Una civiltà scompare: “Gente in Aspromonte”, di Corrado Alvaro

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Una civiltà scompare: Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro

La civiltà contadina scompare e si polverizza in Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro, uno dei grandi narratori del nostro Sud.

Il 1930 è l’anno di pubblicazione di Gente in Aspromonte, capolavoro di Corrado Alvaro (1895-1956). L’attenzione verso il Sud, da cui lo scrittore proviene, e la precisa scelta politica di narrarne le sofferenze causate dai soprusi delle classi abbienti e dallo sfruttamento ad opera dei Savoia, dinastia dell’Italia post-unitaria succeduta ai Borboni, colmano questa serie di racconti di una chiara denuncia sociale, non disgiunta da una soffusa pietas. Presente in essi, amorevolmente, la terra della Calabria con la sua bellezza aspra, comprensibile solo, a detta dell’autore, agli «iniziati».

Presentiamo qui alcuni brani rivelatori della maestria narrativa di Alvaro e della sua regione, oggi meta di turismo e, al contempo, vittima di mafie, di incendi dolosi e di un’amministrazione in cui si infiltra la criminalità organizzata. Una terra ancora sfruttata che chiede giustizia.

L’Argirò col figliolo arrivarono al paese che era l’alba.

Risalito il poggio, le case addossate una all’altra come una mandra si presentarono ai loro occhi. Da secoli questo paese si era cacciato nella valle, e vi si era addormentato. Intorno, a qualche miglio di distanza gli altri paesi che si vedevano in cima ai cocuzzoli rocciosi si confondevano con la pietra, ne avevano la stessa struttura, lo stesso colore, come la farfalla che si confonde col fiore su cui è posata. Sembra un mondo spento, lunare. Attraverso i letti dei torrenti, i viandanti che tentano di raggiungere le vallate, nel silenzio reso piú solitario dal ritmo della cavalcatura, sembrano abitatori di spelonche.

Ma a inoltrarsi appena fra gli speroni dei monti, sulla striscia del torrente, si vede la montagna che nasce tra la valle animarsi della sua vita segreta, e sembra di udir le voci di tutte le sorgenti che scaturiscono da essa. Si rivelano i paesi coi loro fiocchi di fumo, le voci disperse, i suoni intermessi, la voce soprana delle campane. È una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e di spine.

Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina. Già arriva qualche forestiero dove arrivava soltanto qualche carabiniere in occasione di qualche delitto, o il merciaio ambulante che raccatta gli stracci e compera i capelli che le donne nascondono nei buchi dei muri. Ancora i puledri col monello a bisdosso cavalcano pel sentiero secolare, e i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro. È un fatto che qui manca la nozione geometrica della ruota. Ma per poco ancora. Come al contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzerà cosí questa vita.

È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie. La liberazione del reame delle Due Sicilie trovò qui un ordine stabilito da secoli. Il parapiglia che avvenne col riordinamento dei beni demaniali, ingrossò alcune fortune già pingui. Il paese rimase quello che era: un agglomerato di case rustiche composto di una stanza a terreno, colla terra naturale per impiantito, la roccia per sedile e per focolare, intorno a una sola casa nobile con portici, stalle, cucine, giardini, servi. Il popolo si agitava e si affannava intorno a questa casa che era attigua alla chiesa, e dove era tutta la ricchezza, tutto il bene e il male del paese.

Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte.

I brani qui presentati sono tratti dall’edizione Einaudi Letteratura Italiana rifacentesi all’edizione Garzanti del 1978.

Ludovica Valentini

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