Prima dell’India: dicembre a Roma con Emanuele Trevi

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Prima di viaggiare per l’India, Emanuele Trevi parla della pioggia su Roma e dello Tsunami

Roma, dicembre 2004: Emanuele Trevi si prepara a viaggiare a Trivandrum in India, dove si è appena svolta la tragedia dello Tsunami.

Sue le riflessioni tra l’inclemenza del tempo sulla capitale e la violenza della natura in Asia.

È la fine del dicembre del 2004, lo Tsunami ha colpito l’Asia e i giornali ne parlano. Emanuele Trevi ha già un biglietto per Trivandrum, India, da dove dovrà cominciare un viaggio di scoperta. Ma qui siamo alle prime pagine del libro intitolato L’onda del porto, che documenta non solo la devastazione dello Tsunami ma anche il panorama interiore di chi scrive. È evidente il parallelo che si crea fin dalle prime parole tra lo scrosciare della pioggia romana, l’insistenza dell’acqua, la presenza di fulmini, e l’immane disastro appena accaduto dall’altra parte del mondo.

Per tutto dicembre, il mese degli tsunami e delle grandi devastazioni in Asia, ogni notte, fino al primo lividissimo e incerto chiarore dell’alba, a Roma era caduta una pioggia fitta e uniforme – così ostinata e insieme insensata, nel suo ripetersi senza sorprese, da assomigliare molto più al monologo di un dio paranoico, inebetito da qualche antico rancore, che a un fenomeno climatico vero e proprio. Sulle pagine dei giornali di tutta la vecchia, umida, inospitale Europa, le cartine geografiche erano coperte dai simboli tumidi e oscuri delle nuvole, dai quali fuoriuscivano i pallini della neve o le linee tratteggiate dei temporali, spesso accompagnate dalla frecce dei fulmini. Questi fulmini zigzaganti potevano far pensare, dopo qualche minuto sospeso a contemplare le previsioni del tempo, a serpenti in picchiata che assalivano la terra con l’intenzione di vendicare qualche misfatto umano troppo a lungo rimasto impunito. A volte, invece, avevano l’aspetto di cattivi pensieri, o di ricordi spiacevoli riaffiorati all’improvviso perforando la coltre protettiva della dimenticanza. Con la testa poggiata al vetro della finestra, e l’umore di notte in notte più piovoso, guardavo per ore il lampione sospeso sull’incrocio di strade ormai deserte sotto casa. La notte avanzava lentamente, come fosse orgogliosa, stoltamente orgogliosa, della sua simulazione dell’eternità. Non mi è mai capitato una sola volta, da quando ho iniziato a scrivere, di avere in testa quella che si chiama una buona idea, o perlomeno un argomento interessante – per me, e per i miei eventuali lettori. E sì che, almeno dall’età di quattordici anni, posso dire di non aver mai tentato di far altro: scrivere, scrivere ogni giorno. Ma la materia stessa della mia vita è troppo ottusa, opinabile, reversibile perché qualcosa, al suo interno, possa avere la forma di una storia in qualche modo significativa, dotata di un capo e una coda. Come individuo, sono carente sia di statica che di dinamica – e la mia capacità di immaginazione è atrofizzata fin dall’infanzia: mi sfuggono i legami di conseguenza fra le azioni, le infinite e multiformi posizioni d’accoppiamento – un vero kamasutra – che uniscono le cause agli effetti. L’unica mi agrande e interminabile avventura è così ripetitiva, così priva di colpi di scena e mutamenti di prospettiva, insomma una qualunque direzione, non importa se verso l’alto o verso il basso, che nemmeno un grande romanziere romantico, uno Stevanson della sfiga, riuscirebbe a tirarne fuori un soggetto minimamente avvincente.

Commentando la pioggia romana, Trevi usa parole che creano un parallelo tra natura, clima e vita umana. Descrivendo la notte che avanza sulla città, lo scrittore parla di «simulazione di eternità»: questa ed altre scelte lessicali – si pensi a kamasutra – richiamano ciò che l’India e la sua millenaria cultura, le sue religioni e i suoi miti evocano in noi occidentali. La pioggia su Roma, lo sguardo alla finestra, il tempo notturno lento ed eterno costituiscono la premessa e letteralmente il punto di partenza di un viaggio in un paese sconfinato. Qui Trevi visiterà un luogo in particolare: la parte della costa maggiormente devastata dallo Tsunami. Nel corso dell’esperienza sentiremo l’autore parlare di sé come di uomo in crisi: è un periodo della vita in cui manca un senso da dare alle cose e la natura, che ha prodotto un’immensa distruzione, fa da sfondo alla riflessione di chi si sente preda del vuoto e solo a tratti crede di intuire il velo di maya, la grande illusione, negli aspetti visibili della realtà.

Nell’incipit de L’onda del porto, nel descrivere la propria esistenza come qualcosa di non interessante né degno di particolare attenzione, Trevi fa un’operazione in certo senso necessaria a noi lettori: perché, ci chiederemmo, costui sceglie di parlare di sé di fronte a quello che andrà a vedere tra pochi giorni? Perché prendere se stesso come punto di partenza ed io, lettrice, lettore, accettarlo?

Eppure, se il libro è un resoconto di viaggio, pur drammatico come questo, da qualche parte l’autore dovrà giusticare l’io come filtro di ogni narrazione; Trevi dunque, nella sua introduzione, cerca saggiamente di collocarsi in uno spazio narrativo che potremmo definire di relativa umiltà. È il testimone che racconta ciò che vede e ciò che simultaneamente succede dentro: andare in India richiederà lasciare indietro aspetti della nostra identità occidentale e significherà anche osservarsi; a maggior ragione dopo una tragedia come quella provocata dallo Tsunami nel 2004.

Il resoconto del viaggio in India e successivamente a Sri Lanka, dove Trevi osserverà le tracce della distruzione nella geografia e nelle vite degli abitanti, avrà un tono di accuratezza: vi troveranno spazio le descrizioni dei luoghi, della vegetazione, della fauna, dei personaggi che l’autore incontra; vi saranno ricordi di sogni, spesso angoscianti, e allo stesso tempo la capacità di uscire da quell’ente che chiamiamo sé osservandosi dal di fuori, non da protagonista ma da testimone che si avventura nel mistero incommensurabile, insondabile, degli accadimenti. Pagine significative sono dedicate a Hokusai, l’artista giapponese che dedicò decenni allo studio dell’onda lasciandoci magnifiche opere. Ne parliamo altrove in questo Blog.

L’onda del porto è stato pubblicato da Editori Laterza nel 2005. Nel 2021 Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega con il libro Due vite.

Ludovica Valentini

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Roma, veduta del Tevere in inverno.

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