Riepilogo maggio: “La Nazione delle Piante”, di Stefano Mancuso

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Riepilogo maggio: La Nazione delle Piante, di Stefano Mancuso

Presentiamo il riepilogo della nostra sessione di maggio, incentrata su La Nazione delle Piante, di Stefano Mancuso

La cooperazione è la forza attraverso la quale la vita prospera e la Nazione delle Piante la riconosce come primo strumento del progresso delle comunità.

Stefano Mancuso, La Nazione delle Piante

Martedì 24 maggio si è svolta la sessione del Club “Se Una Notte..”: libro del mese La Nazione delle Piante, del botanico e accademico Stefano Mancuso (Catanzaro, 1965).

A cominciare dal titolo, in cui le parole “Nazione” e “Piante” vengono scritte con la maiuscola, capiamo che Mancuso intende invitare il lettore, anche il più distratto, ad accorgersi finalmente dell’esistenza di organismi importantissimi da cui dipende la nostra vita. Organismi che costituiscono un mondo, una nazione per l’appunto, il cui modello di comportamento dobbiamo apprendere e riprodurre se desideriamo – ma lo desideriamo? – sopravvivere.

A differenza delle società umane, infatti, organizzate in modo piramidale e gerarchico, le piante offrono un modello di cooperazione fondato sul soccorso mutuo; ciò garantisce la continuità delle specie mediante il funzionamento di meccanismi equilibratori che agiscono in concerto costante.

Un po’ come le piante di cui parla il Prof. Mancuso, anche il gruppo questa volta ha agito in sostanziale concerto: le reazioni alla lettura del saggio La Nazione delle Piante sono state pressoché le stesse per tutti: interesse, piacere per la scoperta di molte nozioni finora sconosciute ed inquietudine per il noto panorama: riscaldamento globale, inquinamento, estinzione di specie vegetali ed animali, pandemie, guerre, desertificazione del suolo, carestie, minaccia nucleare, inerzia/impotenza di governi e organizzazioni preposte alla tutela dell’ambiente. La lista potrebbe continuare.

Un senso di generale pessimismo ha insomma accompagnato parte della conversazione, nella quale si sono levate opinioni sull’aspetto utopistico delle argomentazioni di Mancuso: il suo saggio infatti cerca di invitare il lettore ad assumere un ruolo di cooperante nei confronti della Natura, abbandonando quello di padrone.

Come ha giustamente rilevato un lettore, nel libro si segnala che la nostra specie rappresenta lo 0,01% della biomassa della Terra, mentre le piante ne costituiscono l’80%. La vera nazione è, senza dubbio, la loro. Ne consegue che le suddivisioni territoriali operate dall’uomo non abbiamo nulla a che vedere con la realtà o con l’utilizzazione del suolo esercitata dalle specie vegetali. Ciò che potremmo fare è imparare da loro:

Ho immaginato che le piante, come genitori premurosi, dopo averci reso possibile vivere e resesi conto della nostra incapacità di svilupparci autonomamente, corrano di nuovo in nostro soccorso, regalandoci delle regole – in verità, la loro stessa costituzione – da seguire come vademecum per la sopravvivenza della nostra specie.

In presenza di tali genitori, una lettrice ha affermato di essersi sentita «piccola come il più piccolo dei licheni»: un buon punto di partenza per trovare il proprio luogo nel mondo. Tra le molte nozioni che espone, infatti, il libro include anche la nostra piccolezza, non tanto (non solo) per umiliare la nostra presunzione ma per ricondurre la nostra specie ad un livello in cui, invece di dar fastidio al pianeta, potremmo essergli utili, facendo un grande favore anche a noi. L’intento è di invogliarci a collaborare.

Di qui che sia particolarmente giusta l’osservazione di una lettrice la quale, ricordando il concetto di responsabilità individuale cui ci richiama l’autore, ha affermato che alcune cose sono state fatte ma molte altre rimangono da fare. Nel nostro piccolo, se ad esempio trapiantiamo in un giardino mediterraneo un albero proveniente da regioni del nord, non abbiamo garanzie sulla sua sopravvivenza. Da noi dipende quindi collaborare dando alle piante il luogo e le cure adeguate. In questa stessa linea, un’altra lettrice ha condiviso la sua esperienza, parlando di piante che alla sua amorevole attenzione hanno risposto crescendo in salute e longevità.

