“Notturno indiano”, di Antonio Tabucchi

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Notturno indiano, di Antonio Tabucchi

Notturno indiano, di Antonio Tabucchi, viaggio alla ricerca di sé

A dieci anni dalla sua scomparsa, ricordiamo Antonio Tabucchi (Pisa 1943 – Lisbona 2012). Intellettuale e scrittore di grande prestigio e fama internazionale, Tabucchi è stato docente di Letteratura Portoghese all’Università di Siena ed anche direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona (nel 2004 ottenne la nazionalità portoghese).

Noto al grande pubblico grazie a romanzi come La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997) e al celebre Sostiene Pereira (1994), da cui è stato tratto l’omonimo film con Marcello Mastroianni nella parte del protagonista, Antonio Tabucchi ha affascinato le lettrici e i lettori del Club anche per le sue atmosfere favolistiche ed oniriche. Oltre ai romanzi di impronta storico-politica ricordati sopra, tra le nostre letture possiamo citare infatti I volatili del Beato Angelico (Sellerio 1987) e Sogni di sogni (Sellerio 1992); per quanto riguarda gli orizzonti che è in grado di evocare basti pensare a Donna di Porto Pim (Sellerio, 1983), nato da un viaggio nelle Azzorre.

Alcune delle pagine dello scrittore pisano naturalizzato portoghese si aggirano intorno ad enigmi, come è il caso appunto di Notturno indiano, racconto lungo, o romanzo breve (un genere particolarmente adeguato al talento narrativo di Tabucchi), in cui si coniugano tanto il tema del viaggio, caro all’autore, quanto il gioco speculare e fantasmatico dell’identità, quest’ultimo di ispirazione pirandelliana ma anche prossimo alle inquietudini del portoghese Ferdinando Pessoa (1888-1935), delle cui opere il nostro scrittore curò l’edizione italiana per la casa editrice Einaudi.

Notturno indiano è il resoconto, narrato in prima persona, di un viaggio compiuto per l’appunto nell’immenso subcontinente indiano alla ricerca apparente di un uomo scomparso il cui nome, ci viene detto, è Xavier.

Riportiamo qui una delle pagine che descrivono una tappa nel viaggio di ricerca; lettrici e lettori vi individueranno facilmente i temi e lo stile dello scrittore.

Può anche capitare, nella vita, di dormire all’hotel Zuari. Sul momento potrà sembrare un’occasione non particolarmente fortunata; ma nel ricordo, come sempre nei ricordi, decantata dalle sensazioni fisiche immediate, dagli odori, dal colore, dalla vista di quella certa bestiolina sotto il lavabo, la circostanza assume una sua vaghezza che migliora l’immagine. La realtà passata è sempre meno peggio di quello che fu effettivamente: la memoria è una formidabile falsaria. si fanno delle contaminazioni, anche non volendo. Alberghi cosò popolavano già il nostro immaginario: li abbiamo già trovati nei libri di Conrad o di maugham, in qualche film americano tratto dai romanzi di Kipling o di Bromfield: ci sembra quasi fmailiare.

All’hotel Zuari arrivai la sera tardi, e du una scelta obbligata, come spesso succede in India. Vasco da Gama è una cittadina dello stato di Goa eccezionalmente brutta, buia, con vacche che vagano per le strade, gente povera vestita con abiti occidentali, eredità della permanenza portoghese, e dunque con l’aria di una miseria senza mistero. I mercanti abbondano, ma qui non ci sono templi o luoghi sacri, e questi mendicanti non implorano il nome di Vishnù e non elargiscono benedizioni e formule religiose: sono taciturni e attoniti, come morti.

Nell’atrio dell’hotel Zuari c’è un bancone semicircolare dietro al quale sta un portiere grasso che parla sempre al telefono. Vi registra parlando al telefono, vi dà la chiave parlando al telefono; e all’alba, quando la prima luce vi annuncia che potete finalmente rinunciare all’ospitalità delle vostra camera, lo troverete che parla al telefono con una voce monotona, bassa, indecifrabile. Con chi parla il portiere dell’hotel Zuari?

C’è anche un vasto dining room, al primo piano dell’hotel Zuari, a dare retta alla targa sulla porta: ma quella sera era buio e senza tavoli, e io cenai nel patio, un cortiletto con buganvillea e fiori molto profumati e dei tavolini bassi con panchetti di legno e una luce assai fioca. mangiai dei gamberoni grossi come aragoste e dolce di mango, bevvi tè e una specie di vino che sapeva di cinnamono; il tutto per una cifra corrispondente a tremila lire, il che mi rincuorò. Lungo il patio si alzava la veranda sulla quale si affacciavano le camere, fra le pietre del cortile correva un coniglio bianco. C’era una famiglia indiana che cenava a un tavolo in fondo. Accanto al mio tavolo c’era una signora bionda dall’età indefinibile, di una sfiorita bellezza. mangiava con tre dita, all’indiana, facendo esatte pallottoline col riso e intingendole nel sugo. Mi parve inglese, e difatti lo era.

Aveva uno sguardo folle, ma solo di tanto in tanto. Poi mi raccontò una storia che non mi sembra il caso di riferire. Può anche essere stato un sogno inquieto. Del resto l’hotel Zuari non favorisce sogni rosei.

Antonio Tabucchi, Notturno indiano

Noi invece la storia l’abbiamo riferita: i viaggi, gli alberghi decadenti, le città sporche e naturalmente i sogni; questo il materiale narrativo e stilistico di un autore che continua a nutrire, inesauribile, gli orizzonti del nostro immaginario.

Ludovica Valentini

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