La città celeste di Diego Marani

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La città celeste di Diego Marani

Ne La città celeste, Diego Marani ricorda l’esperienza universitaria e giovanile a Trieste, città all’incrocio di molte culture.

L’università, le amicizie, le avventure giovanili, la lontananza dalla casa paterna, l’indipendenza; così pure la scoperta di Trieste, una città posta all’incrocio di nazionalità distinte, lo studio di lingue e culture diverse che portano con sé le grandi domande; e poi i campeggi, i viaggi oltre confine, il mare, il Carso, i primi amori. La città celeste, romanzo di Diego Marani (Ferrara 1959) è una di quelle opere in cui si avverte il percorso della memoria da parte di chi, giunto agli anni della maturità e della consapevolezza, rivisita le proprie esperienze formative, cogliendone il senso nel disegno di un destino. La scrittura chiara di Marani, attento ai particolari e alle caratteristiche di ogni luogo e di ogni personaggio, fa rivivere al lettore il ricordo di anni lontani, di legami nati e poi cresciuti, oppure scomparsi, di giorni e momenti pieni di energia, di allegria, di sana pazzia, di luce o di maliconia che preannunciano il futuro, vagheggiato e ignoto, che alla fine degli studi si dovrà per forza affrontare.

Qui di seguito riproduciamo alcuni brani del romanzo. Dopo la pausa estiva trascorsa in famiglia a Ferrara, il narratore torna a Trieste per un nuovo anno accademico e qui ritrova dapprima la casa che divide con i compagni di studio, poi i luoghi che hanno contraddistinto il primo amore della sua giovinezza: Vesna Kovač, studentessa slovena, rappresentante di una delle minoranze culturali così proprie della storia triestina. Qui l’ardore della stagione precedente, mai corrisposto, è già divenuto ricordo, immagine di cartolina. Il senso del tempo trascorso, di quel tempo che sembra emanare a fiotti dalla vita quando ci troviamo al principio del nostro cammino, e che poi pare sfumare, ridursi, contrarsi man mano che procediamo verso il tramonto, è una delle preziose qualità della narrazione di Marani, cui si unisce una capacità ironica che in altre pagine di questo romanzo – e in altre opere dell’autore – è capace di sfiorare perfino il grottesco.

“I ritorni a Trieste avevano sempre il sapore di un nuovo inizio. Quei mesi di ottobre ci sentivamo ripuliti, purgati, un po’ più maturi e avevamo l’impressione di vedere più chiaramente il nostro futuro. Ancora di più per me quel ritorno annunciava grandi cambiamenti. A giugno avevo finito gli esami e ora mi restava solo la tesi. Era come se mi avvicinassi a una soglia oltre la quale la vita vera mi si sarebbe parata innanzi come una cascata dove bisognava tuffarsi. Non c’era ritorno, non c’era correzione possibile. Tutto si giocava come una partita alle carte, in poche mosse veloci, nella fortuna che ci era toccata in sorte ma anche nell’abilità del gioco. I giorni passati a casa in famiglia mi facevano sentire sempre più estraneo a quel posto e al passato che racchiudeva. Lo guardavo ora da lontano, come un’altra vita che lì si era consumata e spenta mentre quella vera pulsava altrove, lassù a Trieste, nella casa di via San Nicolò. La ritrovavamo dopo l’estate, anche lei più affezionata, più accogliente. Eravamo certi che le eravamo mancati nei lunghi mesi estivi e ci rincuorava ritrovare i suoi odori di intonaco umido e di legno vecchio, i suoi familiari scricchiolii e la luce delle diverse ore del giorno che pioveva dentro dalle finestre rifrangendo sui muri la città di fuori. Senza vederla, da stare là dentro la immaginavamo, gremita di gente nell’ora del passeggio, vuota e silenziosa nei dopopranzo, popolata di vaghe ombre nelle sere tiepide. Poi le andavamo incontro, ne riprendevamo possesso senza sapere che la nostra con lei era una storia d’amore e sono certo che lei ci riconosceva, che la piazza sul mare si allargava in un abbraccio vedendoci arrivare, che il molo là in fondo si scuoteva per salutarci e ci aspettava, più tardi, quando l’ora era propizia alla fantasia e al sogno, quando la notte apriva tutte le porte e si poteva andare dentro e fuori da tutti i nostri miraggi o anche solo uno, fino in fondo, finché c’era posto per fantasticare. Per Trieste erano tutte vere le nostre visioni, anzi altre ne suscitava lei, prendendo spunto da quello che eravamo capaci di inventare noi. E come sarebbe potuto essere altrimenti sul palcoscenico che lei ci offriva dove ogni travestimento era possibile e ogni domani lungo un’eternità?

Mi piaceva in quei pomeriggi non più caldi andare a Barcola e da lì pattinare fino al castello di Miramare lungo la passeggiata che sovrastava la riva e che in quella stagione non era più ingombra di bagnanti. I pattini a rotelle erano una mia passione giovanile. Ci avevo corso a lungo da bambino sui marmi della mia città e provavo ancora soddisfazione a praticare quella disciplina dove, al contrario del calcio, potevo vantare una certa abilità. Quel giorno il cielo era coperto da un sottile velo di nubi che lasciavano appena trapelare il sole. Sulle pendici del Carso la vegetazione cominciava a rosseggiare, il mare era immobile, solcato appena da onde pesanti e un’aria d’autunno calava sulla città. A poca distanza da lì saliva la stradina che raggiungeva la casa di Vesna, ma non ci avevo neppure badato mentre pattinando vi ero passato accanto. Solo prima dell’estate, arrivando in città con il treno mi appostavo contro il finestrino per attendere la svolta dopo la quale per qualche istante si intravedeva la casetta gialla, la terrazza fiorita della signora Dunja, le arnie del signor Bogdan, il suo orto tutto ordinato. Assorbivo quella visione con gli occhi come per impregnarmene, per farla più mia. Ora quel paesaggio prima tanto evocatore era diventato una logora cartolina.

La città celeste è stato pubblicato da La nave di Teseo nel 2021.

Ludovica Valentini

4 commenti

  1. Leggere la tua recensione mi ha fatto sentire un po’ meno il fatto di non essere collegata alla riunione di oggi.
    Grazie tante

    1. Cara Viv, grazie delle tue parole- Oggi esce il Riepilogo della sessione di martedì 26, vedrai che anche la tua partecipazione “a distanza” è stata inclusa. Un abbraccio grande e buon proseguimento.

  2. La città Celeste – di Diego Marani
    Dopo aver leto il libro e il meticoloso riepilogo de Ludovica, solo posso agiungere
    che la madre de Marco solo appare nel momento che il figlio riceve la Laurea.D’altra
    parte il padre decide la vita e la morte.
    Trieste é la città degli scritori.
    James Joyce, Stendhal, Rainer Maria Rilke,
    Claudio Magris ( l’ho visto scrivere al Caffé
    San Marco. Ci sono 5 Caffé letterario a Triestre
    Caffè. Tomaso, C. Urbanis, C.Degli Specchi,
    C. Stella Polare, C. San Marco.
    Buon viaggio, buona lettura, buon caffè

    1. Cara Carme, grazie della tua annotazione: è vero, non si parla quasi per nulla della madre del narratore mentre cospcicue sono le riflessioni rispetto al padre. Grazie anche per aver segnalato gli scrittori non italiani che pure apparengono a Trieste, nonché per i caffè che giustamente metti nell’elenco: con il bellissimo capitolo dal titolo “Caffè San Marco” si apre per l’appunto MICROCOSMI, uno dei libri di Magris che abbiamo letto con il Club e che va giustamente ricordato.

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