Riepilogo dicembre: “La felicità degli altri”, di Carmen Pellegrino

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Riepilogo dicembre: La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

Ecco il riepilogo della nostra sessione del 9 dicembre 2021, incentrata su La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

Si potrebbe augurare a ogni bambino che viene al mondo almeno una culla costruita dalla mano paziente di un falegname, e una coperta di lana con cui una tessitrice gentile lo scalderà e ogni tanto, senza preavviso, gli accarezzerà la nuca.

Carmen Pellegrino, La felicità degli altri

Come spesso succede nei nutriti dibattiti del Club “Se Una Notte..”, il gruppo ha presentato reazioni diverse al romanzo di Carmen Pellegrino (Polla 1977) La felicità degli altri, finalista al Premio Campiello 2021.

Per osservazioni generali intorno all’opera, rimandiamo all’articolo precedente di questo Blog. Qui diremo che il romanzo è costruito mediante sezioni recanti nomi di luoghi che fanno riferimento ad altrettanti periodi/esperienze della protagonista: abbiamo quindi Vinegia (Venezia), dove Cloe conosce il solitario e compassionevole Professor T.; Villaggio (la dimora familiare in cui avvengono i litigi tra Manfredi e Beatrice, genitori di Cloe, e in cui si compie la tragedia della morte di Emanuel, suo fratello ); Collina (la casa di accoglienza per bambini disagiati retta da Madame e da suo marito il Generale); In stazione (dove sarebbe avvenuto, secondo la protagonista, un abbandono); Lontano (ossia lontano dalla Collina), luogo narrativo di un volontario esilio del personaggio rispetto a se stessa, nel quale si compiono le sue esperienze di adulta: l’aborto, il matrimonio infelice con Baldassare, la conoscenza di Angela; e infine Verso il Monte e Sul Monte, indicanti entrambi la leggendaria spedizione di fanciulli ed un loro (immaginato) dialogo con Dio.

Una parte delle lettrici e dei lettori si è sentita a disagio con questa impostazione, che non solo sembra voler sfuggire alla linearità cui siamo abituati, ma che viene ulteriormente complicata da alcune interruzioni volute dall’autrice, la quale inserisce elementi della cronaca, della Storia, della religione, del mito per tornare con rinnovata insistenza sul tema centrale del libro: l’infanzia abbandonata.

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite.

Le voci di maggior delusione definivano il libro “complicato”, con “troppe cose”: “una zuppa” in cui si trova un po’ di tutto, senza che sia mai chiaro il perché. Il personaggio di Cloe è risultato per alcuni “ambiguo”, per altri “non convincente”, e in un caso l’intera storia è stata giudicata “angosciante”.

Ad altri, una decisa minoranza, il testo è sembrato invece eloquente nei contenuti, tanto per ciò che riguarda il percorso di Cloe quanto per la presenza di altri personaggi, in primo luogo il Professor T., che ad una lettrice è parso come un emblema della solitudine in cui versa parte dell’umanità. Un’altra ha rilevato acutamente che “le persone che hanno sofferto molto a volte fanno un cerchio per proteggersi dagli altri”, cogliendo appieno il processo di autoisolamento della protagonista. Su questo punto vi sono stati commenti anche sulle persone cosiddette “anaffettive”, ossia incapaci di sperimentare sentimenti o emozioni, nonché di esprimerle, a causa di antichi traumi o sofferenze.

Si è anche dato spazio alla questione centralissima dell’infanzia abbandonata e di cosa comporti – nel bene e nel male – la pratica dell’adozione: secondo alcuni lettori, questo salvataggio non conduce a risultati pienamente positivi perché il bisogno d’amore del bambino (orfano o dato in adozione dal genitore biologico) non viene mai soddisfatto del tutto. Si è anche aggiunto che, quanto più tardivo è l’ingresso nella famiglia adottiva, più esigui saranno i possibili effetti benefici sul minore.

Si è poi parlato di Elias, il piccolo orfano che appare nell’ultima parte del romanzo. Sono la sua innocenza, la sua gratitudine, il suo sentirsi amato – ” sono figlio di Dio, sai” – proclama il piccolo, a sciogliere il gelo della protagonista, permettendole di aprire un varco all’amore:

Lo aveva detto così, come se fosse zampillato fuori di colpo. Figlio di Dio, semplicemente. E le parole sfumarono nell’aria con la subitaneità di una bolla di sapone. Elias aveva risolto l’ordinaria negazione della sua vita con un prodigioso capovolgimento della realtà, e lo aveva fatto da solo, con la stessa dignitosa risolutezza con cui si procurava il pasto quotidiano come compenso per le sue premure verso i morti. […] Ciò che non mi era riuscito fino ad allora mi riuscì in quel momento. Delle grandi, calde, dolci lacrime vennero giù in maniera incontrollata, e mi inabissai. Piangevo, tutto d’un tratto piangevo per Elias, piccola creatura che aveva trovato il modo di non farsi demolire dalla sorte. Piangevo e finalmente rinunciavo al diritto di non commuovermi per le sciagure degli altri, data l’enormità delle mie. E ancora piangevo, incessantemente piangevo e pian piano si allentava il serraglio che mi ero stretta al cuore

Un lettore ci ha segnalato il seguente frammento:

… nessun altro sguardo è capace di accogliere come quello di chi è spinto ad agire solo dall’amore. Se penso a qualcosa che ha a che fare con il divino, oggi penso a questo: camminare nel buio, perdermi, intristirmi, per incontrare infine un sorriso.

E, a proposito del divino, concludiamo con il già citato viaggio dei fanciulli verso il Monte al cospetto dell’Altissimo; l’immaginario dialogo che vi si svolge si chiude con questa petizione:

Puoi comprendere se ti chiediamo di salvare i padri nostri dal cuore che si rimpicciolisce e chiude. Sono soli e spaventati. […] Risana i loro occhi indifferenti e la bocca che offende. Calma le mani che picchiano. Ci maltrattano e sappiamo perché: odiano il bambino che in loro è rimasto ammutolito. Se potessi parlare a quel bimbo, mandargli un segno della tua presenza, assieme a questo nostro messaggio: venga tra noi, lo ameremo. Più di tutto, perdona loro quando non sanno quello che fanno. Sarebbe bello se tornassero a camminare insieme.

Chi può salvare il mondo siamo noi, gli adulti di oggi e di ogni tempo disposti a ritrovare il nostro fanciullo perduto e, attraverso di esso, elargire amore.

Grazie al gruppo per i preziosi interventi, Buone Feste e appuntamento a gennaio 2022.

Ludovica

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