4 ottobre: l’Umbria francescana con “Il volo dell’eremita”, di Caterina Emili

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Celebriamo il 4 ottobre con Il volo dell’eremita, di Caterina Emili

Il volo dell’eremita, romanzo di Caterina Emili, presenta l’Umbria di Francesco di Assisi e un aspetto interessante della spiritualità.

Ne Il volo dell’eremita, Caterina Emili presenta l’Umbria di Francesco di Assisi ed aspetti interessanti, benché desueti, di spiritualità contemporanea: la rinuncia alle cose del mondo e il ripristino di luoghi sacri ricchi d’arte.

Ne Il volo dell’eremita, la giornalista e scrittrice Caterina Emili (Roma 1948) presenta immagini di due regioni a lei care: la Puglia e l’Umbria di Francesco di Assisi. I vagabondaggi del protagonista Vittore, commerciante di olio e formaggi, portano la sua voce narrante da una regione all’altra per una questione apparentemene banale, la riscossione di un’eredità.

In Umbria, Vittore farà la conoscenza del cugino Volendo, attraverso cui scoprirà non solo i particolari di un’annosa vicenda familiare ma anche un modo diverso di sentire la vita: Volendo infatti, affetto da epilepsia, è un eremita, e come tale si comporta, trascorrendo lunghi periodi di contemplazione in luoghi impervi nascosti negli angoli verdi dell’Umbria. Alle lettrici e ai lettori attenti non sfuggiranno i significativi richiami a forme ormai desuete di spiritualità contemporanea: la rinuncia alle cose del mondo e il ripristino – o restauro – di luoghi sacri resi più ricchi dall’arte. Una lezione che Vittore mostrerà di saper cogliere appieno, facendo un uso perfetto della sua parte di eredità.

Riportiamo qui di seguito alcuni brani del romanzo: Vittore, alla ricerca del cugino Volendo, lo ritrova finalmente in un luogo d’eccezione: la grotta di San Francesco, ove si narra che il poverello di Assisi avesse un giaciglio di pietra.

Niente da fare, io e il mio furgone dobbiamo salire fino alla piazzola dove lo vidi per la prima volta e poi a piedi, verso le grotte degli eremiti, sperando che qualche santo mi dia una mano e me lo faccia trovare prima di schiattare. Mi sono comprato qualche opuscolo sugli itinerari della zona: parlano di escursioni a mezza costa attraversando gibbosità e valloncelli, raccontano di castellieri chiamati cime cerchiaie, di tigli plurisecolari e di antichi carpini bianchi, di acquedotti medievali, di aspre valli del Lago, di ruderi di abbazie celestine, di grotte e doline, di sorgenti, di cascate, di torrenti. Basta salire, insomma, verso i prati sommitali e l’Umbria racconterà cose di sé inaspettate e misteriose.

Posteggio nella piazzola a sette chilometri dall’eremo, da qui so che devo andare a piedi. Fa un freddo boia, le foglie dorate della volta scorsa sono diventate polvere nerastra. Il terreno è scivoloso, le pietre in parte nascoste ora sono emerse aguzze, lavate dalla pioggia, pronte a ostacolare ogni passo. E i miei passi non è che siano granché, guidati da scarpe incapaci di fare presa a terra, abiatuate come il padrone a percorsi più accomodanti. Insomma, una gran rottura di palle se non fosse per un paesaggio che a tratti buca le siepi e riempie gli occhi d’una maestosità primitiva.

Finalmente arrivo all’eremo. Un mucchio di sassi che mi guardano stupiti sotto un cielo gelido e plumbeo. Sembrano aver aspettato per millenni che il dolore di tutti gli uomini del mondo salisse fin quassù. Non c’è anima viva, non c’è nessun animale, nessun verso. Solo il gorgoglio di una fontanella che invoca la sete di qualcuno. Un cartello dice che l’eremo fu eretto da san Romualdo nel 1007, dopo un secolo venne ceduto ai francescani, dopo qualche altro secolo fu chiuso perché non si trovava nessun frate disposto a viverci, fino a che dai primi dell’Ottocento fu abitato di nuovo dagli eremiti. Che adesso, però, non  ci sono. E poi vedo un cartello di legno, quasi del tutto scolorito che indica la direzione della grotta di San Francesco. Penso al mio amico Mario, a sua moglie Maria e alla devozione che hanno per questo santo. Penso a come sarebbero contenti di essere al mio posto, mentre tocca a me stare qua, a me che disconosco ogni tipo di devozione. E allora decido di scattare qualche foto con il telefonino e di spedirgliele come auguri di Natale. Immagino il loro stupore e la loro gioia. Immagino che le faranno vedere a tutti al bar. Trimindit’ trimindit’ addo ste Vittore nust! Sta da San Francesco!*

