Il bosco di Mario Rigoni Stern

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Il bosco di Mario Rigoni Stern è il luogo del ricordo, della lotta e della morte

Dentro il bosco è un racconto di Mario Rigoni Stern in cui l’uccisione di un uomo cambia la vita degli abitanti del paese

Dentro il bosco, racconto di Mario Rigoni Stern, contiene la rivelazione di un fatto, un’uccisione che cambia la vita degli abitanti del paese e li conduce alla lotta partigiana.

Dentro il bosco

Eravamo scesi da una galleria a prendere l’acqua e ora, seduti nel bosco dopo esserci dissetati, fumavamo in pace un’alfa.

Non c’è niente di meglio, per me, che sedere nel bosco con la schiena appoggiata a un grosso tronco e fumare guardando il cielo tra i rami degli abeti. Fumare e fantasticare. La giornata era stata troppo calda e secca: il cane non aveva sentito alcun odore e la selvaggina, ingozzata di pastura, non si era mossa: faceva la siesta accovacciata tra i cespugli di ginepro.

Allora parlammo dell’amministrazione comunale e delle elezioni, degli emigranti lontani e di politica, dei lavori dei boschi e dei cantieri di lavoro e di altre cose che accadono quassú in montagna. Il tempo scorreva così. Non si aveva più voglia di camminare; si era stanchi, ormai. Eravamo in marcia dalle quattro del mattino senza aver sparato un colpo di fucile; né a un gallo, né a un francolino. Niente. Giornata bianca.

Il discorso languí. Accendemmo un’altra sigaretta. Lui guardò nel bosco e cominciò:

– È stato qui, proprio in questo posto che i fascisti uccisero il povero Cristiano. Tu non c’eri, allora.

– Ero internato, in Prussia. Come fu?

– Era d’autunno; mi pare fosse stato novembre, una giornata nebbiosa. Cristiano era quassù a far legna. I briganti neri vennero dal paese in colonna, salirono di là, – e mi indicava con la mano, tra le radure del bosco, la strada che aveano fatto, – presero a metà costa e vennero così di traverso. Lui stava qui, dove siamo noi. Ecco, proprio lì sotto quell’abete e stava riducendo un grosso ceppo. Batteva la scure con allegria. Te lo ricordi come era gagliardo? si sparpagliarono per il bosco e vennero a rastrello. Bene, quando uno dei loro sentì battere la scure nella nebbia si avvicinò come un ladro e mentre Cristiano si rizzava in alto, a braccia tese per prendere slancio, gli sparò una fucilata nel ventre. Quel bastardo di fascista, gli sparò così, da vigliacco.

– Subito gridò, e lo sentii anch’io che ero nel prato qui sotto con le vacche, gridò: «Signor tenente ci sono i partigiani! Ne ho ammazzato uno, venite!»

– Lasciai allora le bestie alla mia vecchia e corsi su con alcune donne della contrada che avevano udito la fucilata. Il tenente e gli altri erano già qui. Cristiano stava sdraiato sul dorso e ancora teneva in mano la scure; pallido e sbiancato come la neve per il sangue che gli sfuggiva dalle vene. Gli gridava il tenente: «Dove hai il fucile? Dove sono i tuoi compagni? Parla che ti ammazzo». E gli puntava la pistola sul viso. Cristiano con un filo di voe rispondeva: «Eccola la mia arma», e accennava con lo sguardo alla scure. «Cosa vuole ammazzare? Non vedete vigliacchi che mi avete già ammazzato?»

– Vidi con questi miei occhi il tenente che gli puntava la pistola sulla fronte e gli urlava parla che ti ammazzo e sentii lui che rispondeva che già l’avevano fatto e che partigiani non ce n’erano.

– Ed era la verità. Nessuno di noi era ancora partigiano. A quel tempo badavamo ai fatti nostri e ne avevamo già abbastanza. Portavamo solo da mangiare a sette inglesi che erano fuggiti da un campo di concentramento e che avevamo nascosti in una galleria della vecchia guerra qua sul monte.

– Quando Cristiano si accorse che eravamo arrivati ci sorrise. Sua sorella, che era salita con noi, si mise a urlare e a piangere.

– Voleva cavare gli occhi al tenente.

(continua)

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