebbero appena il tempo di entrare nel priom vagone e subito le porte si chiusero. Dopo pochi secondi apparvero contro il vetro rettangolare della fiancata che dava sul mio vagone: l’uomo del negozio Vossi si guardava attorno furibondo e mio zio lo tirava per un braccio. La funicolare si mosse.

L’amore molesto è stato pubblicato per la prima volta da Edizioni E/O nel 1992.

Ludovica Valentini

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