Sciascia: Milano, l’Italia, Stendhal

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Nel ricordare Stendhal, Leonardo Sciascia sottolinea l’amore del grande scrittore francese per Milano e l’Italia, e quello dell’Italia per lui.

Nel 1942, ricorrendo il centenario della morte di Stendhal, Luigi Foscolo Benedetto pubblicava un «bilancio dello stendhalismo italiano» intitolandolo Arrigo Beyle milanese: quasi che lo stendhalismo itlaiano valesse anche a confermare a Stendhal quella cittadinanza milanese che si era attribuita. Milanese, ma ampiamente italiana, nonostante certe punte di insofferenza più o meno mutevoli nei riguardi di certe regioni o città; dell’Italia che Stendhal conobbe e di quella che desiderò conoscere. Milano è «il più bel luogo della terra». Ma anche se in Italia – dice – ci sono sette o otto grandi centri, «e la più semplice delle azioni si fa in maniera del tutto differente a Torino e a Venezia, a Milano e a Genova, a Bologna e a Firenze, a Roma e a Napoli», dall’insieme delle sue sterminate notazioni sull’Italia si può fondatamente affermare che Milano ne fosse per lui lo specchio, la sintesi, la fusione, e, per così dire, la raffinazione. La «dolcezza e spontaneità» di Milano, dei milanesi, sembra ai suoi occhi accogliere e accordare ogni differenza e contraddizione.

Impressione che a di stanza di un secolo e mezzo possiamo, e anche con maggior sicurezza, anche noi sottoscrivere: poiché Milano è tra le città italiane la più intrinsecamente italiana, quella che più e meglio accetta l’Italia unita e ne restituisce intera l’immagine; quella, insomma, in cui ogni italiano è di casa. Fatto, questo, non pienamente avvertito da chi non ha imparato a conoscerla, e anzi gravato da generici pregiudizi nei riguardi di un nord di disumano attivismo; e forse a coglierlo e ad averne coscienza appunto occorre un certo stendhalismo, e cioè una certa idea dell’Italia e una sempre viva passione all’Italia, quali che siano i gradi di sofferta esperienza, di difficoltà a viverci, che ne abbiano. Quella sofferenza e difficoltà, bisogna notare, che Stendhal non conobbe. E mi pare di dover aggiungere che peggio sarebbe stato se tutto ciò che dal 1860 ad oggi ci stringe e ci angoscia Stendhal l’avesse conosciuto: nel nostro amore a tutto quello che ha scritto, avremmo forse dovuto fare i conti col suo appassionarsi a mafia, camorra, brigate rosse e spregiudicato esercizio del potere.

Il «bilancio» del Foscolo Benedetto comprende 1.672 voci. È fatto con grande studio e sottigliezza. Non è soltanto una bibliografia-regesto di quel che su Stendhal si è scritto in Italia fino al 1942, ma anche una visione dello stendhalismo vivo, attivo e non dichiarato che in esili vene percorre la letteratura italiana. Vi fa voce, per esempio, la novella Camerati – del Verga «milanese» (ed è coincidenza da tenere in conto) – di Per le vie, 1883; e non perché Stendhal vi sia nominato, ma perché nella descrizione della battaglia di Custoza indefettibilmente si intravede il ricordo della battaglia di Waterloo nella Chartreuse. Dal 1815 al 1942, 1.672 voci non sono molte per Stendhal: ma quando ci si imbatte in questa che riguarda Verga, in quelle che segnalano l’assiduo interesse a Stendhal di scrittori come Borgese, Savinio e Vittorini e l’esortazione – che direi memorabile e ancora valida – di Cardarelli a scrivere un certo libro su Stendhal, il «bilancio» appare tutt’altro che scarso. […]

E siamo ancora al 1942. E da allora ad oggi non solo si può presumere siano cresciute almeno altrettante voci, ma altre se ne possono aggiungere del tipo di quella che il Foscolo Benedetto fece per la novella di Verga. E ne fissiamo, di passata, due: Il bell’Antonio, di Vitaliano Brancati, Il gattopardo, di Giuseppe Tomasi. Ma dello stendhalismo di questi due libri e dei loro autori, come su quello di Rubè di Borgese, bisognerebbe fare tutto un esame.

Ci sitamo soffermando sullo standhalismo italiano poiché siamo convinti che ogni discorso su Stendhal implica un discorso sullo stendhalismo. Si sa che in Francia è frequente l’aggregazione di lettori particolarmente fedeli intorno al nome di certi scrittori: associazioni che si dicono di amici: «amici di France», «amici di Giraudoux», « mici di Buzzati» (e credo Buzzati sia uno dei pochi scrittori stranieri a godere in Francia di una cerchia di amici); associazioni che, con quelle degli «amici del libro» , cui si debbono felicissimi incontri tra opere letterarie e artisti che le illustrano, sono segni di una civiltà intellettuale a noi quasi ignota.

Ma lo stendhalismo è qualcosa di più profondo, di più vasto. anche se di origine francesce, è fenomeno di portata mondiale e che quasi appare inesauribile. Paul Valéry diceva che con Stendhal non si finirà mai; e anche se quel « mai » appare oggi, a noi, assai illusorio ed incerto non solo nei riguardi di Stendhal ma di tutte quelle cose che appena ieri si credevano stabili, lo stendhalismo è sicuramente la passione più duratura, la più vasta, la più fervida che la storia, la vita e le costumanze letterarie registrino.

Tratto da Fatti diversi di storia letteraria e civile (Sellerio editore Palermo, 1989).

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Milano, Castello sforzesco

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