“La mennulara” di Simonetta Agnello Hornby, storia di una curiosa rivincita

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La mennulara di Simonetta Agnello Hornby, curiosa rivincita di una serva-padrona

Ne La mennulara, Simonetta Agnello Hornby descrive il cammino di rivalsa di una serva-padrona a partire dal momento della sua morte

Nel suo romanzo d’esordio, Simonetta Agnello Hornby (Palermo 1945) affida a una mennulara, in siciliano “raccoglitrice di mandorle”, il compito di regolare i conti con un destino avverso per riprendersi, da morta, quello che in vita non ha potuto godersi.

Può una donna nata povera, che per tutta la vita ha fatto la serva, reclamare ciò che non ebbe in vita per goderne i frutti da morta? Questo sembra essere il quesito cui vuol dare risposta Simonetta Agnello Hornby, autrice de La mennulara, edito da Feltrinelli nel 2002. Ed ovviamente, la trama del romanzo dà un responso positivo: non solo la reputazione della donna ma soprattutto il suo amore segreto, accuratamente tenuto lontano dalle maldicenze e dai ricatti, otterranno post mortem una rivincita.

Negli incontri avuti all’epoca con le lettrici e i lettori, l’autrice confessò di aver tenuto presente un grande romanzo italiano oltre che siciliano: I Viceré, di Federico De Roberto, che si apre con la morte di un personaggio ed i conflitti che ne riguardano l’eredità.

A differenza del grande affresco storico di Federico De Roberto, il quale narra le vicende dell’aristocratica famiglia degli Uzeda nella Sicilia post-unitaria, Simonetta Agnello Hornby colloca la sua storia nell’Italia del boom economico, dove i più fortunati dispongono di automobili ed hanno accesso a banche svizzere in cui depositare i capitali, e dove anche la mafia si è evoluta nei costumi e nei traffici. Non solo: con De Roberto avevamo una principessa, qui una domestica e, benché per carattere (e per la pochezza morale degli aristocratici che la circondano) la mennulara possa considerarsi una serva-padrona, è evidente che il tema di classe ha subito trasformazioni, giacché il Paese è cambiato e ci troviamo in una Repubblica.

Ma tornando alla protagonista del romanzo, la mennulara è all’anagrafe Maria Rosalia Inzerillo, da decenni serva in casa Alfallipe. Alla sua morte, la signora Adriana Alfallipe ed i di lei figli ricevono una lettera in cui l’antica domestica, tiranna ma generosa, assegna loro una serie di compiti che, se ben eseguiti, permetteranno all’intera famiglia di accedere a un sostanzioso patrimonio – il suo. Va detto però che l’antica serva detta per scritto alcune condizioni, l’ultima delle quali sarà l’istituzione di un certame musicale in memoriam che la unirà indissolubilmente all’uomo amato.

Il romanzo si basa in parte sul contenuto di questa ed altre missive, e in parte sulle opinioni, i commenti e le dicerie che ogni voce del paese solleva intorno alla Mennulara e agli Alfallipe. Vi è dunque, da parte dell’autrice, un’attenzione verso la questione della conoscenza e dell’identità: quando crediamo di sapere qualcosa su qualcuno, siamo assolutamente certi di essere nel giusto? Che vuol dire realmente conoscere il nostro vicino?

La somma delle voci che si levano sul passato di Rosalia, sui suoi legami con la famiglia Alfallipe e su alcuni drammatici eventi della Mennulara ancora bambina e poi giovinetta finiranno per darci un ritratto della donna, ottenuto, si direbbe, quasi per “cerchi concentrici”; infatti, è come se ogni personaggio fornisse la propria visione, la propria versione dei fatti (o di parte di essi), essendo cura dell’autrice lasciare per ultimi i testimoni più intimamente vicini alla defunta e pertanto, per strategia narrativa, più affidabili: questi sono il parroco e il medico del paese, padre Arena e il dottor Mendicò.

Riportiamo qui l’incipit del romanzo, in cui il dottore chiude gli occhi alla Mennulara; segue la scena dove la famiglia Alfallipe riceve notizia del decesso – i tratti caratteriali dei personaggi già facilmente identificabili.

LUNEDÌ 23 SETTEMBRE 1963

Il dottor Mendicò assiste alla morte di una paziente

Il dottor Mendicò improvvisamente si sentì stanchissimo, con le gambe indolenzite e le braccia formicolanti. Era rimasto nella stessa posizione per più di un’ora, le mani della Mennulara strette fra le sue, accarezzandole le dita con un movimento circolare e delicato, incessante. Sollevò la mano destra, lasciando a palma aperta sul lenzuolo la sinistra, su cui poggiavano quelle ancora tiepide della defunta. Era un momento solenne, che conosceva bene e sempre lo emozionava, l’ultimo compito di un medico sconfitto dalla morte. Le chiuse le palpebre delicatamente. Poi le rassettò le mani intrecciandole le dita, gliele pose con cura sullo sterno, riordinò il lenzuolo tirandolo su fino a coprirle le spalle e finalmente si alzò per comunicare agli Alfallipe la morte della Mennulara.

