“In risaia”, racconto di Natale della Marchesa Colombi

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In risaia, racconto di Natale della Marchesa Colombi

In risaia è il titolo di un racconto di Natale dagli ampi risvolti sociali e di genere scritto da Maria Antonietta Torriani, la «Marchesa Colombi»

In risaia è il titolo di un racconto di Natale, o piuttosto un breve romanzo, scritto da Maria Antonietta Torriani (1840-1920), meglio conosciuta come la «Marchesa Colombi».

Pubblicato per la prima volta nel 1878, il romanzo narra la vicenda di Nanna, protagonista morale della storia, e del mondo contadino della provincia di Novara nel secondo ‘800. Decisa a contribuire con le sue fatiche all’acquisto dei 24 spilloni d’argento che ogni ragazza in età da marito deve possedere per potersi sposare, Nanna va a lavorare in risaia prima per la mietitura e poi per la mondatura. È qui dove si ammala e dove contrae una febbre tifoide che la priva per sempre della sua bellissima e folta capigliatura bionda. Questo dramma la relega al ruolo di zitellona, com’è abituale dire tra la gente del posto, e per Nanna, di soli diciassette anni, comincia un periodo di sofferenza, risentimento e amarezza che nessuno, né in famiglia, né tra i vicini, è in grado di alleviare. Il suo carattere un tempo allegro e gioioso si fa cupo, le sue parole sempre stizzose, il suo comportamento schivo o, più spesso, beffardo e scortese.

Gli altri personaggi, Maddalena e Martino, suoi genitori, e Pietro, l’amorevole fratello, nulla possono contro questo isolamento autoimposto: Nanna è infatti dominata dall’idea che, come donna, non godrà delle stesse gioie riservate ad altre. Non ci sarà un marito, non ci sarà una famiglia, non ci sarà una casa da governare, non ci saranno figli o nipoti. Il senso di solitudine, la percezione di se stessa come di un essere brutto indegno d’amore, rafforza la condotta di autoemarginazione che, a sua volta, provoca nella comunità che la circonda un comportamento simile al fine di evitare l’impietosa acrimonia di Nanna.

Pietro, desideroso di sposarsi, spera che Pacifico, vedovo, si faccia avanti con Nanna. Ma questa, particolarmente sensibile al linguaggio spesso crudele degli altri, lo rifiuta. Pietro finisce per sposarsi ugualmente e porta in casa la moglie Rosetta.

A partire da qui l’intreccio si complica a causa di Gaudenzio, un carrettiere che era stato il sogno adolescente di Nanna. Uomo da poco, grossolano, ignorante e presuntuoso, Gaudenzio, ancora scapolo nonostante gli anni, continua ad essere il Don Giovanni del piccolo universo contadino in cui si muovono Nanna e gli altri. Quando Rosetta entra in famiglia, Gaudenzio, che frequenta il loro cascinale, comincia ostentatamente ad insediarla.

È proprio a Natale che il racconto giunge al nodo conclusivo. Nanna, indurita dagli anni e dalle amarezze, desidera vendicarsi sulla giovane cognata non indifferente alle lusinghe di Gaudenzio, e trama di rivelare al fratello la verità. Ma il suo piano si sfalda proprio grazie, si direbbe, al miracolo dell’amore che interviene la notte della vigilia. Nel cuore della donna da anni calva, sofferente e gelosa, sopraggiunge la compassione: Nanna rinuncia al suo piano e, nella lieta conclusione del dramma, si unisce a Pacifico, trovando così l’anelata felicità domestica.

In risaia, come indica il sottotiolo, viene presentato al pubblico come racconto natalizio, dove pertanto i buoni sentimenti prevalgono sulle passioni negative. Tale è la traiettoria morale di Nanna: dopo anni di amarezza, riesce a compiere un gesto d’amore con cui redimere se stessa, salvare la felicità della famiglia e riportare il mondo all’originaria innocenza. Tutto sembra quadrare nell’equilibrio che il racconto consegna alla fine: Pietro e Rosetta, che rischiavano di separarsi tragicamente, si ritrovano più vicini; Nanna accetta di sposare Pacifico, e a Gaudenzio tocca in sorte il buon affare rappresentato dalla giovane Lucia, sorella minore di Rosetta. Nella visione ottocentesca secondo cui la casa “è la sola sfera appropriata per la donna” (Re, 2001), un personaggio femminile trova il suo giusto destino nel ruolo di moglie e massaia.

Eppure, per la marchesa Colombi, al secolo Maria Antonietta Torriani, questa storia di capelli che cadono tragicamente (Nanna), e di zazzere virili (Gaudenzio) va al di là dei consueti parametri di lieto fine richiesti dal genere. A cominciare dal titolo, il romanzo inserisce la vicenda individuale di una giovane mondina nella storia collettiva della classe lavoratrice: la durezza delle condizioni in risaia, gli inganni, lo sfruttamento, la solitudine, le malattie, i rischi. E poi ne fa oggetto di una riflessione sui generi, utilizzando il binomio Nanna-Gaudenzio per illustrare, tra l’altro, aspetti della vita femminile nella società patriarcale: non solo tutto lo sforzo di una giovane è volto a comperare “l’argento” per poter esser maritata, ma l’uomo esemplificato da Gaudenzio cerca nella compagna meramente una “donna da lavoro”.

E’ interessante a questo proposito notare l’aggiunta al romanzo, nell’edizione del 1883, dell’episodio denominato Il folletto, che riprende la storia a sei anni dalla conclusione: vi si ritrae Gaudenzio in preda all’angoscia a causa di uno ‘spirito’ che sembra possedere la sua mula, la quale ha smesso di obbedirgli e si comporta in modo esagitato. Proprio quel Gaudenzio che, attaverso il matrimonio, voleva acquistare una donna-bestia (da soma), si ritrova con un animale-femmina che l’ha disautorato. E’ stata ravvisata in questa aggiunta (Valisa, 2014) una ‘vendetta narrativa’ dell’autrice, la quale ha cura di usare un elemento del folklore – il folletto – per rendere la pariglia al carrettiere, proprio come ha impiegato la gallina, altro elemento della tradizione popolare, nell’episodio del malore di Nanna. Artificio di una scrittura fortemente orientata al pubblico per insinuare l’idea che ‘i lieto fine non sono sempre la fine della storia’ (Valisa, op.cit.), e che una nuova storia, aggiungiamo noi, può rendere possibili nuove realtà.

Ludovica Valentini

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