Nel corso della sessione sono stati ricordati eventi quali la riunione del Club di Roma nel 1972, in cui un’associazione di scienziati ha previsto le criticità del pianeta e calcolato i limiti della crescita umana; o anche, nel quadro di iniziative per la tutela del clima, l’Accordo di Parigi del 2015. Così pure, è stato menzionato il parametro Earth Overshoot Day (eod), conosciuto anche come «giorno del debito ecologico».

In questo senso, una lettrice ha citato il seguente brano:

Il mondo vegetale segue la semplice regola di crescere fin che è possibile farlo, in accordo con la quantità di risorse disponibili. In altre parole, quando i mezzi scarseggiano, la crescita si riduce. L’insana idea che sia possibile crescere indefinitamente in un ambiente che dispone di risorse limitate è soltanto umana. Il resto della vita segue modelli realistici.

Un’altra lettrice ha ricordato il global warming come fenomeno cui non è stata prestata attenzione nonostante l’allarme dato ripetutamente dalla comunità scientifica, di cui la lettrice stessa ha fatto parte per anni. Di qui il pessimismo cui si accennava sopra.

Alcuni commenti si sono soffermati sulla capacità del mondo vegetale di muoversi: un albero non si sposta fisicamente, ma esistono meccanismi che permettono alle specie vegetali di riprodursi in climi o ad altitudini diverse, mostrando così la grande capacità di adattamento delle piante.

A questo proposito è stata più volte citata anche l’esposizione di Mancuso sul darwinismo, che a detta dell’autore viene erroneamente interpretato come la legge del più forte: secondo una corretta lettura delle teorie di Charles Darwin, infatti, la sopravvivenza di una specie nel pianeta dipende dalla capacità di quella stessa specie di adattarsi alle trasformazioni che avvengono intorno a lei: non il più forte ma il più idoneo.

Infine il contributo di un lettore di formazione scientifica: il mondo, cui cerchiamo di dare un ordine stabile, è in realtà un fenomeno in continua trasformazione, al punto che il confine tra mondo vegetale e mondo animale, se osservati da vicino nei più minuti scambi e funzioni, può ridursi fino a sfumare del tutto. Ogni tentativo di imbrigliare la realtà per poterla padroneggiare è insomma destinato a fallire.

La natura vuole sempre l’ultima parola

scrive Mancuso: che ci piaccia o no, non siamo noi a comandare; possiamo però imparare a collaborare.

Grazie a tutti per la sempreverde partecipazione e a risentirci più in là,

Ludovica

2 commenti

  1. Ho trovato molto effettiva questa citazione di Mancuso: “l’unico posto dell’universo che conosciamo in grado di ospitarla (la vita), é considerata dall’uomo né più ne meno che una semplice risorsa; da mangiare, da consumare”
    Come si ha detto nella sessione, la Terra non sparirà perché noi consumiamo le sue risorse, la inquiniamo, etc, ma siamo noi che spariremo perché la vita non sarà più possibile.
    La sessione è stato piuttosto pesimista perché, si ha detto, é poco quello che si può fare individualmente o localmente, ma secondo me, questo poco serve al meno a fare la vita più comoda, per esempio, città, fiume, energie, più pulite.

    1. Grazie, Anna Maria, per la citazione e il commento. In effetti è così: il nostro atteggiamento generale, come specie, è di puro uso e consumo. Ma è anche vero, come indichi, che possiamo fare qualcosa a livello individuale. Durante il periodo del lockdown, nel 2020, abbiamo visto come il solo fatto di cambiare le nostre abitudini riducendo i consumi poteva produrre effetti ristoratori nell’ambiente; per esempio, le acque di molte zone urbane tornavano a vedersi limpide.

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