La Milano viscontea nelle pagine di Maria Bellonci (3)

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La Milano viscontea nelle pagine di Maria Bellonci (3)

Continua la descrizione della Milano viscontea, che Maria Bellonci mutua dalla cronaca di Bonvesin della Riva

Proseguiamo con le pagine di Maria Bellonci (1902-1986) tratte dal racconto Tu, vipera gentile, in cui si parla della Milano viscontea intesa tanto nelle sue architetture e strade quanto nella vivace società, dedita ai commerci, che vi abita o transita per le sue vie. Nelle descrizioni della città, l’autrice fa ampio riferimento all’opera De magnalibus civitatis Mediolani, del frate francescano Bonvesin della Riva, redatta nel 1288.

Una città di torri, di campanili, di strade ben lastricate affollate di cittadini, di monaci, di artigiani, di armati. Soprattutto una città di traffici, dove i mercanti formavano la corporazione forse più antica d’Italia, conosciuta fin dal 1159. Quei mercanti erano davvero il nerbo della Lombardia; viaggiavano di continuo, bene accolti e desiderati nelle maggiori fiere d’Europa concludendo con re, principi e comunità di cittadini, gli accordi economici che mutano a poco a poco la vita del mondo. Avevano fama di gente estremamente capace e fidata, due attributi che non vanno spesso insieme. Bonvesino non può resistere al piacere di presentare i suoi concittadini: «Gli abitanti d’ambo i sessi sono d’una statura piuttosto alta, ilari e benigni nell’aspetto; sono sinceri, incapaci di trattare con malizia i forestieri, e perciò anche tra le genti straniere sono più apprezzati degli altri. Vivono con decoro e con ordinata larghezza. Vestono con eleganza, le loro donne sono splendenti di gioielli come regine… Dovunque si trovino in patria e fuori spendono largamente, sono dignitosi e piacevoli… Sono prima di ogni altro popolo religiosi…».

Religiosità autentica, seppure i partiti avversi agissero sempre in onore del Cielo; nemmeno a dirlo, in ogni occasione popolo e nobili invocavano Dio dalla loro parte. Bonvesino a questo punto capisce di aver detto troppo e ammette che tra i milanesi esistono anche l’odio, il tradimento, le discordie, le violenze; ma risponde subito che anche tra i dodici apostoli ci furono dissensi, ci fu il tradimento di Giuda, e ci fu anche uno che per tre volte rinnegò Gesù Cristo; e non per questo gli apostoli sono meno venerandi. Ad un altro immaginario interlocutore che gli chiede perché mai le buone qualità dei milanesi non valgano a reprimere la nequizia, replica: «Perché troppo spesso i figli delle tenebre sono più intelligenti e scaltri nell’iniquità che i figli della luce nelle buone opere».

Chiamate dalle parole sorgono così le immagini delle discordie, delle violenze, dei tradimenti di quei «figli delle tenebre», gli uomini, che Bonvesino vede annidarsi nel suo paradiso milanese. Quando il frate scriveva la sua cronaca finiva l’anno 1288 undicesimo della dominazione dell’arcivescono Ottone Visconti, primo dei dodici signori della casata viscontea. Il Comune milanese sta cedendo lentamente il passo alla Signoria sebbene il nome di signore sia ancora celato o da quello religioso di arcivescovo o da quello laico di capitano del popolo. Bonvesino non ha coscienza di questo passaggio e parla di libertà, la «benedetta libertà» per la quale nessuno oserà mai toccare Milano. E a suo modo ha ragione: né lui, né, probabilmente, la maggior parte dei milanesi vedono ancora in Ottone Visconti un fondatore di dinastia. Tutt’al più un capo, come lo erano stati tanti altri. Quando dice libertà, Bonvesino si riferisce agli stranieri che potevano sempre venir giù dalle Alpi; la mano imperiale germanica è il giogo duro al quale nessuno vuole assoggettarsi. La lotta tra fazioni poteva essere persino segno di libertà, lotta di famiglia, sebbene di sanguinosissima e a volte feroce famiglia. In più, Bonvesino ama il suo arcivescovo; non gli importa che sia ghibellino e che Milano sia sempre stata città guelfa; sa che quei termini sono ormai imprecisi e confusi. «Il nostro esercito non si accampa mai se non vede sventolare da un’antenna l’insegna della biscia» afferma il buon frate con orgoglio. E pare che lo veda, il verde serpente visconteo che inghiotte un rosso saraceno, su quello stendardo che il Comune, appunto, aveva concesso ad un Visconti valoroso in Terrasanta.”

Tratto da Tu, vipera gentile, di Maria Bellonci (Mondadori, 2017).

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