Rimase con loro quanto necessario, diede a Gianni Alfallipe la busta contenente le ultime volontà della defunta e scese in fretta le scale della palazzina, incrociando le vicine che salivano per le scale a condolersi. Si era sentito soffocare in quella casa; appena uscito dal portone prese a camminare a piccoli passi lenti, respirando a pieni polmoni l’aria ancora fresca della mattina. La via misurava appena poche decine di metri, ma sembrava più lunga in quanto stretta e piena d’angoli creati dagli  edifici a due o tre piani che nei secoli si erano moltiplicati a caso, accatastandosi l’uno sull’altro e inglobando le costruzioni originarie fino a formare quasi due muraglie contigue e irregolari, interrotte soltanto da due archi che le traforavano come una galleria e attraverso i quali passava e si snodava fino a valle una delle tante scalinate che formavano la principale rete urbana di Roccacolomba, un tipico paese dell’entroterra aggrappato alle coste della montagna. […] La striscia di cielo ritagliata dai tetti aguzzi e irregolari delle case era luminosissima, appena azzurra, quasi abbagliante. Il dottore si fermò, tirò un gran respiro e puntò gli occhi in alto, restando a fissare intensamente il cielo. “Chissà dove sarà volata la sua anima, che Dio le dia pace,” disse a bassa voce, poi riprese il cammino e imboccò la scala che scendeva verso casa sua. La campana del monastero batteva le undici.  Il dottor Mendicò calcolò che prima del pranzo avrebbe avuto il tempo di fare le telefonate necessarie, prendere un caffè e farsi una passeggiata: aveva bisogno di stare solo a pensare. “Neanche un medico vecchio come me si abitua alla morte,” mormorò tra sé mentre suonava il campanello di casa.

Gianni era ritornato nel soggiorno, dopo aver accompagnato alla porta il dottor Mendicò. Le sorelle e la madre lo aspettavano in silenzio. Santa non aveva osato entrarvi, per rispetto agli Alfallipe e obbedienza agli ordini della Mennulara. Non era riuscita, tuttavia, a trattenere la propria curiosità ed era rimasta nel corridoio, appoggiata alla porta della cucina, il viso contratto e ancora bagnato di lagrime, le braccia inerti sui fianchi, l’orecchio teso a carpire brandelli di conversazione dei padroni.

La signora Alfallipe era accasciata sulla poltrona, il capo riverso sulla spalliera, gli occhi pieni di lagrime, lo sguardo vacuo. Lilla, appoggiata sul bracciolo, le carezzava la fronte. Carmela, invece, aspettava l’arrivo del marito, affacciata al balcone. “Che ti ha dato il dottore?” chiese Lilla. Gianni le mostrò la busta, il suo nome scritto a grandi lettere maiuscole disordinate: era la calligrafia della Mennulara. Carmela si era girata, alle parole della sorella, e li osservava. Alla vista della lettera li raggiunse in fretta strillando: “Sarà il testamento, non aprirlo, dobbiamo aspettare Massimo”, e, con la voce sempre più stridula, continuò a ripetere: “Dobbiamo aspettare Massimo”. La signora Alfallipe prese a piangere, ripetendo fioca, come se recitasse una litania: “Lo sapevo che Mennù avrebbe pensato a me, mi voleva bene”.  Lilla e Gianni avrebbero voluto aprire immediatamente la busta, ma non osarono né ebbero il tempo di contraddire la sorella perché Santa e le vicine fecero irruzione nella stanza gesticolando e vociando rumorosamente tutte assieme per fare le  condoglianze. Alla loro vista la signora Alfallipe parve disintegrarsi in un pianto dirotto, subito accudita e confortata dalle donne. “Che sarà di me, Mennù mi curava bene, come faccio ora io, che sono malata…”

Furono tutti abbracciati e baciati a uno a uno, stretti in lunghi amplessi che li lasciarono impiastricciati del sudore delle loro ascelle e degli aromi del cibo che erano intente a preparare: un misto di aglio, olio, pomodoro, prezzemolo, mollica di pane, un odore antico che accomunò gli Alfallipe nel disgusto dei ceti bassi.

Simonetta Agnello Hornby, La mennulara.

Presso Feltrinelli, Simonetta Agnello Hornby ha in seguito pubblicato altri romanzi di successo quali ad esempio La zia marchesa (2004) o Boccamurata (2007), condivisi e commentati con le lettrici e i lettori del Club. Nell’opinione di chi scrive, non hanno raggiunto la qualità e la freschezza del primo.

Ludovica Valentini

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