La Milano viscontea nella pagine di Maria Bellonci

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La Milano viscontea nella pagine di Maria Bellonci

La Milano viscontea, ricca e vibrante, ci viene descritta nella pagine di Tu, vipera gentile, di Maria Bellonci

Maria Bellonci (1902-1986), grandissima penna del nostro ‘900, ideatrice del Premio Strega, ci ha lasciato una vasta opera narrativa di taglio storico e biografico: ne sono esempi Lucrezia Borgia (1939), I Segreti dei Gonzaga (1947), Rinascimento privato (1985). La sua affascinante scrittura poggia su solide ricerche che arricchiscono, educandolo, il lettore, inoltrandolo nelle vicende delle grandi dinastie che costituirono la Storia del nostro Paese: gli Estensi di Ferrara, i Gonzaga di Mantova, gli Sforza e i Visconti di Milano.

Il volume dal titolo Tu, vipera gentile riunisce per l’appunto tre racconti di tipo storico: il primo è ambientato nella Mantova del secondo ‘600; il seguente si snoda a cavallo tra Mantova e Milano nel secondo ‘400; il terzo infine, che prende le mosse da un episodio del primo ‘300, narra la nascita e lo sviluppo della dominazione viscontea a Milano, dai primi capitani del popolo fino all’avvento della signoria e all’estensione del potere sui restanti territori lombardi.

L’incipit del racconto ritrae due religiosi all’inizio del XIV secolo nell’atto di parlare con sprezzo della casata, da loro definita “vipera sorda, tirannica, eretica, anarchica”. La vipera viscontea, simbolo di Milano, è qui un emblema detestato. I due religiosi sono Bernard Guy, domenicano, autore di un trattato sulla pratica dell’Inquisizione, e Bertrand de la Tour, giurista e conterraneo di Giovanni XXII, primo pontefice eletto ad Avignone dopo la fuga del papato da Roma.

“Mosso da una rapinosa energia amministrativa, Giovanni XXII aveva mandato a Milano i suoi inviati a documentarsi sulle condizioni di quella città che piaceva tanto ai francesi, papa e re, ognuno per proprio conto e in sotterraneo accordo. Non solo la ricchezza di Milano, ma l’attività fermentante, il senso aperto di avventura commerciale affascinavano i teorici anche quando repugnavano alla costruzione teologica del loro spirito. Nelle istituzioni cittadine, per la verità altalenanti e complesse, i due curiali francesi vedevano solo disordine e ogni sorta di abuso. Non capivano la forza del glorioso Comune che, seppure da tempo diviso in due, comune dei nobili e comune del popolo, nutriva ancora i lombardi e trasmetteva loro la vitalità che è di ogni istituzione democratica perché include (o dovrebbe includere) con la presenza di ciascuno, il suo giudizio e la sua coscienza. […]

La muscolosa vitalità milanese si dimostrava in gran parte nei fitti commerci che i lombardi intrecciavano per tutta Europa, attirando la cupidigia degli oltremontani su Milano. Lo slancio lombardo verso la vita economica finiva per superare anche la diffidenza ecclesiastica: sicché capitò che durante la missione di Bernard Guy e di Betrand de la Tour non pochi mercanti riuscissero ad avere il permesso di andarsene in Oriente a commerciare con gli infedeli. Troppe concessioni, troppo facilmente largite e contributo minimo, commentò il papa; né finì tanto presto di rampopgnare sull’argomento i suoi inviati. […]

Escono i frati tornando per la loro via alla curia di Avignone. […] E intanto sul nostro affresco immaginario prende il loro posto un fraticello milanese, Bonvesin della Riva, terziario degli Umiliati, forse terziario francescano, iscritto alla Confraternita di Santa Croce. Maestro di grammatica, modesto, un po’ stravagante, allegro, devoto della Madonna e devotissimo della sua Milano. Chissà se nelle ricognizioni documentarie i due ecclesiastici francesi sfogliarono gli scritti già da tempo compiuti di Bonvesin de la Riva e specialmente il De magnalibus civitatis mediolani, il libro delle meraviglie di Milano? Forse no. Li allontanava da quelle pagine la qualità sostanziale di Bonvesino, naturalmente anticuriale, popolaresco e libero. […]

Dopo il quotidiano insegnamento [Bonvesin, ndr] usciva dalla sua piccola casa verso Porta Ticinese che abitò con le sue due mogli successive, Borghedisia e Floramonte, a riguardarsi Milano, solida, rossa, animata dalla sua gente robusta. Scriveva la sua cronaca con una passione che sembrerebbe ingenua se non riuscissimo a sentire sotto la pagina, con in una vibrazione remota, la pena di chi vorrebbe che tutto fosse secondo una propria idea di felicità collettiva; e più sente che le cose divergono, e più insiste su quella visione quasi per dare alle parole la concretezza della realtà.

(continua)

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