Riepilogo novembre: “Vicolo dell’immaginario”, di Simona Baldelli

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Riepilogo novembre: Vicolo dell’immaginario, di Simona Baldelli

Riepilogo della nostra sessione di novembre incentrata su Vicolo dell’immaginario, di Simona Baldelli

Basterebbe un refolo di vento a spazzarci, una manciata di parole, la volontà di riappacificazione, e la nebbia non incomberebbe più sul Tejo.

Simona Baldelli, Vicolo dell’immaginario

Lettrici e Lettori,

Martedì 23 novembre ci siamo riuniti per parlare di un piccolo romanzo “nello stile Sellerio”, come ha detto un lettore, alludendo forse – pensiamo noi – a quelle opere selezionate con cura dalla nota casa editrice di Palermo perché in grado di raccontare qualcosa di non banalmente scontato. E difatti, procedendo nella discussione, il gruppo si è trovato “spiazzato”, per citare un commento, dal congegno narrativo utilizzato dall’autrice, la quale in chiusura di romanzo ci fa ascoltare la voce delle anime dei defunti, i probabili – o quantomeno possibili – narratori della storia. Questi strani personaggi osservano noi che siamo qui, su questa sponda della vita, ancora presenti nei nostri corpi, e si incarnano nelle persone e negli oggetti per incoraggiarci a sciogliere, mentre ancora ci è possibile farlo, i nostri nodi irrisolti: le questioni affettive, morali, esistenziali lasciate in sospeso dalla nostra coscienza e che si manifestano mediante sensazioni, come le pietre avvertite da Clelia dentro di sé. I corpi sarebbero insomma gli eloquenti messaggeri del nostro stato interiore – malessere o benessere.

Un discorso certo non superficiale, la cui caratteristica è però quella di essere delicato, anzi “tenero”, per citare un altro lettore, mentre trasmette proprio ciò che Dante, con i suoi versi strordinari ma spesso severi, ricordava all’Umanità: a noi è dato passare dal conflitto all’amore, ma attenti a non rimandare troppo, il nostro tempo su questa terra non è infinito.

Intorno al romanzo il gruppo si è diviso: alcuni si sono detti delusi dalla parte più spiccatamente portoghese del racconto, preferendo invece gli anni italiani di Clelia, che comprendono la strage di Piazza Fontana, la strategia della tensione e i terribili anni di piombo della nostra Storia. Altri, al contrario, ne hanno rilevato le pagine belle, ben scritte, che in alcuni casi hanno anche suscitato ricordi – ci si riferisce a chi ha visitato Lisbona o si è documentato circa gli eventi che, coinvolgendo anche la Catalogna, portarono il Portogallo all’indipendenza nel sec. XVII.

Tra le voci di sincero dissenso, quelle di due lettrici che hanno trovato “inautentico” il racconto e a cui il romanzo è sembrato un esercizio da scuola di scrittura creativa.

Tra chi ha trovato spunti interessanti, oltre alle già citate esperienze di tenerezza ricordiamo le annotazioni sul rapporto madre-figlia (e, aggiungiamo noi, figlia-madre), onnipresente in letteratura trattandosi del nodo fondamentale di ogni esistenza. Simona Baldelli lo affronta facendo tornare Clelia a Monticelli, il paesetto di origine: la fuga a Lisbona, durata due anni, termina quando il personaggio comprende di dover fare la pace con le due figure ancora viventi che hanno condizionato la sua giovinezza: sua madre e Marisa, la sorella minore, affetta da poliomelite. Solo mediante questo ricongiungimento troverà Clelia la libertà cui aspira; ne sarà prova la scomparsa delle pietre nello stomaco, che vari tra le lettrici e i lettori hanno interpretato come la somatizzazione di un senso di colpa.

