Incontro in Polonia, racconto di Mario Rigoni Stern

rigoni-stern-mario-polonia-inverno-ghiaccio

Incontro in Polonia, racconto di Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern narra l’incontro con un soldato polacco in uno dei racconti de Il bosco degli urogalli

La guerra, l’inverno, il viaggio al fronte: ne Il bosco degli urogalli, Mario Rigoni Stern (Asiago 1921 – 2008) racconta alcune vicende degli anni di guerra, in cui si trovò a combattere con altre migliaia di soldati italiani sul fronte russo.

Pagine invernali tratte da un magnifico libro di un magnifico scrittore: Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern (Asiago 1921 – 2008). Si tratta di pagine dedicate soprattutto alla vita nell’Altopiano di Asiago dove l’autore, reduce dal fronte, si dedica alla caccia e alla pesca. Ma nel libro abbondano i ricordi della guerra, ed è tra questi che abbiamo scelto di riportare il racconto Incontro in Polonia.

Il bosco degli urogalli uscì per Einaudi nel 1962.

Incontro in Polonia

“Era l’inverno del 1942. Gennaio. Quel freddissimo gennaio del 1942. Eravamo in viaggio su un lungo treno verso la guerra che allora imperversava all’Est. A Verona avevamo fatto una buona provvista di vino e a Vienna il vino era già finito. Faceva troppo freddo e le gole, arse per tanto cantare, avevano bisogno di essere bagnate di sovente. Cantavamo: Sul ponte di Bassano bandiera nera, oppure: Da Aosta siam partiti con la tristezza in cor

Dopo Vienna una notte il treno stette fermo in una stazioncina deserta e si congelò. Ci alloggiarono, allora, in una vecchia fabbrica che in tempo di pace faceva chissà che cosa e adesso niente, e, durante il giorno, andavamo a sciare per le colline assieme ai ragazzi del paese. la neve era veloce e secca. Quando sgelarono il treno ripartimmo per poi fermarci nuovamente in Slesia. Ci misero in baracche di legno nei pressi di una cittadina: di notte i soldati dell’aviazione ci tenevano accese le stufe a carbone e al mattino ci portavano una bevanda che assomigliava al tè.

Ormai era passato un mese da quando eravamo partiti. L’Est era ancora lontano, non pensavamo alla guerra come quando eravamo partiti dall’Italia o come quando, dopo, vi fummo dentro. Si giocava a carte o alla morra, si andava a sciare o a far l’amore con le ragazze del luogo.

Ai primi di febbraio partimmo anche dalla Slesia. Passò il frenatore a battere sulle ruote con il lungo martello; il treno cigolò per il freddo, sbuffò, slittò, e infine si mosse. Correva nell’inverno e sui vetri dei finestrini s’era formato uno spesso strato di ghiaccio. Noi con il fiato si liquefaceva quel ghiaccio per un cerchio di pochi centrimetri e attraverso quel buco si osservava il paesaggio. Abeti, betulle, paesi, città, betulle, paesi, corsi d’acqua gelati, ragazzi sui pattini, una slitta nella pianura, una casupola, abeti. Allegria portava la vista di una grossa lepre che sbucava spaurita dalle siepi para-neve che fiancheggiavano la ferrovia; stupore e poesia i piccoli branchi di caprioli che dall’orlo dei boschi guardavano passare il nostro treno coperto di ghiaccioli e pareva impossibile che nel mondo ci fosse la guerra e noi armati.

Parecchio dopo Varsavia il treno si fermò in aperta campagna. Anzi eravamo vicini al Pripet. I partigiani avevano fatto saltare un ponte e bisognava aspettare che i tedeschi della OT lo rimettessero. Era la prima volta che sentivamo la parola «partigiani», non sapevamo nemmeno cosa volesse dire e intanto, rintanati nel vagone, giocavamo a carte vicino alle stufe roventi in grazia al carbone rubato ai tedeschi. Come sempre perdevo e il mio compagno, il caporale dei portaferiti, si arrabbiava. Così tra una mano e l’altra sentimmo, e io l’afferrai a volo, una frase rotta gridata da fuori:

-Io Italia. Io guerra Italia. Io Asiago.

Dovete sapere che io sono di Asiago e a sentire questa ultima parola, detta così da uno straniero, buttai giù le carte e mi affacciai alla porta del vagone. C’era lì sulla banchina un uomo anziano, infagottato in un vecchio pastrano, con le gambe infilate in stivali di feltro; era grigio con i baffi giallastri e ridendo mostrava i denti radi e scuri.

Non poteva essere che lui che aveva parlato.

– Paesano, – gli gridai, – tu Italia? Tu Asiago?

– Sì, disse, io guerra Italia; io Asiago.

Con un salto fui a terra e gridando, giacché quando parli con uno che capisce poco la tua lingua gridi come se fosse sordo, gli dissi che io pure ero di Asiago. Pareva proprio di esserci incontrati tra apesani e mentre mi batteva la mano sulla spalla io gli stringevo le braccia.

(continua)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.