“La signorina Crovato”, di Luciana Boccardi

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La signorina Crovato, di Luciana Boccardi

La signorina Crovato, di Luciana Boccardi, una straordinaria autobiografia

Proprio il 12 di questo mese ci ha lasciato Luciana Boccardi (1932-2022), giornalista e scrittrice il cui lungo racconto La signorina Crovato rappresenta la prima parte di una straordinaria autobiografia.

Veneziana di nascita, Luciana ci introduce, attraverso i suoi ricordi, nelle calli della città lagunare durante gli anni del regime; dalle famiglie dei nonni al diffcile matrimonio tra i genitori, l’autrice ci aiuta a comprendere un periodo di vita e di storia denso di avvenimenti drammatici: a cominciare dalla cecità del padre, musicista militante nell’antifascismo, inviso alla famiglia della madre, convinta assertrice delle virtù del duce; vi è poi il difficile percorso della madre, bella, colta, educatissima, anche lei ottima musicista, sempre alla ricerca di mezzi per aiutare la famiglia a sopravvivere oltre la miseria in cui versa perennemente. Poi il piccolo Giorgio, fratello minore della scrittrice, e infine la stessa Luciana, bambina avvezzata assai presto alle separazioni e agli abbandoni, eppure, nei suoi stessi ricordi, circondata da personaggi amorevoli pur nelle loro contraddizioni e debolezze: Luciana, formidabile lavoratrice, instancabile nella volontà di di rendersi utile ma anche in quella, indomita, di studiare, di progredire, d’imparare. Così la troviamo, nei capitoli che compongono il libro, al lavoro nei campi e nel pollaio, nella casa di Venezia a cucinare e a rigovernare, nella scuola serale di stenografia e dattilografia, sempre alle prese con i pochi soldi di cui la famiglia dispone ma sempre incessante – e vittoriosa – nello sforzo di rendersi utile.

Non solo la famiglia di Luciana, ma anche altre figure appaiono nelle pagine de La signorina Crovato, testimonianza di una vita dedicata allo sforzo e all’impegno. Ne riportiamo qui un brano particolarmente toccante: si tratta dell’incontro tra la narratrice, allora bambina, e suo padre, convalescente dopo il terribile incendio che ha compromesso per sempre i suoi occhi. Il rapporto con la figura paterna, così come quello con quella materna, segna l’autobiografia di Luciana Boccardi di momenti indimenticabili, pieni di dignità, di consapevolezza e di profondo amore.

Il fantasma
 
Da calle drio l’Archivio, in San Rocco, all’Ospedale Civile, in campo Santi Giovanni e Paolo, la strada era lunghissima. Durante il percorso, la nonna mi disse che non avrei potuto avvicinare il papà: me lo avrebbero fatto vedere da lontano. Si dilungò anche su tanti dettagli che dovevano prepararmi al peggio: era tutto fasciato, forse non poteva parlare, anch’io dovevo parlare a bassa voce e tenere in conto che probabilmente non avrebbe sentito. Mi disse anche che aveva avuto un problema agli occhi, che fino a un mese prima vedevano bene. Se n’era accorta la mamma, perché lui ogni tanto le chiedeva se avesse cambiato il camice, che gli appariva di colore rossastro. Lo aveva fatto visitare dal dottor Mamoli, un giovane oculista che aveva appena preso servizio nell’ospedale, e il responso non era stato buono. Questo prolungava il tempo di degenza.

Camminavamo di buon passo. Superato il ponte di Rialto, avevamo attraversato San Bortolomio per dirigerci verso Santa Marina. Proposi alla nonna di comperare delle paste da regalare al papà, ma mi disse che non poteva mangiarle.


Sbucammo in campo Santi Giovanni e Paolo e la nonna si fermò davanti alla porta della chiesa, facendosi il segno della croce. «Fatti il segno della croce anche tu», mi disse, «e prega per il tuo papà e per tutti noi».

L’accontentai, ma senza convinzione.


Entrammo in ospedale (la vecchia Scuola di San Marco ai tempi della Repubblica di Venezia). Quell’ingresso grandissimo, con i soffitti così alti, mi mise un grande senso di inquietudine. Pensavo al mio papà, chiuso in quell’immensa prigione, e mi veniva da piangere. La nonna se ne accorse e mi disse che non dovevo, perché così avrei fatto soffrire anche lui. Percorremmo una serie di giardini e arrivammo davanti a un edificio meno imponente di quello appena attraversato. […]

Restammo sole, io e la mamma. Io non mi staccavo più da lei, in preda a una grandissima angoscia. Mi sentivo quasi svenire.
«E il papà?», chiesi preoccupata, perché non lo vedevo da nessuna parte.
«Lo stanno accompagnando, perché non può camminare da solo».
La porta in fondo al corridoio buio e stretto si era aperta, e su una sedia portata a mano da due infermieri c’era… lui.
Un fantasma bianco, completamente fasciato, con due fori all’altezza degli occhi, da cui s’intravedevano due buchi neri. Altri due buchi erano sotto al naso, completamente coperto: e in tutto quel bianco, una fessura segnava la linea corrispondente alla bocca.

Non dissi una parola. Rimasi immobile stringendo la mano della mamma, finché non vidi il fantasma alzarsi dalla sedia, dando le braccia agli infermieri. Oggi, ricordando i suoi passi, mi viene in mente l’immagine di un robot. Mentre avanzava lentamente, io mi ritrassi dietro a mia madre, aggrappandomi al suo camice.

Mio padre alzò un braccio, fasciato anche quello di bianco, e con una voce flebile, che non sembrava più la sua, pronunciò il mio nome, facendo il gesto di volermi abbracciare.


Fu questione di attimi. Mi staccai dalla mamma e gli corsi incontro. Lui a sua volta fece il gesto di accogliermi tra le braccia, scoppiando in un singhiozzo che ricordo ancora. Gli infermieri lo invitarono a controllarsi e mamma fece a sua volta un gesto, che voleva dire: aspettate, lasciate che piangano insieme.

Non so quanto durò quell’abbraccio che non avrei dovuto dargli. So solo che la suora arrivò di corsa e redarguì sia mamma che gli infermieri. Fu mio padre a staccarmi, tenendomi ferma con la mano, che sembrava una boccia fasciata di bianco.

Mi allontanò di qualche centimetro per guardarmi – ma non so se mi vedesse. Anch’io approfittai di quella minima distanza per cercare i suoi occhi dentro quei buchi. Ma non vidi nulla e, su ordine della suora, gli infermieri riportarono indietro il papà. I suoi singhiozzi laceranti mi riempirono le orecchie, finché la porta non si richiuse alle sue spalle.

Luciana Boccardi, La signorina Crovato

I brani sono tratti dall’edizione del febbraio 2021 a cura di Fazi Editore.

Ludovica Valentini

1 commento

  1. Un libro pieno di energia vitale: l’autobiografia di una grande lavoratrice e la storia di una famiglia singolare, come sogliono essere tutte le famiglie. Alle lettrici e ai lettori del Club è piaciuto immensamente, al punto che è stata richiesta, per il prossimo ciclo, la lettura del secondo volume del racconto di Luciana Boccardi.

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