La Milano viscontea di Maria Bellonci (2)

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La Milano viscontea di Maria Bellonci (2)

La Milano viscontea nelle pagine di Maria Bellonci, che a sua volta attinge da quelle di Bonvesin della Riva

Nella vasta opera narrativa di Maria Bellonci (1902-1986), riportiamo alcune pagine tratte dal racconto Tu, vipera gentile, in cui si parla della Milano viscontea così come ci viene descritta dal terziario francescano Bonvesin della Riva nella sua cronaca De magnalibus civitatis Mediolani, redatta nel 1288. Continua qui il commento di Maria Bellonci che attinge con ampiezza di particolari dalle pagine del frate.

“Le Maraviglie di Milano rimangono comunque per noi un documento insostituibile. Nella varietà dei regimi politici, nello scontrarsi e formarsi di stati piccoli e minimi, nel rapido apparire e scomparire e cambiar di colore delle fazioni, in tutto quel tramestio di combattimenti, di vendette, di torture, di ribellioni e di violenze, la voce di Bonvesin della Riva vuol testimoniare al presente un vivido terzo mondo tra religioso e comunale armonizzato nel nome di Milano. Milano, il più grande centro dell’Italia settentrionale, la seconda Roma come allora si diceva. La laude del sole dell’aria e dell’acqua diventa nelle parole del frate, nutrito di buon francescanesimo, una lode civica che comincia dalla forma rotondeggiante della città derivata dall’antico villaggio gallico (e dicono che nei tempi più remoti la circondasse una siepe di biancospino). Forma circolare, forma perfetta. E c’è una sottintesa rivalsa su Roma quando Bonvesino si gloria che la sua città non sia circondata da paludi ma da sorgenti e da nitidi fiumi.

«In ogni casa un pozzo d’acqua viva» egli dice; e lietamente spiega che si tratta di acque naturali, eccellenti a bere, abbondantissime, un vero tesoro idrico. Ha accertato che a Milano più di seimila fonti vive forniscono acqua ai cittadini e moltissime sono di grato sapore e molto sottili. Esalta il clima della città mite e sano, non troppo freddo d’inverno, non troppo caldo d’estate. E continua: «Nel nostro territorio c’è abbondanza di biade, di vino, di frutta, d’alberi, di fieno e di ogni bene. In conclusione per il clima e per le acque e per la bellezza e la fertilità della pianura non potrebbe essere meglio situata. Lo provano con evidenza il gran numero di vecchi decrepiti che vi si incontrano, e per grazia di Dio il continuo aumento della popolazione e della prosperità».

Mandati avanti i vecchioni a dare il rassicurante saluto della longevità, Bonvesino entra nella città costruita, e descrive le mura fortificate, circondate da un fossato di acqua cristallina popolata di pesci, le porte ben munite e le pusterle solide fiancheggiate da torrrioni. In questa città medievale non c’è nulla di tetro; l’aria che vi circola è limpida e luminosa, le vie sono larghe con bei palazzi e decorose case private. Le case con ingresso sulla strada ammontano a circa dodicimila e tra queste ve ne sono molte dove abitano numerose famiglie con numerosa servitù. Degna della città è la corte del Comune: «Vi sorge nel mezzo un magnifico palazzo e vi si innalza una torre con quattro campane del Comune. Nel lato orientale c’è un altro palazzo, sede del podestà e del giudice, e all’estremità settentrionale una cappella dedicata al beato Ambrogio nostro patrono. Nel lato di mezzogiorno è un atrio dove si proclamano pubblicamente le sentenze dei condannati. S’innalzano in città edifici in forma di torri con più di duecento campane… Le chiese sono duecento con quattrocento altari… Se qualcuno volesse concedersi il piacere di riunire in uno sguardo la forma della città, la quantità e la bellezza dei palazzi e delle case private, salga sulla torre della corte del Comune; di lassù, dovunque rivolga lo sguardo, vedrà, meravigliato, cose meravigliose».

(continua)

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