“La felicità degli altri”, di Carmen Pellegrino

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La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino

La felicità degli altri, di Carmen Pellegrino, affronta il rapporto doloroso e salvifico tra l’adulto e il fanciullo interiore

O forse la felicità / è solo degli altri, d’un altro tempo / d’un’altra vita e a noi non è possibile​ / che recitarla come viene viene / a soggetto, ostinandoci a inseguire / la parte di noi stessi / in un vecchio, bizzarro canovaccio / senza capo né coda…
GIOVANNI RABONI (1932 – 2004)

Da questi versi di Giovanni Raboni prende avvio il romanzo La felicità degli altri, della storica e scrittrice Carmen Pellegrino (Polla 1977): pagine affrescate di luoghi, personaggi, ricordi, persino leggende attraverso cui si rivela non solo l’esistenza di un trauma infantile ma anche le possibili vie di guarigione.

L’adulta, la bambina: il personaggio di Cloe, il cui nome muta nella narrazione divenendo a tratti Anais o anche Esoluna (ovvero luna al di fuori del sistema solare) narra di sé e delle proprie vicende, dominate dalla ricerca di un amore di cui si avverte dolorosamente il bisogno: l’infanzia passata al Villaggio – luogo con cui si designa la casa natale, dove Cloe vive con i genitori e con il fratello Emanuel, morto suicida -, poi la Collina, sede della Casa dei Timidi, un rifugio per bambini disagiati retto da una coppia amorevole quanto idealista, il Generale e Madame. Poi l’epoca degli studi a Venezia, che Cloe identifica con l’antico nome, Vinegia. Qui, negli anni maturi, la protagonista e narratrice conoscerà il Professor T. dal quale, come già dal Generale e da Madame, riceverà non solo comprensione ed appoggio ma anche una spinta significativa a sciogliere i nodi in cui la sua coscienza è rimasta a lungo incagliata.

In poche pagine di dolorosa lucidità, l’autrice compie un percorso deliberatamente non lineare, perché tale è quello della nostra consapevolezza: man mano che la narrazione procede, infatti, affiorano frammenti di memoria, visioni di dipinti, versi rivelatori e racconti leggendari come quello della crociata dei fanciulli, veri salvatori del mondo. Dall’infanzia e dall’adolescenza, Cloe ripercorre gli anni di vita con il marito Baldassarre, con il quale si instaura un rapporto di dipendenza prodotto dell’inestinto bisogno affettivo che contraddistingue la protagonista. Nella scrittura di Carmen Pellegrino, l’esperienza individuale diviene emblema di un bisogno collettivo: secondo l’autrice, infatti, il mondo dell’adulto sofferente si erge, pericolante e incerto, sulle fragili basi di un‘infanzia abbandonata.

Giacché anche di questo si tratta: il romanzo recupera infatti quei nostri cruciali anni formativi così bisognosi di rassicurazioni, ahimè non sempre disponibili o presenti, e nelle sue pagine trovano posto, significativamente, esempi reali di sfruttamento minorile, una condizione terribilmente attuale in quest’epoca di povertà globalizzata e migrazioni forzate in cui i bambini sono la parte più vulnerabile. Del resto, anche quando, come nel caso di Cloe, la famiglia si trovasse al di sopra dei bisogni materiali (nella storia il padre è un affermato psicoterapeuta), non per questo vi sarebbero garanzie di riuscita e il nucleo affettivo potrebbe trovarsi ugualmente divelto. Nella vicenda della protagonista, sua madre, Beatrice, reagisce con violente crisi di gelosia e falliti tentativi di suicidio alle ripetute infedeltà del marito: assistiamo a un ciclo di infelicità ricorrente che conduce al dramma finale, la morte di Emanuel, bambino solitario e sensibile sopraffatto dalla depressione.

Con equilibrio e sufficiente chiarezza per il lettore che desideri seguirne il percorso, Carmen Pellegrino accompagna la coscienza del suo personaggio verso un dénouement sofferto, per nulla gratuito in cui, a nostra consolazione, appaiono tracce di un quasi-lieto fine preludio del nuovo inizio: dopo la caduta dall’eden e il lungo esilio (il galuth cui Madame fa riferimento per redarguire soavemente Cloe), l’autrice lascia intravedere gli indizi del riavvicinamento (usiamo questo termine per rimanere nella metafora del percorso): Cloe riesce infatti a chiamare mamma sua madre almeno una volta; poco prima si è ritrovata a piangere commossa di fronte alla serena gioia di Elias, il piccolo orfano guardiano del cimitero, il quale ha scelto di non sentirsi vittima delle circostanze ma di vivere invece nella gratitudine. Seguirà, e ci è stato annunciato nelle pagine anteriori, la riapertura della Casa dei Timidi a fianco di Madame e del Generale, ormai senili, e di Jerus, antico compagno d’infanzia e adolescenza.

Sono queste, in parte, le “istruzioni per l’uso” forniteci dal romanzo: tornare sui nostri passi, se possibile, e rileggere in altra chiave i nostri traumi, i nostri rancori, i desideri di rivalsa o di vendetta: l’amore negato, infatti, è in fin dei conti il nostro.

Tutto questo in una cornice affrescata di rimandi artistici e letterari che mostrano l’eleganza dell’artista, dell’orefice, nonché della lettrice attenta ed acuta. I luoghi, come Venezia e il suo Ghetto, la campagna o le case abitate di volta in volta da ciascun personaggio vengono evocati dall’autrice con pennellate da dipinto, a volte sfumate, a volte crude, sempre efficaci. Vi è presente in questo la lezione del grande Jun’ichirō Tanizaki (1886-1965) e del suo Linea d’ombra, polemico trattato sulla modernità imposta al Giappone con l’avvento della luce elettrica nonché raffinata difesa del valore, infinitamente più sottile e profondo, dell’oscurità in tutte le sue sfumature. “Farsene qualcosa delle ombre, senza più riscacciarle, è quanto ho dovuto imparare”, scrive la protagonista.

Non mancano inoltre, in questo splendido romanzo breve, i riferimenti al mito, intendendo con questo tanto quelli pagani quanto le religioni universalmente conosciute come l’ebraismo e il cristianesimo: il rapporto padre-figlio, con il corrispondente figlio-padre, la sofferenza, l’abbandono, il disagio, la solitudine vengono esplorati in una varietà di esempi che prendono a prestito dai testi sacri, dalla cronaca, da pubblicazioni scientifiche, dalla musica e sempre, immancabilmente, dalla poesia.

La felicità degli altri è stato finalista al Premio Campiello 2021.

Ludovica Valentini

2 commenti

  1. Un libro magnifico che però il gruppo ha trovato a volte di difficile lettura. Ma dobbiamo ricordare che si tratta di lettrici e lettori non italiani, e l’ostacolo linguistico esiste.

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