Maggio: voce di madre con Marcel Proust

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Maggio: voce di madre con Marcel Proust

Maggio: nel mese dedicato alla madre, ne ascoltiamo la voce così come viene evocata da Marcel Proust nella Recherche

Quando esce la tua traduzione di Proust? – mi diceva mia madre. – Io Proust non lo rileggo più da tanto tempo. Però me lo ricordo, è bellissimo! Mi ricordo Madame Verdurin! Odette! Swann! Madame Verdurin doveva essere un po’ come la Drusilla!

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare

Nella cultura italiana come in altre, maggio è il mese dedicato alle madri. Quale che sia la natura del nostro rapporto con loro – dolce, ribelle, conflittuale – il vincolo con le madri è sempre estremamente profondo. Alcuni hanno la fortuna di averle ancora accanto, altri le hanno perse forse in un tempo già lontano. Ciò che però rimane è il ricordo, di volta in volta vivificato attraverso questo o quel particolare del loro modo di essere, di esprimersi, di trattare noi bambini, giovani, adulti. Ogni tappa della nostra esistenza è in qualche modo legata alla loro, tanto se desideriamo affermarci con individui sottolineando la nostra unicità e differenza, quanto se individuiamo in noi stessi tratti e caratteristiche che a loro ci rendono simili.

Nel capolavoro di Marcel Proust (1871-1922), il centenario della cui scomparsa ricorre quest’anno, il rapporto dell’autore con la madre appare fin dalle prime pagine. Dolcissima, rigorosa, severa, colta, amabile con la servitù e la famiglia, Jeanne Weil, di facoltosa famiglia ebraica, è una delle figure principali cui l’io narrante della Recherche fa riferimento, vuoi per ricordarne ammirato le qualità vuoi per descrivere lo strazio che una sia pur minima separazione da lei provoca nell’animo dell’artista.

Riproduciamo qui alcuni brani tratti da Du coté de chez Swann, primo volume dell’opera, nella traduzione che ne rese Natalia Ginzburg (1916-1991) per l’editore Giulio Einaudi. Qui il protagonista, bambino, è a letto nella sua cameretta, e riesce insperatamente ad avere la madre con sé dopo averne desiderato la presenza durante tutta la sera, fino al punto di inviarle un messaggio attraverso la fedele cuoca. Messaggio a cui non v’è stata risposta: la madre, infatti, occupata a ricevere degli ospiti, si è rifiutata di andare di sopra a dare il bacio della buona notte al figlio, il quale rimane in vana, disperata attesa. Dopo aver congedato gli invitati, però, complice inconsapevole il padre del narratore, la padrona di casa finisce per accedere alla richiesta del bambino.

La troviamo nella sua cameretta, avendo già disposto con la domestica affinché questa appronti il letto che per quella notte, eccezionalmente, accoglierà la signora nella stanza infantile in compagnia del piccolo: agli occhi del narratore si tratta di un vero premio, molto più di quanto avrebbe potuto anche solo sognare di ricevere. La mamma si offre di leggergli un romanzo di George Sand, pseudonimo maschile della scrittrice francese Aurore Dupin (1804-1876), che la nonna «che non si rassegnava mai a comprar niente da cui non si potesse trarre un profitto intellettuale», ha regalato al nipote.

In questa rimembranza di momenti preziosi quanto agognati di condivisione, l’autore si dilunga sulla qualità della lettura della mamma, sulla sua voce ricca di modulazioni mediante cui tener dietro alle emozioni che il romanzo desidera suscitare. Ne emerge un ritratto femminile incentrato sulla dolcezza e sulla sensibilità.

La mamma sedé accanto al mio letto; aveva preso François le Champi, che, con la sua copertina rossastra e il suo titolo incomprensibile, aveva per me una personalità ben distinta e un’attrattiva misteriosa. Non avevo ancora mai letto veri romanzi. Avevo sentito dire che George Sand era il romanziere tipico. Questo già mi predisponeva a vedere in François le Champi qualcosa d’indefinibile e di delizioso. I processi narrativi destinati a suscitare curiosità o commozioni, certi modi d’esprimersi che risvegliavano l’inquietudine e la malinconia, e che un lettore un po’ istruito riconosce come comune a molti romanzi, mi apparivano semplici – a me che consideravo un libro nuovo non come una cosa che avesse molti simili, ma come una persona unica, senz’altra ragione d’esistere che in se stessa – un’emanazione conturbante dell’essenza particolare di François le Champi. Sotto quegli avvenimenti così quotidiani, quelle cose tanto comuni, quelle parole solite, sentivo come un’intonazione, un’accentuazione strana. Cominciò l’intreccio: esso mi parve tanto più oscuro in quanto a quel tempo, leggendo, spesso mi mettevo a fantasticare su tutt’altra cosa per delle pagine intere. E alle lacune che quella mia distrazione lasciava nel racconto, quando era la mamma a leggermi ad alta voce, s’aggiungeva il fatto che lei saltava via tutte le scene d’amore. […]

Se mia madre era una lettrice infedele, era anche, per le opere in cui sentiva gli accenti d’un sentimento vero, una lettrice ammirevole per l’interpretazione rispettosa e semplice, per la bellezza e dolcezza del suono di voce. Anche nella vita, quando non più opere d’arte ma esseri umani suscitavano così la sua pietà o la sua ammirazione, era commovente vedere con qual deferenza toglieva alla sua voce, ai suoi gesti, alle sue parole, quell’allegria scintillante che avrebbe potuto far male alla madre che in altro tempo avesse perduto una sua creatura, quella rievocazione d’una festa, di un anniversario che al vecchio avrebbe potuto ricordare la sua età avanzata, quel discorso, di natura domestica che avrebbe infastidito il giovane studioso. Nello stesso modo, quando leggeva George Sand, che spira sempre quella bontà, quella signorilità morale che la mamma aveva imparato dalla nonna a ritenere come superiori a tutto nella vita, e che io non le dovevo insegnare che ben più tardi a non ritenere ugualmente superiori a tutto nei libri, attenta a bandire dalla sua voce ogni meschineria, ogni affettazione che avrebbe potuto impedire a quel flusso potente d’esservi accolto, ella dava tutta l’affettuosità naturale, tutta l’ampia dolcezza che richiedevano, a quelle frasi che parevano scritte per la sua voce e che rientravano per così dire intere nel registro della sua sensibilità. Ella ritrovava per attaccarle nel loro giusto tono, l’accento cordiale preesistente che le ha dettate, ma che le parole non indicano affatto; grazie ad esso, attutiva di passaggio ogni crudezza nei tempi dei verbi, dava all’imperfetto e al passato remoto la dolcezza che è nella bontà, la malinconia che è nella tenerezza, guidava la frase che finiva verso quella che stava per cominciare, ora affrettando, ora rallentando il cammino delle sillabe, per farle entrare, nonostante le loro quantità differenti, in un ritmo uniforme, e insufflava a quella prosa così comune, una specie di vita sentimentale e continua.”

Quanti di noi possono ricordare con altrettanta precisione la voce della madre! Forse non necessariamente nell’atto di leggerci un romanzo, ma certamente nei suoi richiami, nell’avvisarci che è pronto a tavola, nell’intonare una canzone, nel ridere a una nostra battuta, nel venire vicino al nostro letto per rassettarci le coperte; ed anche nel momento – nell’infinità di momenti – in cui nostra madre si è chinata per darci il bacio della buona notte, quel prezioso, unico dono che il Proust bambino non cessò mai di desiderare.

L’immagine di copertina è di Giovanni Boldini (1842-1931).

Ludovica Valentini

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