Riepilogo aprile: “La città celeste”, di Diego Marani

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Riepilogo aprile: La città celeste, di Diego Marani

Presentiamo qu il riepilogo della nostra sessione di aprile, incentrata su La città celeste, di Diego Marani

Se sono tornato qui è perché ho capito che non era di Vesna né di Jasna che ero innamorato. Ma dei miei vent’anni, che qui sono andati in scena e ancora si replicano, come quegli spettacoli che restano sempre in cartellone, da una generazione all’altra e gli attori che vi recitano invecchiano nella loro parte, solo quella per tutta la vita. È la magia di questa città scontrosa, la mia città celeste, dove un giorno sono stato immortale.

Diego Marani, La città celeste

Ricordare i vent’anni: è ciò che uno dei lettori della nostra sessione di martedì 26 aprile ha giustamente notato. Si tratta di parole poste nel capitolo conclusivo del romanzo La città celeste, di Diego Marani (Ferrara, 1959), edito da La nave di Teseo nel 2021; ma sono collocate appunto solo alla fine di questa narrazione (che qualcuno ha trovato un po’ lunga, altri gradevole), la cui voce, per pagine e pagine, è quella di un giovane immerso nell’esperienza di un altrove.

Tale luogo “altro” è Trieste, città dove si incontrano culture e che terrà a battesimo l’esperienza universitaria del protagonista, le sue amicizie, i suoi amori. La scelta di Trieste come sede per gli studi (presso la scuola per traduttori e interpreti) risponde al bisogno di allontanarsi dalla vita della provincia e, con essa, dal padre. Così l’antica città asburgica si trasforma nel luogo delle possibilità, delle scoperte, della definizione di sé, mentre il patrimonio linguistico che la distingue è in grado di creare inaspettate interazioni.

Nel gruppo si è parlato degli aspetti autobiografici del romanzo (Marani ha realmente studiato a Trieste per formarsi come interprete) che però non diviene mai pura autobiografia: come spesso accade, la scrittura aiuta a rivelare se stessi senza esporre completamente o in modo cronologicamente esatto dati ed eventi personali. Ciò che conta è poter rivisitare quegli eventi e dar loro il senso nel nostro percorso, sul quale ora, come avviene alla fine del romanzo, il narratore-protagonista può gettare la luce della maturità. A questo proposito, una lettrice ha riportato il contenuto di un’intervista in cui Marani dichiara di aver potuto scrivere questo libro solo dopo la morte del padre. E di morte paterna si parla nella narrazione benché non venga affrontata se non nel particolare, giustamente notato, per cui il padre del protagonista chiede al figlio di aiutarlo a morire.

Come è stato rilevato, il romanzo offre un resoconto di avventure giovanili in una città particolare – “enigmatica” l’ha definita una lettrice – che si colloca alla confluenza di distinte influenze culturali. Vi sono presenti la Storia, con il ricordo dell’impero e dell’irredentismo, e la geografia, attraverso la vicinanza con la ex-Jugoslavia e la presenza della popolazione slovena. Un’altra lettrice ha sottolineato il concetto di “confine” presente nel libro, vissuto però con l’allegra leggerezza di chi varca la frontiera per avventura e non per obbligo o necessità: le esperienze di sconfinamento del protagonista si concludono con cene, con cibo contrabbandato, con insperate complicità con i poliziotti di frontiera, con rocamboleschi salvataggi di merce, il tutto vissuto, nel ricordo, con lo spirito di una cameratesca goliardia.

Alcune lettrici hanno ricordato quanto sia presente la casa in cui vive il protagonista: condivisa con gli amici e compagni universitari, l’appartamento vecchio e cadente diviene il luogo delle feste, degli incontri amorosi, dello studio, dei progetti e dei grandi dibattiti, delle automobili dalle chiavi condivise, usate da tutti per tutti gli scopi; e c’è stato chi ha affermato di aver ricordato, grazie a Marani, i propri anni accademici.

Per un lettore, l’esperienza del protagonista si è rivelata affine alla propria: cambiare città per allontanarsi dalla casa paterna, compiere i propri studi, apprendere una o più lingue nuove, trovare se stesso e il proprio percorso ad opportuna distanza dalle pressioni familiari, tutto questo si è avverato anche nella sua gioventù. In questo senso, è valsa per tutti la definizione di una lettrice secondo cui La città celeste è un romanzo “di formazione”, “di crescita”.