E così obbedisco al cartello di legno e vado verso il crinale destro della collina, fino ad arrivare a una grotta con un cancello di ferro semichiuso e un cartello di plastica che spiega che dentro c’è il Lectulus Beati Francisci, un masso di travertino dove pare il santo abbia dormito. Scosto il cancello che cigola, irritato dalla mia intrusione, e mi trovo inun anfratto umido e scuro, con le pareti rocciose raccordate da muretti di pietra. Una stanza funerea dove spicca una masso reso liscio da millenni di pellegrini e malati che gli si sono sdraiati sopra per ottenere la guarigione dell’anima o del corpo. Non so come verranno le mie foto, la luce è poca e viene risucchiata tutta dalle rocce.

Un lamento soffocato come quello dei nidi pieni, strappati dal vento e buttati a terra in pasto a qualche gatto vorace. Un pigolio sommesso che viene da un angolo, proprio dove le pareti si toccano a triangolo e sfuggono a ogni sguardo. È lì per terra, raggomitolato nel suo cappotto militare, con gli occhi rossi cerchiati che mi guarda senza riconoscermi, che non guarda e non conosce, che non vive e non è ancora morto.

Volendo se ne sta sdraiato chiassà da quanto tempo, in una posizione rassegnata e sepolcrale. L’ho trovato, l’ho trovato!

Caterina Emili, Il volo dell’eremita.

Può apparire un arbitrio letterario da parte di chi scrive, eppure tra le letture che questo romanzo riporta alla mente vi è La carta e il territorio (2010) del controverso scrittore francese Michel Houellebecq (1956). Il racconto dell’artista solitario, che assurge a fama internazionale e termina i propri giorni in volontaria reclusione, presenta interessanti parallelismi con la storia di Caterina Emili.

Tanto Volendo quanto Jed Martin sembrano tagliati non solo per la solitudine ma anche per l’indifferenza, quando non il disprezzo, verso la ricchezza materiale di cui entrambi sono destinatari. I due optano per forme di vita lontane dalla calca e dalla moltitudine, ed entrambi hanno visioni assai simili del mondo naturale: Jed conclude i propri giorni dedicandosi a comporre opere audiovisive in cui la Natura prende inesorabilmente il sopravvento su qualsiasi prodotto considerato arte – invero su qualsiasi artefatto umano.

Inoltre, entrambi i libri portano avanti un discorso profondo sullo stato dell’arte: da una parte Volendo mostra sdegno verso chi fa commercio di antichità preziose (il rinvenimento di una preziosa reliquia incastonata di pietre preziose è uno dei nodi narrativi del romanzo), e Vittore, dopo l’esperienza con il cugino, prenderà la decisione di restaurare a sue spese i malridotti affreschi che ornano un piccolo luogo intimo e sacro. Dall’altra parte, l’esperienza di Jed si sviluppa in un sistema che non solo mercifica l’arte, divenuta bene di investimento, ma che addirittura, nella foga del collezionismo, raggiunge in efferatezza quella dei crimini più spietati.

L’ateo Jed e il devoto Volendo aspirano entrambi a una purezza primigenia il cui luogo si rivela essere la Natura; ciascuno a proprio modo, con la durezza e la dolcezza delle loro pagine, i due personaggi (nonché i loro rispettivi autori, forse?) additano la possibilità di un’esistenza libera dall’avidità del possesso, che per molti di noi ha preso invece il posto d’ogni altra cosa.

Il volo dell’eremita è stato pubblicato da Edizioni e/o nel 2017.

Ludovica Valentini

*(Guardate, guardate dove sta Vittore nostro.)

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