Riepilogo ottobre: “Gente in Aspromonte”, di Corrado Alvaro

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Riepilogo ottobre: Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro

Riepilogo ottobre: la nostra sessione su Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro

Si affacciarono dunque le pecore a brucare le erbe sui precipizi, ed egli le sentiva scampanellare e belare, col cuor pieno, come se le avesse create lui. Aspettava la sua sorte. Quando vide i berretti dei carabinieri, e i moschetti puntati su di lui di dietro gli alberi, buttò il fucile e andò loro incontro.

«Finalmente», disse, «potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!»

Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte

Lettrici e Lettori,

Offriamo qui il Riepilogo della nostra sessione di martedì 26 ottobre, incentrata su Gente in Aspromonte, capolavoro di Corrado Alvaro (1895-1956) pubblicato nel 1930.

Di questo autore, dalle origini contadine e fortemente legato ai luoghi dell’infanzia, è stato detto intorno al suo antifascismo e soprattuto intorno alla sua prosa, a un tempo sobria e accorata, di acuto realismo, che lo avvicina alla tradizione di Verga, Pirandello e Capuana, come anche al Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli.

Nel corso della sessione, però, è stato anche rilevato che, spesso, le pagine in prosa di Alvaro posseggono una qualità prettamente lirica, in particolare quando affrontano le descrizioni di paesaggi: qui la Natura viene presentata quasi come una creatura animata in grado di determinare i destini degli uomini. In questo senso, c’è chi ha parlato di un realismo magico dell’autore, prendendo come termine di paragone scene e paesaggi presenti nella narrativa dell’America centrale, dove ogni cosa appare ancora in una luce atavica. Allo stesso modo, la prosa di Alvaro coniuga perfettamente realtà quotidiana e mito: l’odore del bestiame è presente insieme alla superstizione, la religiosità alla necessità di lavoro (si pensi al figlio di Argirò messo a studiare da prete), la povertà e la fame al sogno e alla visione.

Sebbene i racconti abbiano convinto – ed avvinto – la maggior parte delle lettrici e dei lettori, si è levata qualche voce intorno a momenti narrativi o a caratterizzazioni di personaggi considerate incongrue o poco credibili, pur nella Calabria rurale e antica che Alvaro descrive. In particolare, nel racconto intitolato TERESITA, ha sorpreso la figura di Ferro: abbiamo qui un uomo patriarcale, un padre-padrone che esige dalla figlia bambina, e poi dalla stessa già maritata, un’obbedienza che prevede la visita giornaliera di Teresa al vecchio – «Papá, papà, aprite, sono io!» – al fine di vegliare sul sonno di lui.

La conclusione del racconto, lo sgomento di Ferro nel carezzare Teresita morta, non più in grado di cullare il suo riposo, sono apparsi ad alcuni difficili da comprendere se non come il comportamento di una personalità malata.

La riflessione di altri è stata invece che proprio la coesistenza nell’uomo di autorità paterna e debolezza infantile sono la giusta caratterizzazione di una società dove i ruoli appaiono chiari, tanto nella distribuzione del potere tra le classi quanto in quella tra i sessi nell’ambito della stessa famiglia. Altri racconti di Alvaro, quali ad esempio ROMANTICA, sembrerebbero andare nella stessa direzione.

Ma la storia di Teresita non contempla unicamente il rapporto di un padre con una figlia: vi è infatti, in direzione simmetrica opposta, la rappresentazione delicatissima della dedizione di una figlia al padre e, per estensione, quella della natura femminile – insita in entrambi i sessi – verso chiunque si senta solo, sofferente, smarrito: l’amore come unica risposta alla ferita primordiale, a quel senso di paradiso anelato, perché perduto, che fa tornare l’uomo bambino. La resilienza con cui, dato alla luce un figlio, Teresa si reca, debolissima, da Ferro, testimonia sì di una sottomissione secolare, ma anche di una consapevolezza profonda e trascendente di chi, al di là delle parole, comprende e salva l’umanità dalle sue angosce. Un ritratto cristico, dolcissimo, che avvolge di pietas il sacrificio del corpo.