Ma sulla frontiera e sulla presenza slovena a Trieste è stato detto di più: da una parte, è palese nel libro la mancata integrazione del gruppo sloveno con la componente italiana della città, integrazione assente anche in senso contrario; per il protagonista è assai difficile apprendere lo sloveno, e quando il narratore tenta di memorizzare i versi di alcune canzoni, sembra che la comunità non apprezzi i suoi sforzi; un lettore ha citato la seguente frase del testo: “imparare la loro lingua per gioco era un’offesa inaudita.” E inoltre, vi è stata per qualcuno l’aspettativa – delusa – di trovare nel romanzo riflessioni sulla nozione di confine, su ciò che può significare in una o più comunità umane l’esistenza di quella linea territoriale, geografica, politica, statuale che esclude ma anche, inevitabilmente, avvicina.

A questo proposito, è stato osservato da più lettrici e lettori che, se il confine viene tracciato per dividere, tale separazione ha però l’effetto di suscitare un maggiore interesse verso l’altra parte. Tutto ciò che si trova oltre la nostra possibilità immediata di accesso crea in noi un impulso a raggiungere proprio quei luoghi che ci sono vietati o che possiamo raggiungere solo in modo limitato, regolato o, in alcuni casi, a costo di superare ostacoli. Di lì che i ricordi di varie lettrici e lettori siano andati proprio ai loro passati soggiorni in zone di frontiera nelle quali superare il limite nazionale rappresentava non solo un’esperienza gratificante, un viaggio in luoghi spesso più seducenti di quelli lasciati alle spalle, ma anche un elemento grazie al quale le culture geograficamente vicine sembravano dare il meglio di sé: come nel caso delle ricchissime varietà gastronomiche osservate da molti nelle zone di confine, dove è viva la commistione linguistica e culturale tra etnie o stati diversi.

Trieste dunque: questa città definita “celeste” perché luogo del mito, del tempo sospeso, dell’immortalità giovanile così piena di promesse, costituisce non solo l’occasione per separarsi dalla personalità paterna ma anche il passaggio al mondo contraddittorio e vario dell’esperienza totale del mondo. Trieste non è ancora del tutto Italia, sembrerebbe dire questa città dal passato imperiale nel momento in cui il protagonista vi arriva; è quindi molto più che una città qualunque dove si va a studiare: è il tuffo nel vortice dell’esistenza, nel caos, nella coesistenza di opposti, di amori impossibili e di possibilità molteplici, come i progetti che nascono nella casa di via San Nicolò.

Ed è anche città della pazzia, come insinua il narratore ricordando gli anni in cui, grazie alla legge 180, in Italia i manicomi vennero chiusi e il disagio mentale fu trattato nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale. Su questo tema importante non ci siamo soffermati, benché il protagonista de La città celeste ci spieghi come a tratti egli stesso sembri manifestare una sorta di comportamento ossessivo, descritto con toni autoironici, certo, ma non per questo meno convincente: lo si vede ad esempio nell’innamoramento – smisurato oltre che consecutivo – nei confronti delle due sorelle Vesna e Jasna Kovač; per i curiosi diremo che tale elemento che, come si è visto, prende corpo come tornante linguistico e stilistico orientato all’esagerazione e alla follia, fa la sua comparsa in altre opere dell’autore.

Non ci siamo dilungati troppo nemmeno sulla bora triestina, le cui raffiche compaiono nelle pagine che abbiamo condiviso. Ma in un’epoca come quella attuale, in cui per l’appunto una strana follia dilaga nell’est dell’Europa (e non solo), e venti di guerra soffiano ovunque, è probabile che le parole di Marani troveranno maggior spazio in discussioni future. Del resto, a una lettrice che ci raggiungeva da Buenos Aires il libro è piaciuto “moltissimo”, forse anche per queste ragioni.

Tra gli autori di origine triestina o che hanno scritto riguardo a Trieste, citati nella nostra sessione e letti dal Club, ricordiamo: Italo Svevo (1861-1928), Claudio Magris (1939), Marisa Madieri (1938-1996), Scipio Slataper (1888-1915), Fausta Cialente (1898-1994), Giani Stuparich (1891-1961); del poeta triestino Umberto Saba (1883-1957) sono invece i versi con cui Diego Marani apre significativamente il romanzo:

Trieste ha una scontrosa / grazia. Se piace, / è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi / per regalare un fiore; / come un amore / con gelosia.

Con la sua grazia aspra e il suo inconfondibile azzurro, Trieste ci accompagnerà ancora. Grazie a tutte e tutti per i commenti e la vostra partecipazione e a risentirci più in là,

Ludovica

1 commento

  1. Serata intensa con il gruppo: dal “non mi ha entusiasmato” al consueto interesse (cui ho assistito tante volte) che la condivisione dei testi riesce sempre a provocare, trasmettendo a ciascuno il senso di aver scoperto e interiorizzato, grazie agli altri, di più.

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