“La grande casa di Monirreh”: pagine di storia dell’Iran nel romanzo italiano di Bijan Zarmandili

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La grande casa di Monirreh, dell’italiano Bijan Zarmandili, raccoglie pagine di storia dell’Iran

La grande casa di Monirreh, primo romanzo del giornalista e scrittore Bijan Zarmandili (1941-2018) raccoglie pagine di storia dell’Iran: le seguiamo attraverso le vicende di una donna di nome Zahra.

Il 9 novembre del 2018 si spegneva a Roma il giornalista e scrittore Bijan Zarmandili, originario di Teheran stabilitosi in Italia nel 1960. La grande casa di Monirreh, sua opera prima, scritta in italiano, presenta momenti significativi del Novecento iraniano attraverso la vicenda di una donna di nome Zahra: fin da giovinetta, decisa a vivere una vita non convenzionale, Zahra sfida le usanze del suo paese. eppure, gli eventi politici che porteranno al potere l’Ajatollah Agha (padre) Khomeini influiranno sulla sua vita e su quella dei suoi familiari. La condizione di Zahra appare emblematica della situazione vissuta da milioni di donne in un paese dove la legge islamica regge diritti e doveri dei cittadini, limitando grandemente le libertà femminili anteriormente conquistate.

Riportiamo qui un brano del romanzo in cui l’autore compie un rapido excursus su un secolo di storia iraniana attraverso i pensieri della figlia maggiore di Zahra: alla morte della madre, in possesso di un angoscioso segreto di questa, la figlia maggiore tenta di ricostruire alcune parti del suo passato mentre si muove alla ricerca della sorellastra, una bimba haramzadeh, ossia bastarda, frutto dell’infelice e disamorato adulterio di Zahra, che la donna ha abbandonato appena dopo la nascita.

Il passato della madre spinge la figlia maggiore a indagare sugli eventuali modelli di vita della giovinezza di Zahra. Non sono certamente le donne in mezzo alle quali è cresciuta, né la madre, né le donne della famiglia che l’aveva adottata. Queste, pur appartenendo all’aristrocrazia più raffinata del paese, erano sottoposte alle regole di comportamento che il codice delle classi alte in Iran imponeva alle proprie donne, e, se erano educate a comparire e a mostrarsi in società, a conversare con gli uomini e a viaggiare, sposavano comunque mariti scelti rigorosamente dalla famiglia, nel rispetto assoluto della religione, del proprio rango sociale, tribale e di clan. Erano donne iraniane diverse, ma non libere. Lei, Zahra, invece sì, pensa la figlia maggiore.

È difficile trovare trovare un esempio per illustrare la giovinezza di Zhara. L’Iran di quei tempi era assai vicino alle grandi nazioni del tardo feudalesimo asiatico, come la Cina o l’India: un paese prigioniero della propria storia millenaria, ma sorprendentemente esposto alla modernità, alla quale cercava di dare una propria e peculiare interpretazione.

I persiani, come avevano fatto dodici secoli prima con gli arabi, iranizzando il loro islam e adottando lo sciismo anziché la tradizione dell’ortodossia sunnita degli arabi – per restare indipendenti rispetto al califfato di Baghdad -, cercarono di iranizzare anche la modernità. La stessa cosa era successa cinque secoli dopo con la conquista dell’Iran da parte delle truppe islamiche, quando il paese era stato colpito dalla terribile tempesta mongola: un uragano di mercenari venuti dagli altopiani cinesi al comando di Gengis Khan, che devastarono l’Iran e cercarono di piegarlo alla volontà del conquistatore mongolo. Anche allora gli sconfitti iranizzarono i loro carnefici, insegnando loro l’astrologia, la matematica e la medicina.

All’inizio del Novecento, poi, l’illuminata ed egocentrica borghesia europea si preparava alla Grande guerra coltivando contemporaneamente un antico desiderio: smembrare l’immenso territorio iraniano e dividerlo tra lo zar delle Russie e Sua Maestà britannica: il Nord per gli orsi slavi e il Sud per le volpi anglosassoni, che da tempo avevano messo gli occhi sui grandi giacimenti d’oro nero nel Khuzistan, dal 1901 monopolizzati da uno scaltro ingegnere di origine belga, William Knox d’Arcy.

Lungo i confini dell’Iran si erano prodotte tre piccole crepe verso l’esterno: la prima verso l’Impero ottomano in fase di decomposizione; la seconda verso la russia, ormai posseduta dal grande sogno socialista, e la terza nella parte orientale del paese, dove cominciava il territorio indiano, sottomesso all’Impero britannico.

I primi a varcare i confini erano stati gli aristocratici, per i quali gli spostamenti non costituivano una difficoltà, seguiti da piccoli gruppi di intellettuali, ma anche di commercianti e persino di mullah. Gli aristocratici scoprirono Parigi, attraversando Istanbul. Gli intellettuali si appassionarono alla causa dei menscevichi di Tbilisi, mentre i bazari e i mullah sperimentarono la perfidia britannica direttamente in India: qui, però, avevano trovato anche merci preziose da importare e fratelli della stessa fede con i quali allearsi per cacciare gli inglesi dall’India e, in seguito, dall’Iran.

L’alleanza fra aristocratici, intellettuali, abili e lungimiranti commercianti e mullah all’inizio del secolo passato finì per dar luogo in Iran a un grande movimento rivoluzionario, quello che nel 1906 sconvolse la monarchia Qajar, costringendo il debole Mozaffar-eddin Shah a firmare una carta costituzionale per trasformare la monarchia assoluta in un regime parlamentare. Un lungo processo che sarebbe durato fino al 1911, anno durante il quale il majlis, il nascente parlamento, fu cannoneggiato dalle truppe dello scià, mentre i sicari dei grandi latifondisti assassinavano i capi rovoluzionari, i burocrati riformatori e gli aristocratici illuminati. I militari sparavano sulla folla nelle piazze di Teheran, Tabriz, Isfahan, Shiraz e di molte altre città del paese, dove spirava ormai un forte vento reazionario.

Bijan Zarmandili, La grande casa di Monirrieh

La grande casa di Monirrieh è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2004.

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