Vi è stata inoltre la riflessione sulla questione sociale affrontata dall’autore fin dalle prime pagine: GENTE IN ASPROMONTE, il racconto che dà il titolo alla raccolta, ritrae efficacemente le situazioni di secolare abuso da parte delle classi abbienti su pastori e contadini. Il mondo dei braccianti, in cui si includono le donne, usate come bestie da lavoro, è soggetto ai capricci del possidente. Eppure, a differenza dei vinti di Verga, è stato osservato che i miserabili di Alvaro cercano un riscatto, si sforzano di cambiare il loro destino, si avventurano lungo insperate vie di sopravvivenza. Questo ad onta delle perdite e delle tragedie cui sono costantemente esposti sia a causa di una natura impervia che decima il bestiame e distrugge i casolari sia per le vessazioni di una classe padronale prepotente e sorda.

Di fatto, una parte dei racconti riguarda precisamente il popolo degli emigranti, quei coraggiosi che abbandonano la terra dove sono nati per cercare fortuna nelle grandi città e forse, un giorno, tornare al paese ricchi. Tra i racconti su questo tema vanno citati IL RUBINO e VENTIQUATTR’ORE, quest’ultimo posto a chiusura della raccolta in una sintesi perfettamente circolare che richiama l’incipit: il pastore Argirò, infatti, protagonista della prima storia, riappare qui nel ricordo degli esuli, insieme alle sue disgrazie – i debiti contratti, la stalla andata in fiamme, la mula perduta.

Ma Alvaro, si è visto con chiarezza ed in modo unanime, non è solo uno scrittore del meridione. La sua raffinatissima prosa affronta con acume e penetrazione tutta la gamma dei sentimenti e delle emozioni di ciascuno di noi. Se in terra d’Aspromonte, in una città industriale del nord, o in una metropoli americana, il viaggio della memoria è lo stesso, così come il bisogno d’amore, il sacrificio, l’ambiguità di fronte alle scelte, la violenza che improvvisamente sgorga dalle viscere, l’attaccamento a un tempo tenero e feroce verso le persone e le cose – persino, si è ricordato, verso un sasso vestito di stracci e trasformato in bambola. In questo senso, Alvaro è uno scrittore universale, per nulla limitato a temi regionali o a questioni di natura storico-sociale, come potrebbe apparire a taluni.

Concludiamo con un brano tratto dall’ultimo racconto, il già citato Ventiquattr’ore, in cui significative riflessioni sul tempo e sulla vita intervengono nella conversazione di tre spiantati che, sulle strade d’America, a cavallo tra il nuovo che avanza e tradizioni arcaiche ancora vive, attendono spaventati il trascorrere della giornata, e con essa il compimento – o la salvezza – da una profezia.

«Io mi domando se vale la pena di girare tanto, quando poi quello che vediamo è sempre la stessa cosa, quello che vedemmo nell’infanzia. Io ho veduto come è fatto l’elefante; eppure quello che mi ricordo sempre sono le lucertole al sole d’estate, quando si incantano su una pietra che brucia, e qui sotto la bocca, sul collo biancastro, batte loro qualche cosa come una vena. Io ho traversato il mare e ho vedute tante cose; eppure mi ricordo precisamente soltanto l’orto che facevamo da ragazzi, presso il ruscello, e l’ombra che una piantina di cece appena nata faceva quando vi batteva il sole. Mai cipresso ha fatta tanta ombra come quella, nel mio ricordo».

Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte

La memoria gioca scherzi a tutti noi, ed è sempre al passato che torniamo. Lo abbiamo visto con una molteplicità di scrittrici e scrittori, noi stessi compiendo la medesima ricerca più volte nell’arco della vita. È dunque grazie a narratori come Corrado Alvaro che quella parte di noi che appartiene al ricordo torna vittoriosa a vivere, con le sue speranze, i suoi timori, le sue gioie, le certezze, le fantasie, i nuovi amori.

Grazie a tutti della partecipazione e appuntamento tra un mese,

Ludovica

1 commento

  1. Sessione controversa: c’è chi ha amato i racconti senza riserve e chi al contrario è rimasto tiepido, quando non indifferente: forse questi ultimi lettori sono stati tratti in inganno dal titolo della raccolta, ed hanno interpretato la bellissima prosa di Alvaro come riferita unicamente a una realtà locale. Invece l’Aspromonte è il mondo e la sua gente siamo tutti noi.

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