Eppure, anche su questo l’autrice volteggia leggera, come le anime del Tago; giacché se è vero che nel corpo sentiamo il peso delle nostre scelte, allo stesso tempo nessuno è inesorabilmente colpevole: il fine ultimo – tornare a casa – è sempre tornare a casa dentro di noi, senza giudicarci o farci del male. La nostra umanità la ritroviamo non solamente in Clelia ma anche in sua madre, nascosta dietro al grembiule perennemente scucito e a sgarberie cui non sa porre rimedio perché incapace di trovare le parole; ed anche in Marisa, che di fronte a Dario, così bello e sano, arrossisce (ancora il linguaggio del corpo).

A questo proposito, è stato detto che la questione della fisicità è centrale nel romanzo: nel corso della sessione, di Vicolo dell’immaginario sono stati segnalati al gruppo sia gli aspetti più tattili e sensuali che quelli maggiormente eterei, impalpabili; come pure si è parlato dell’indecifrabile presenza a metà strada tra i due: la piccola ombra che accompagna Clelia ovunque, nella quale una lettrice ha creduto di ravvisare la parte “più serena” della psiche della protagonista (per ragioni di spazio, per ciò che concerne il binomio materiale/incorporeo rimandiamo all’articolo precedente di questo Blog).

Ma, per riprendere il discorso sulla libertà, questo ha prodotto nel nostro dibattito risultati interessanti. Più di una lettrice e un lettore hanno infatti affermato di riconoscersi nell’esperienza della protagonista: abbandonare la casa natale, lasciare un padre, una madre, una città o perfino un Paese e trasferirsi altrove per “cominciare davvero la mia vita”, come è stato detto; ossia per liberarsi da vincoli che, in un momento ormai lontano nel tempo, abbiamo sentito come limiti alla nostra espressione, alla nostra crescita, alla ricerca di un cammino autenticamente nostro: è il viaggio archetipico, che prevede, per Clelia come per tutti noi, un posteriore ritorno alla terra d’origine avendo maturato una prospettiva più consapevole su noi stessi e il mondo. E se anche tale ritorno non avvenisse in senso strettamente geografico, vi è comunque il viaggio intimo di cui si è parlato sopra: un viaggio verso la riconciliazione e l’armonia, dunque verso la libertà.

All’inizio del libro, Simona Baldelli cita parole dello scomparso Antonio Tabucchi (1943-2012) e del suo celebre romanzo:

… lei ha bisogno di elaborare un lutto, ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pereira, pensando solo al passato.

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira

Ma, appunto, per vivere pienamente nel presente, spesso bisogna fare i conti col passato.

Concludiamo riportando uno dei passaggi che sono particolarmente piaciuti:

Le carezza la fronte e la stringe a sé. «Cosa vuoi, Amalia?».
Non ha una risposta da dargli, perché è una domanda che non si è mai posta. Ha sempre lasciato che le cose accadessero, semplicemente. Non sa nulla di fado, o destino, né che la vita possa prendere una piega diversa da quella immaginata. Non ha mai creduto di aver diritto a domandare, perché quando se n’è concessa il lusso, ha perduto ogni cosa. Vorrebbe avere il coraggio di sognare, e ciò che desidera sta nel metro quadrato che la contiene e le braccia che la tengono stretta.

Simona Baldelli, Vicolo dell’immaginario

E a ben guardare, Vicolo dell’immaginario potrebbe essere proprio questo: una carezza soave, un gesto non imposto ma semplicemente offerto, l’invito a stringere noi stessi tra le braccia per guardarci dentro in modo tenero, dissipando la nebbia e immaginando – come solo possono fare una coscienza libera e la Letteratura – ogni nuovo inizio possibile.

Grazie a tutti della vostra partecipazione e appuntamento a dicembre,

Ludovica

2 commenti

    1. Grazie, Serenella, anche se per il futuro vi inviterei a trascrivere le vostre impressioni sulle letture di cui via via parliamo. Comunque sia, è sempre un piacere commentare insieme e grazie di nuovo.

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