Calabria meravigliosa e ingiusta: “Gente in Aspromonte”, di Corrado Alvaro

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Una terra dalla natura meravigliosa dove la vita è ingiusta: così appare la Calabria in Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro

Gente in Aspromonte, pubblicato per la prima volta nel 1930, è un volume di racconti di Corrado Alvaro (1895-1956) al cui centro sono le vicende di pastori della Calabria e di altri “vinti” che popolano il meridione italiano post-unitario. La povertà, la durezza delle condizioni di vita, lo sfruttamento ad opera delle classi abbienti, la violenza dei potenti su chi non ha, richiamano le pagine di altri nostri grandi scrittori del Sud quali Giovanni Verga (1840-1922), Luigi Capuana (1839-1915), Luigi Pirandello (1867-1936) e Carlo Levi (1902-1975), alla cui tradizione non sono certo estranei Federico De Roberto (1861-1927), Leonardo Sciascia (1921-1989) e il recentemente scomparso Andrea Camilleri (1925-2019).

Riportiamo qui alcuni brani dal primo racconto, che dà il titolo alla raccolta. Vi si narra la storia di Argirò, pastore ridotto in disgrazia dalla perdita dei suoi pochi animali, e di suo figlio Antonello. Costretto a risarcire il feudatario e padrone Mezzatesta, per tentare di sopravvivere alla miseria Argirò chiederà un prestito all’usuraio del paese. I brani qui riprodotti descrivono con crudo realismo la condizione dei servi in terra di Calabria e i soprusi cui vengono sottoposti: un mondo pieno di ingiustizie, che Alvaro, scrittore antifascista, denuncia con chiara coscienza storica attenta, già allora, al minaccioso presente.

Non erano le otto quando l’Argirò entrava nel palazzo dei Mezzatesta. Il portone era aperto. L’arco del portone, di cinque metri d’altezza, mostrava la sola pietra lavorata che esistesse in paese, e di cui uno scampolo era servito per lo stipite della chiesa, per i gradini, per le due magre colonne. Palazzo e chiesa addossati, recanti essi soli i materiali nobili del paese, il ferro e la pietra, e la sola forma nobile, la colonna. Dentro quel palazzo, composto di tre edifizi addossati con scale interne ed esterne, che partivano tutte da un ampio cortile, a entrate diverse, sostenuti da contrafforti coi fichi selvatici nella massa del muro, sui bastioni, o come ciuffi sull’arco del portone, viveva la grande famiglia dei Mezzatesta, con le scuderie a terreno, i magazzini, le cucine piene di servi, e al piano nobile i padroni con le loro donne dal capo incerto e vezzoso agitantesi in ritmo di comando.

Essere servi in quella casa era già un privilegio. Le serve che in lunghe file tutto il giorno andavano e tornavano con gli orci e i barili sulla testa ad attingere acqua a tre chilometri dal paese, formavano la cupidigia segreta dei maschi, recando esse, fuori di casa, il sorriso della piú giovane padrona nata dalle nozze fra cugini, che annaf-fiava castamente verso sera il garofano elegante sulla terrazza. Queste serve avevano smesso l’abito popolare. In queste case pochi penetravano senza un segreto timore.

Dovunque ci si voltava era terra di questa casa, dalle foreste sui monti agli orti acquatici presso il mare. Dovunque, comunque. Era loro la terra, loro le ulive che vi cadevano sopra, erano loro le foreste sui monti intorno, loro i campi tosati di luglio quando tutta la terra è gialla e i colli cretosi crepano aridi. Quanti schiaffi volarono sulle facce dei contadini, quanti calci dietro a loro! Le anticamere rigurgitavano di gente misera che aspettava di essere ricevuta, rovinata per un maiale colpito dal morbo o per un bue precipitato in qualche strapiombo.

Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte

Concludiamo con un’annotazione che, a distanza di poco meno di un secolo dalla pubblicazione del capolavoro di Alvaro, purtuttavia non pare fuori luogo: su un pianeta meraviglioso abbiamo edificato un mondo ingiusto. Attualmente le condizioni di milioni di lavoratori – la gran massa che costituisce l’umanità – sono messe in serio pericolo dal dominio e dallo strapotere di pochi: il paradosso del presente, così avvezzo alla comunicazione istantanea, è quello di aver creato una moltitudine di servi isolati nelle loro voci e nei loro bisogni, schiacciati da un sistema produttivo frammentato e indifferente al loro destino. La recente pandemia da Covid19 ha rivelato fino a che punto le nostre società siano soggette agli interessi di una minoranza che dell’abuso ha fatto una norma, mentre lo sfruttamento selvaggio delle risorse e la distruzione di delicati ecosistemi minaccia la sopravvivenza della Natura.

Ludovica Valentini

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