La Roma di Pier Paolo Pasolini: il Tevere

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La Roma di Pier Paolo Pasolini: il Tevere

Nel centenario della nascita di di Pier Paolo Pasolini (1922 -1975), ricordiamo la Roma descritta dall’autore con immagini del Tevere tratte da Ragazzi di vita

Quest’anno si celebra il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (1922 -1975). Autore caro alle lettrici e ai lettori del Club “Se Una Notte ..”, con i quali molti sono stati i dibattiti intorno a Ragazzi di vita, pubblicato per la prima volta nel 1955.

Le pagine intense, i ritratti umani, giustamente avvicinati alle pitture del Caravaggio, le immagini della Roma sottoproletaria – sia quella dell’immediato dopoguerra sia quella degli anni del «boom» economico -, fanno di questo romanzo un vivido documento visivo oltre che testuale, una testimonianza commovente nella sua pietas quanto severa nella sua denuncia.

Riportiamo qui alcuni brani dal romanzo in cui vediamo la Roma descritta dall’autore. Siamo in apertura di romanzo e il Riccetto si trova con i suoi amici sul Tevere nei pressi dell’Isola Tiberina dove i ragazzini, rumorosi e rissosi, si tuffano e fanno il bagno. Queste pagine introducono il noto episodio del salvataggio, da parte del Riccetto, di una rondine che si dibatte nella corrente; l’episodio fa da contrappunto ad un altro, posto nella parte finale del libro, in cui Genesio muore annegato nei gorghi del fiume, da cui il Riccetto rinuncia invece a salvarlo.

“Era ancora prestissimo: le una e mezza, nemmeno, e a Roma nonc’era che il sole.

Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all’Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l’aria era tesa come la pelle d’un tamburo. In quel silenzio, tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti di cui veniva giù pieno. I primi a arrivare, dopo che verso le due se ne furono andati sei o sette impiegati ch’erano rimasti sempre fermi sullo zatterone, furono i riccioloni di Piazza Giudia. Poi vennero i trasteverini, giù da Ponte Sisto, in lunghe file, mezzi ignudi, urlando e ridendo, sempre in campana per menare qualcuno. Il Ciriola si empì, fuori, sulla spiaggetta sporca e, dentro, negli spogliatoi, nel bare, nello zatterone. Era un verminaio. Due dozzine di ragazzi stavano radunati intorno al trampolino. Cominciarono i primi caposotti, i pennelli, i caprioli. Il trampolino non era alto che un metro e mezzo, poco più e ce la facevano a tuffarsi pure i ragazzini di sei anni. qualcuno, passando per Ponte Sisto, si fermava a guardare. Pure in cima al muraglione del lungotevere, a cavalcioni sulle spallette su cui sviovevano i platani, qualche ragazzetto senza grana per scendere, stava a guardare. I più stavano ancora distesi sulla rena o su quel po’ d’erba arruzzonita ch’era rimasta sotto il muraglione.

«Er primo l’urtimo!» gridò, a quelli che stavano sbragati intorno, un moretto piccolo e peloso, alzandosi in piedi: ma gli diede retta solo il Nicchiola che partì con la sua schiena curva e storcinata, e si lasciò cadere nell’acqua gialla con le gambe e le braccia larghe sbattendo con le chiappe. Gli altri, facendo schioccare la lingua con aria di disprezzo, dissero al moretto: «E lèvate!», poi, dopo un po’, ciondolando pieni di fiacca, s’alzarono e come un branco di pecore si spostarono, su verso lo spiazzo di sabbia sotto la cannofiena, davanti al galleggiante, a guardarsi il Monnezza, che coi piedi sulla sabbia rovente, e rosso per lo sforzo sotto le due sfere, stava sollevando il peso da cinquanta chili in mezzo a un reggimento di ragazzini. Al trampolino se ne restarono solo il Riccetto, Marcello, Agnolo, e pochi altri con il cane, ch’era il beniamino di tutti. «Beh?» fece Agnolo con aria minacciosa agli altri due. «Li mortacci tua», disse il Riccetto, «che, c’hai prescia?» «Ma li mortacci tua», disse Agnolo, «e che semo venuti a ffà?» «Mo se famo er bagno», disse il Riccetto, e se ne andò in pizzo al trampolino a guardare l’acqua.

Il cagnoletto gli andò dietro. Il Riccetto si voltò: «Venghi pure tu?» gli disse affettuoso e allegro, «venghi pure tu?» Il cane guardandolo in viso scodinzolò.

«Te voi fà er caposotto, eh?» disse il Riccetto. Lo prese per il pelo e lo spinse sull’orlo: ma il cane si tirava indietro. «Tenghi paura», disse il Riccetto, «beh, nun te lo faccio fà er caposotto, va!» Il cane continuava a guardarlo tutto trepidante. «Ma che voi da me?» continuò il Riccetto con aria di protezione, chinandosi, «brutto sciammannato d’uno spinone!» Lo accarezzava, gli grattava il collo, gli metteva la mano tra i denti, lo tirava. «A brutto, a brutto!» gli gridava affettuosamente. Il cane però sentendosi tirare aveva un po’ di paura e saltava indietro.

«None», gli disse allora il Riccetto, «nun te ce butto a fiume!» «Te lo fai sto caposotto, a Riccè?» gli gridò ironico Agnolo. «Famme fà prima na pisciata», rispose il Riccetto e corse a pisciare contro il muraglione: il cane gli venne dietro e stette a guardarlo con gli occhi lucidi e la coda irrequieta.”

Tratto da Ragazzi di vita (Garzanti 2011).

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