Milano nei ricordi di Diego Marani

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Milano nei ricordi di Diego Marani

La Milano magnificente e moderna, immaginata attraverso i racconti della zia, si svela agli occhi di Diego Marani quando, bambino, fa il suo primo incontro con la città

In Enciclopedia Tresigallese, Diego Marani (Ferrara, 1959), raccoglie i suoi ricordi d’infanzia. La maggior parte si riferiscono a Tresigallo, in provincia di Ferrara: Marani descrive il paese, le campagne circostanti, le scorribande in bicicletta, il fiume Po. Inevitabilmente, e piacevolmente, come suole accadere con la memoria, nelle pagine trovano posto personaggi e figure appartenenti alla famiglia dell’autore e al piccolo mondo della provincia: così ad esempio la cartolaia presso il cui negozio vengono acquistati ogni anno i libri di scuola ma dove sono allestiti in bella mostra anche i soldatini per giocare; o i vari frequentatori dei due bar del paese, ciascuno con la sua clientela e i suoi riti.

E, sempre per un omaggio alla memoria, o a causa di questa, la scrittura di Marani, affettuosamente enciclopedica, finisce per superare i confini del paese addentrandosi anche nella grande metropoli: Milano.

A Milano abita una zia dell’autore, approdata al capoluogo lombardo con il marito, la quale della grande urbe, così come della modernità e del progresso, tesse continuamente le lodi davanti i familiari rimasti in paese. Finché arriva il giorno in cui il piccolo Diego si reca finalmente a Milano e la scopre con i propri occhi. Ecco dunque il ritratto della moderna metropoli, dei suoi colori, dei suoi odori. La scoperta sarà però deludente: nelle parole dell’autore, Milano si rivelerà “un grosso paese senza piazza dove la gente non si conosceva e le macchine giravano anche di notte.”

Riportiamo qui le pagine che ricordano l’esperienza:

La zia ci parlava spesso della magnificenza di Milano. Ne declamava gli agi moderni, il comfort elettrico degli ascensori, il prodigio del riscaldamento che passa sotto i pavimenti, la metropolitana e le autrostrade, piste di velocità così estreme che io immaginavo si dovessero affrontare con il casco e la tuta degli astronauti. Perfino la carne, la frutta e la verdura dei mercati milanesi la zia diceva migliori dei nostri, suscitando in questo la perplessità del nonno. Ogni estate la zia mi invitava ad andare a trovarla. Mi avrebbe fatto vedere la sua lavanderia a gettoni, dotata delle più moderne macchine, del lavasecco e anche delle essiccatrici, la fabbrica di cioccolato vicino a casa sua, la grande strada dove correvano sulle rotaie i prodigiosi tram. Mi avrebbe perfino portato con l’automobile fino in Svizzera, dovre avremmo attraversato la frontiera per andare a prendere un cappuccino. Soprattutto il cappuccino in Svizzera mi eccitava come qualcosa di vagamente illecito e trasgressivo. Che si potesse andare all’estero per un così futile motivo lo credevo vietato dalla legge e sicuramente figurava tra i peccati per i quali il parroco avrebbe preteso le preghiere più lunghe come penitenza. Io tenevo da conto le cartoline che la zia ci spediva. C’era sempre la fotografia del Duomo o il grattacielo Pirelli ripresi da visuali diverse, e strade larghe su cui scorrevano senza sfiorarsi tutti i tipi di automobile. A vedere quelle costruzioni prodigiose, io immaginavo una città festosa, fatta di lavanderie e fabbriche di cioccolato, dove la gente stava sempre a passeggio, in a tram a chiacchierare o a bere cappuccini nei caffè, dove da tutte le finestre si vedevano il Duomo e il grattacielo Pirelli come da quelle del mio paese si vedevano il forno calce della distilleria e i pioppi del campo sportivo. Un settembre papà e mamma accettarono infine l’invito della zia. Seguii con apprensione la preparazione della mia prima valigia. La mamma incartò per il viaggio le mie merende preferite, assicurandomi che ormai ero diventato grande. Papà mi accompagnò in stazione con l’aria grave delle grandi occasioni e sul treno mi affidò alla sorveglianza del controllore. Io trattenevo in gola un grumo di pianto che non sapevo deglutire. Per tutte le sei ore del tragitto non mi mossi mai dal posto che mi era stato assegnato. Una fermata dopo l’altra, la campagna volava via davanti al finestrino e le case si infittivano sempre più. Di quel viaggio mi spaventava soprattutto l’arrivo. Come avrei potuto trovare la zia in una stazione che mi aveva descritto grande due volte la nostra piazza? Ma c’ero rimasto solo io sull’unico vagone verde e bianco del diretto Ferrara-Milano via Suzarra. Dal finestrino vidi la zia sorridermi sul binario mentre il controllore premuroso mi porgeva la valigia aprendomi la porta come se scendessi da un taxi. Milano sembrava non essersi accorta di me. Brulicava inoffensiva e grigia. Ma esalava un cattivo odore di bruciato la fabbrica di cioccolato vicino alla casa della zia. Soprattutto la mattina. Un po’ come quello dei miei soldatini di plastica quando li mettevo di nascosto sopra la stufa accesa. Anche la lavanderia a gettoni mandava un puzzo acido che ricordava la vernice dell’officina dove papà portava la nostra macchina in riparazione. Mi parve addirittura osceno che la gente portasse a spasso in carrozzina i propri panni sporchi e andasse a mettere in mostra mutande e reggiseni negli oblò delle lavatrici della zia. Sull’autostrada fuligginosa la Seicento dell’amica della zia faceva un baccano insopportabile. C’era troppo caldo nella cabina color nocciola e assieme a una gran sete mi erano venuto le orecchie rosse. Rivolgendosi alla donna dai capelli cotonati, la zia parlava con un accento che mi infastivida. Me la faceva sentire estranea. La Svizzera me l’aspettavo tutta bianca di neve, con le slitte trainate dai cavalli, le case di legno e bonari cani San Bernardo davanti a ogni porta. Invece era soltanto un parcheggio ventoso sovrastato da una pubblicità scolorita. In un caffè buio e mezzo vuoto, un barista sgarbato ci servì di malavoglia un cappuccino freddo. Per tutto il tempo della sosta la zia non smise mai di chiacchierare con la sua amica e io ero rimasto solo in disparte, seduto su una sedia, senza toccare coi piedi per terra. Quando alzò la sbarra per lasciarci tornare indietro, il doganiere parve rimproverarci tutto quel viaggio per un così futile capriccio. Mi stupii che non ci facesse la multa. Non era vero che dalla finestra della casa della zia si vedeva il Duomo. Neanche il grattacielo Pirelli. Solo i panni stesi in un cortile di cemento e una motoretta senza ruote che arrugginiva contro un muro. Scoprii così che Milano era solo un grosso paese senza piazza dove la gente non si conosceva e le macchine giravano anche di notte.

Diego Marani, Enciclopedia tresigallese
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Milano

Enciclopedia Tresigallese è stato pubblicato da Bompiani nel 2006.

Ludovica Valentini

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