Manomettere le parole secondo Gianrico Carofiglio

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Manomettere le parole secondo Gianrico Carofiglio

Manomettere le parole secondo lo scrittore Gianrico Carofiglio: quando parole come democrazia, giustizia, libertà sono soggette a manipolazioni

In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento comune, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni. E – osserva Zagrebelsky – lo strumento privilegiato di questa circolazione sono le parole.

Gianrico Carofiglio, La nuova manomissione delle parole

Nel suo breve saggio La nuova manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio (Bari 1960) affronta un tema proprio di ogni epoca e particolarmente visibile nella nostra: quella del linguaggio come veicolo di indottrinamento ideologico ma anche strumento di libertà.

Da Socrate a Cicerone, da Dante a Shakespeare a Goethe, da T.S. Eliot a Orwell e a Paul Auster, da Lewis Carroll a Wittgenstein, a George Steiner, a Toni Morrison, a Bob Dylan e a molte e molti altri senza dimenticare la drammatica testimonianza di Primo Levi, l’autore chiama in causa intellettuali e studiosi di ogni epoca e cultura per invitarci ad una riflessione sulla lingua e sui pericoli inerenti al suo controllo da parte di questo o quel gruppo di potere. Rifacendosi al celebre esempio orwelliano di Oceania, dove il linguaggio viene meticolosamente ridotto ed intere aree semantiche cancellate per dare origine alla Neolingua, lo scrittore indica la minaccia insita in qualsiasi censura e manipolazione delle parole; questo uso consapevolmente distorto è la causa di ciò che potremmmo considerare l’estinzione di aspetti fondamentali di una lingua, con tutta la loro portata semantica ed evocativa, estinguendo così anche la libertà e la spinta vitale di una società e dei suoi valori.

Tragiche furono, come sappiamo, le conseguenze della manipolazione linguistica operata dal nazismo le cui astuzie, narra il libro di Carofiglio, vennero annotate dal filologo ebreo Victor Klemperer nell’opera La lingua del Terzo Reich. Allo stesso modo, il ventennio fascista in Italia comportò una censura sulle parole nonché l’esercizio del disprezzo e della propaganda verso alcuni gruppi, tra cui gli ebrei, con risultati altrettanto nefasti.

Uso deliberatamente distorto del linguaggio, attribuzione di significati nuovi e fuorvianti, tendenze che fanno il gioco di un particolare gruppo ideologico o di interesse: tutto questo l’autore vede accadere nuovamente nei decenni più recenti di storia della nostra Repubblica. Citiamo ancora dal libro:

Socrate, negli ultimi istanti della sua vita, raccomanda a Critone: “Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime”. E tuttavia il “parlare scorretto”, la progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose, è un fenomeno sempre più diffuso, in forme ora nascoste e sottili, ora palesi e drammaticamente visibili.

L’autore cita a questo proposito l’uso del turpiloquio da parte di alcuni gruppi ideologici e politici, nonché l’avvento, attraverso le reti sociali, della hate speech, ovvero dell’uso violento e intimidatorio della lingua con la reiterazione di insulti e minacce allo scopo di isolare l’avversario (ma anche il singolo cittadino eletto a capro espiatorio), sommergendolo nell’odio della massa urlante. Mediante un orientamento sapiente controllato da un abile ufficio di comunicazione, qualsiasi categoria sociale può divenire l’obiettivo del rancore altrui.

Carofiglio parla di “furto delle parole”, citando a questo proposito termini come democrazia e libertà; questi ed altri vengono quotidianamente travisati fino a rinnegare il principio stesso della convivenza democratica, secondo cui il raggio d’azione del nostro arbitrio si restringe in nome del bene comune. La libertà come partecipazione responsabile viene ignorata da alcuni gruppi e partiti che la identificano invece nel puro, bruto velleitarismo basato sul capriccio del singolo (il quale non sa di essere, qui più che altrove, semplice pedina di un gioco).

Importanti, nel saggio sono le riflessioni sull’aspetto morale della politica come arte di governo. Di qui che il linguaggio debba rispecchiare valori e norme etiche congiunte ad un senso profondo dell’onore, della dignità e del decoro – tutte cose a cui il presente del nostro Paese ci ha disabituato. L’autore dedica pagine a nozioni quali la vergogna e il suo contrario, la sfrontatezza osteggiata da tanti rappresentanti politici nostrani. La mancanza di scrupoli investe inoltre il linguaggio in uno dei suoi aspetti fondamentali per la salute di ogni democrazia, ovvero l’amministrazione della giustizia, altra parola-chiave del libro. E così, di pagina in pagina, l’autore giunge a dichiarare la necessità di una ribellione al conformismo linguistico, all’assuefazione ad un lessico impoverito e viziato per rivendicare invece una lingua – ed un pensiero – più ricchi, articolati ed autonomi, in grado di reagire ad ogni tentativo di appiattimento e controllo.

Concludiamo con una citazione di Dante riportata nel saggio, si tratta dell’Epistola agli scelleratissimi fiorentini:

L’osservanza delle leggi, se lieta, se libera, non solo non è schiavitù ma è anzi, a chi ben guardi, essa stessa suprema libertà.

La nuova manomissione della parole è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2021.

Ludovica Valentini

1 commento

  1. Il libro è ricchissimo di riferimenti, come è stato giustamente notato dal gruppo delle lettrici e dei lettori. Riportare la politica al suo valore più alto coltivando lo spirito di servizio, l’etica e la lealtà che dovrebbero caratterizzare ogni impegno di governo. Forse si potrebbe cominciare ad insegnare queste cose a scuola.

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