Il linguaggio dei corpi: “Vicolo dell’immaginario”, di Simona Baldelli

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Il linguaggio dei corpi: Vicolo dell’immaginario, di Simona Baldelli

Vicolo dell’immaginario, di Simona Baldelli, narra di sentimenti vissuti attraverso i corpi. Con finale a sorpresa

La piccola macchia ha un tremito, il modo in cui la saluta ogni giorno. È nera più dell’inchiostro e lucida, riconoscibile anche al crepuscolo o al chiuso delle stanze, a luce spenta, quando le altre ombre svaniscono confuse nella sera. Lei, no. Scintilla accanto ai suoi piedi e le fa compagnia.
Manda un bacio al fiume, Amalia, o mare, Tago come lo chiama lei o Tejo come strascicano i portoghesi, e si stacca dal belvedere.

Simona Baldelli, Vicolo dell’immaginario

Vicolo dell’immaginario, romanzo di Simona Baldelli (Pesaro 1963), trascorre tra le nebbie della padana emiliana e lombarda e quelle del fiume Tago – Tejo per i portoghesi -, descritto durante l’arrivo delle anime dei defunti. Ma non vi è solo nebbia in questo delicato romanzo: la bellissima luce di Lisbona, e con questa la luce della consapevolezza, pervadono le pagine di una storia profonda, ben narrata, che dall’infanzia e dalla giovinezza della proagonista giunge fino agli anni di maturità per restituire, a lei ed al suo mondo, la pace e l’equilibrio cercati.

Una degli aspetti particolarmente interessanti del libro è quello corporeo: tutta la storia è intrisa di una dolcissima sensualità che comprende i primi rapporti tra Clelia e Dario, entrambi giovani operai i quali, nella vecchia 600 di lui, in aperta campagna, si scoprono reciprocamente e si offrono l’uno all’altra. E poi ancora i loro incontri successivi, l’intensità dell’attrazione e del sentimento che perdura nel tempo nonostante il sacrificio, compiuto da entrambi, di non sposarsi per non rendere infelici altri. Infine, già trasformatasi in Amalia nella nuova esistenza a Lisbona, Clelia intesse un rapporto appassionato con il giovane Antonio.

Vi è poi la malattia di Marisa, sorella minore di Clelia, affetta da poliomelite: questo danno ricevuto dal corpo, e del quale Clelia viene ritenuta colpevole, condiziona tutta la sua esistenza fino alla rinuncia nei confronti di Dario, al quale, in un impulso di generosità, chiede di sposare Marisa, così chiaramente infelice. In modo parallelo, dell’anziana Francisca Josefa, che Amalia assiste come badante e domestica a Lisbona, vengono descritti minuziosamente il piccolo corpo rinsecchito, le membra, la pelle del viso, le labbra, gli occhi. La freschezza della gioventù da una parte e, dall’altra, l’invecchiamento che precede la morte, trovano spazio nelle pagine precise, attente, del misterioso narratore la cui identità scopriremo solo alla fine.

Sempre riguardo alla fisicità come aspetto importante del romanzo, annotiamo che Simona Baldelli sceglie di collocare la sua storia in un tempo preciso: gli anni ’60 in Italia e in Europa e poi le tragiche vicende della strategia della tensione, che fece precipitare il nostro Paese nel terrore. Non a caso, quell’unico episodio di breve fuga amorosa per Celia e Dario si svolge a Milano il 12 dicembre del 1969, il triste giorno della strage di Piazza Fontana. I due amanti non ne sanno nulla fino a che il loro pomeriggio d’amore giunge alla fine e scoprono la stazione pattugliata dai poliziotti, mentre la città vive lo strazio di 17 corpi uccisi e 88 gravemente feriti.

Ma la corporeità nel libro è presente anche in altro, ad esempio nel cibo. Per Francisca Josefa, Amalia prepara infatti ricchi pranzi, descritti con la cura di chi compie un rituale. Inoltre, nel romanzo vengono ricordati i piatti preparati dalla madre di Clelia quando Dario veniva a casa le prime volte – cibi poveri dapprima, cucinati svogliatamente perché Dario era solo un amico di Clelia – poi via via più saporiti, ricchi e costosi quando il giovane si fidanza con Marisa. E abbiamo ancora Clelia-Amalia in veste di aiuto cuoca presso l’osteria della Tia Marga, nel Vicolo dell’immaginario: qui diviene esperta nel trattare e cucinare il pesce, sia per gli avventori abituali del locale che per altri ospiti i quali, solo a febbraio, durante l’epoca delle nebbie, si congregano nella bettola per una cerimonia speciale.

Una parte ulteriore, importantissima, della fisicità che pervade la storia risiede poi nel corpo stesso di Amalia: guardando l’ampio fiume illuminato dal sole, la giovane fuggiasca avverte chiaramente il peso delle questioni irrisolte che l’hanno allontanata dalla famiglia e portata fin lì, a migliaia di chilometri dalla pianura emiliana; questioni che si manifestano attraverso la sensazione di pietre aguzze che si agitano di continuo nel suo stomaco. Per Clelia, ogni nuovo incontro, ogni nuova impressione provoca nel corpo una reazione fisica impossibile da ignorare; come se non bastasse, al suo corpo è praticamente attaccata una piccola ombra: un’ombra minuscola, che sembra intuire o addirittura anticipare gli eventi, e che si pone spesso davanti ad Amalia precedendo i suoi passi e guidandola nel suo cammino.

Legata a questa idea della corporeità è naturalmente anche la parte della narrazione che riguarda la cerimonia per le anime dei defunti nell’osteria della Tia Marga: nell’epoca delle nebbie di febbraio, infatti, questi giungono in schiera sulle rive del Tejo per riunirsi con i vivi e dialogare con loro, porgendo a ciascuno un ultimo saluto, o più spesso una richiesta, prima dell’ultimo addio. A questa cerimonia Amalia viene convocata: la Tia Marga vede in lei una creatura ricettiva al mondo delle anime ma anche necessitata del loro messaggio: le pietre che si muovono nello stomaco, e la piccola ombra che l’accompagna ovunque, sono i segni di stati d’animo la cui comprensione richiederà l’intervento dell’amore e della consapevolezza.

Un’intensa fisicità dunque, cui corrisponde, per un intelligente gioco letterario (ma del resto siamo nel Vicolo dell’immaginario, dove può succedere di tutto), la completa evanescenza dei defunti – sensibili, franchi, in grado di comunicare con la coscienza dei vivi eppure completamente immateriali. E scopriremo solo alla fine che è stata proprio la loro voce, abilmente catturata dall’autrice, a narrare la vicenda di Clelia: dall’amore con Dario all’esperienza portoghese fino al ritorno a casa e al nuovo viaggio sul Tago, tutto è stato osservato e descritto con precisione e pazienza, indicando a tutti noi la strada dell’introspezione per immaginare, e scrivere, un luminoso presente.

Vicolo dell’immaginario è stato pubblicato da Sellerio nel 2019.

Ludovica Valentini

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