“Chisura di caccia”, di Mario Rigoni Stern (2)

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“Chisura di caccia”, di Mario Rigoni Stern (2)

Da Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern, alcuni brani del racconto “Chiusura di caccia”

“Chiusura di caccia” è il racconto conclusivo del volume Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern (Asiago 1921 – ivi 2008)

Ultimo giorno di caccia, ultima opportunità di portare a casa qualche preda. Con questa narrazione Mario Rigoni Stern chiude il suo libro di racconti e ricordi di montagna.

Alle quattro ero sveglio, stetti un po’ a godermi il caldo del letto e poi, piano piano per non svegliare mia moglie e senza accendere la luce, andai a vestirmi in cucina. Mi lavai con lacqua per cacciar via il residuo del letto e guardai attraverso i vetri. Se questo l’avessi fatto prima di lavarmi sarei quasi di sicuro ritornato tra le coltri giacché vedevo che nell’orto la neve aveva raggiunto l’altezza dei cavoli. Ce n’era una buona scarpa e chissà quanta sulle montagne. […]

Il mio amico mi aspettava in casa. Era alzato anche suo padre che doveva governare e mungere le vacche. Sul focolare ardevano di luce chiara i pezzi di faggio. Scambiai qualche parola con il vecchio, poi andammo.

Man mano che salivamo il monte la neve aumentava e come il cielo si schiariva e iniziava il giorno aumentava il freddo. Venne il sole e tutto era nuovo e puro e, come incominciò a scaldare, vedemmo gli scoiattoli attraversare di corsa la mulattiera, arrampicarsi lesti sugli abeti e fermarsi poi a guardarci con quegli occhietti allegri e stupiti. Non si sentiva alcun rumore: solo i nostri passi e il frusciare della neve dai rami del bosco. […]

In alto tirava il vento. Saliva fischiando dai canaloni della Vlasugana e perciò ci fermammo un poco a guardare quel mondo. Passammo la pila di sassi del punto geodetico e dopo, con metodo, perlustrammo gli avvallamenti e le buche dove usano ripararsi le pernici bianche in queste giornate. Quattro ne scovammo e due riuscimmo ad abbatterle. Se, levate, non salivano contro il cielo, si faticava ad averle bene in mira per il loro mimetismo. Da lontano balzò via anche una lepre bianca e si poteva seguire la sua corsa per l’ombra che faceva sulla neve.

Quando ci fermammo a mangiare era già passato il mezzogiorno. Non si udiva alcun rumore, nessun movimento di vita e anche noi parlavamo a voce bassa per non disturbare quella quiete. Pareva cosí che nell’aria di quella solitudine restasse ancora l’eco delle fucilate di prima e il frusciare delle ali delle pernici bianche morenti sulla neve. […]

Alle due riprendemmo la discesa per il ritorno. La neve s’era ammollita e rendeva più faticoso il camminare. […] Cammin facendo dissi al mio compagno: – E se andassimo a galli? La caccia è aperta sino alla mezzanotte e si può sparare fin dopo il tramonto. È meglio che approfittiamo.

Era pomeriggio inoltrato, le nostre ombre si allungavano sulla neve e il fucile, nell’ombra, pareva un cannone. Risalimmo faticosamente un sentiero che s’inerpicava per le rocce e abbassammo i cani del fucile: era facile scivolare e diventava pericoloso. […]

Senza che ce ne accorgessimo, il sole era sceso dietro il Verena. Restava forse ancora mezz’ora di luce ed eravamo lontani dal paese almeno due ore di marcia. Il rumore di uno stormo di cesene parve assordante, mi fece sussultare e alzai la testa. Su un sasso, vicino alla sorgente non ancora gelata, vidi un ermellino immobile. Era già tutto bianco tranne il ciuffetto nero sulla punta della coda. Non mi era ancora a tiro però, e giacché il mio compagno gli era più vicino, sbracciai in quella direzione per avvertirlo. Intento come era a guardare davanti a sé, il mio sbracciare non serví a niente. Allora mi avvicinai cauto verso la sorgente ma, dopo pochi passi, l’ermellino che mi osservava attentamente seguendo ogni mia mossa, si rizzò sul sasso, scattò e in due balzi sparì inghiottito dalla terra. Non c’era più niente da fare. Peccato! I miei ragazzi si sarebbero divertiti un mondo se avessi portato a casa quella bestiola.

(continua)

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