Chi sono state le nostre madri? “L’amore molesto” di Elena Ferrante

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Chi sono state le nostre madri? L’amore molesto di Elena Ferrante

Chi sono state le nostre madri? L’amore molesto di Elena Ferrante si interroga sulla loro (forse) segreta identità

Ne L’amore molesto, Elena Ferrante esplora il rapporto tra una figlia e la madre misteriosamente scomparsa, scavando nei ricordi e nei conflitti dell’infanzia.

L’amore molesto di Elena Ferrante (Napoli 1943) affronta il tema del rapporto di una donna con la propria madre. In una Napoli rumorosa e maledorante, gravata da un cielo costantemente plumbeo, la protagonista Delia rivisita i luoghi dell’infanzia e della giovinezza, scavando nei propri ricordi e nei conflitti con sua madre Amalia. L’uso della prima persona rende più drammatica la narrazione: nel corso delle 176 pagine che costituiscono il romanzo, Delia opera un vero e proprio inseguimento alla ricerca della reale identità di Amalia. Chi è stata sua madre? Quali amori, quali sorrisi, quali gioie segrete ha provato come donna, lontano dallo sguardo della stessa Delia e delle sue sorelle?

Il romanzo prende avvio dal funerale di Amalia, misteriosamente annegata nelle acque antistanti la spiaggia di Minturno. Osservando i personaggi presenti alle esequie, senza quasi avvedersene Delia inizia un’indagine che la porterà a ricucire i nessi sfilacciati di un passato più volte rinnegato (nel libro la narratrice afferma di detestare Napoli) e dunque del suo rapporto con la madre. La ricerca dell’Altro diverrà inevitabilmente ricerca di sé, e Delia finirà per ritrovare nei propri lineamenti le tracce di quell’amore materno così detestato e così anelato a un tempo, confessando infine a se stessa una verità a lungo sepolta nella coscienza: ovvero quella di essere stata, ancora bambina, l’autrice della menzogna che aveva scatenato su Amalia la violenza del padre e forse quella di altri uomini.

Presentiamo qui uno dei brani che ritraggono Delia nella sua ricerca. Siamo nei pressi di un cavalcavia dove Amalia, allora giovanissima, soleva passare per consegnare il lavoro alle clienti.

Il cavalcavia era rimasto lì fin da quando Amalia aveva sedici anni. Lei doveva percorrere quei tunnel freschi e ombrosi, quando andava a consegnare i guanti. Mi ero sempre immaginata che li portasse nello spazio che mi stavo lasciando alle spalle, in una vecchia fabbrica con tettoia a tegole che ora mostrava l’insegna della Peugeot. Ma certamente non era così. Del resto cosa era così? Non esisteva più gesto o passo che, rimasto tra le pietre e l’ombra, le stesse di allora, potesse aiutarmi. Sotto il cavalcavia Amalia era stata inseguita da sfaccendati, ambulanti, ferrovieri, muratori che addentavano pagnotte imbottite di broccoli e salsicce o bevevano vino dai fiaschi. Raccontava, quando le andava di raccontare, che la incalzavano fianco a fianco, spesso respirandole nell’orecchio. Cercavano di sfiorarle i capelli, una spalla, un braccio. Lei teneva gli occhi bassi e affrettava il passo. A volte scoppiava a ridere non riuscendo più a trattenersi. Dopo cominciava a correre più veloce dell’inseguitore. Come correva: pareva che giocasse. Mi correva nella testa. Era possibile che io stessi passando  di là portandola dentro il mio corpo invecchiato così impropriamente vestito? Era possibile che il suo corpo di sedicenne, vestito d’una veste a fiori fatta in casa, passasse per la penombra servendosi del mio, attento a scansare agilmente le pozzanghere, di corsa verso l’arco di luce gialla che conteneva l’anacronismo di una pompa di benzina Mobil?

Forse, alla fine, di quei due giorni senza tregua importava solo il trapianto del racconto da una testa all’altra, come un organo sano che mia madre mi avesse ceduto per affetto. Anche mio padre l’aveva braccata per quel tratto di strada, poco più che ventenne. Amalia raccontava che, a sentirselo alle calcagna, si era spaventata. Non era come gli altri, che le parlavano di lei cercando di lusingarla. Lui le parlò di sé: si vantò delle cose straordinarie di cui era capace; disse che voleva farle un ritratto, forse per provare com’era bella e com’era bravo. Accennò ai colori che le vedeva addosso. Quante parole andate chissà dove. Mia madre, che non guardava mai in faccia nessuno dei suoi molestatori e mentre le parlavano stentava a non ridere, ci diceve che l’aveva guardato di sbieco una volta sola e aveva subito capito. Noi, le figlie, non capivamo. Non capivamo perché le fosse piaciuto. Nostro padre non ci pareva affatto d’eccezione, disfatto com’era, ingrassato, calvo, mal lavato, i pantaloni cascanti imbrattati di colore, sempre ringhioso per le miserie d’ogni giorno, per i soldi che lui guadagnava e Amalia – ci gridava – buttava dalla finestra. Tuttavia, proprio a quell’uomo senza mestiere nostra madre aveva detto di venire a casa, se voleva parlarle: lei non faceva l’amore di nascosto; non l’aveva mai fatto con nessuno. E mentre cominciava a «fare l’amore», io l’ascoltavo a bocca aperta, tanto mi piaceva la storia di quel momento, senza seguito, bloccata a quel punto prima che continuasse sciupandosi. Ne conservavo suoni e immagini. Forse adesso ero sotto quel cavalcavia perché suoni e immagini si rapprendessero di nuovo tra le pietre e l’ombra, e di nuovo mia madre fosse incalzata dall’uomo con cui avrebbe fatto l’amore, che l’avrebbe coperta col suo cognome, che l’avrebbe cancellata col suo alfabeto.”

Elena Ferrante (Napoli 1943) è nota al grande pubblico per la quadrilogia de L’amica geniale. L’amore molesto è stato pubblicato per la prima volta da Edizioni e/o nel 1992.

Ludovica Valentini

1 commento

  1. Maggio è il mese dedicato alla poesia e, nella nostra cultura, alla madre. Questo romanzo di Elena Ferrante fu la sua opera d’esordio: è interessante come la ricerca di sé passi spesso, se non sempre, attraverso la ricerca della madre. Il nostro mondo interiore si costituisce a partire da quel rapporto primordiale su cui è necessario tornare, sia che le madri siano ancora in vita sia, come nella narrazione di Elena Ferrante, che l’oggetto d’amore sia appena scomparso.

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