“Un odore, sul sentiero, come di vino”: Lalla Romano e l’autunno in montagna

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Lalla Romano, il ritorno ai luoghi di villeggiatura trenta anni dopo

Un ritorno agli antichi luoghi di villeggiatura in una stagione diversa, trenta anni dopo: l’autunno della natura e quello della vita, delle perdite, degli esseri amati scomparsi che riappaiono nei profili delle cime.

Un ritorno agli antichi luoghi di villeggiatura estiva: Lalla Romano (Demonte 1906 – Milano 2001) ritrova Cheneil, in Val d’Aosta, trenta anni dopo: non siamo più in estate, e l’autunno della natura accoglie quello della vita, segnato dalle perdite inevitabili, dagli esseri amati via via scomparsi che si disegnano ora nei profili delle cime. La conca, i ghiacciai, le cascate descritte nella curiosità spensierata dell’estate appaiono ora in una luce nuova, non per questo meno bella ma anzi consapevole e limpidissima.

Tra le immagini, spicca quella della roccia che evoca la madre dell’autrice: i suoi tratti, le sue forme, le sue sinuosità. Forse è questo il più toccante dialogo che si instaura tra la testimone vivente e la pietra.

Presentiamo qui alcuni brani appartenenti alla parte finale del libro Pralève e altri racconti di montagna.

A Cheneil d’autunno

Non ero mai stata a Cheneil d’autunno. Torno lassù da vent’anni, ma sempre tra giugno e luglio, quando per lo più siamo in tre o quattro clienti nell’albergo. Ora, in settembre, trovo la stessa solitudine, ma un silenzio più assoluto. In estate – anzi primavera per i duemila metri di Cheneil – il silenzio è fatto di infiniti minimi suoni, ronzii, flauti di uccelli. Oggi, mentre salgo, arrivano dalle pendici opposte della valle i rari latrati dei cani pastori, netti come in un vuoto; e così il richiamo dei galli dalle case lontane. Una limpidezza che è già inverno.

C’è un odore, sul sentiero, come di vino: dev’essere la fermentazione delle foglie, che marciscono ai piedi dei cespugli. Lamponi maturi, che nessuno coglie, si staccano molli e cadono nell’erba folta.

La conca che ho sempre visto verde e grigia, chiazzata di neve, ha mutato colore. Fino alla roccia che appare pallida, quasi azzurra, la montagna è rossa, appena macchiata qua e là dal giallo spento dell’erba secca. Non è il rosso tenero, carnicino, dei rododendri; ma quasi congestionato, febbrile (come dice Shelley nell’Ode al vento dell’Ovest).

Nonostante questa nuova bellezza, la conca appare povera. Non c’è traccia di nevai, nemmeno sotto il Tournalin; spente quasi del tutto, ridotte a un filo le alte cascate che scendono dagli spalti in fondo alla conca. Anche sulle montagne di fronte, lungo la Grande Muraille, non c’è traccia di neve; e i ghiacciai laggiu, sotto la Dent d’Herens e il Cervino, sono ridotti allo scheletro, a barocche sconvolte ondate nerastre. La valle appare un po’ umiliata da questo. Forse ritrovo la povertà delle mie magre, scabre Marittime.

(1989)

Grandes Jorasses

Profili di pietra

Due grandi muraglie di roccia ho ripetutamente spiato e giocato a vederle come repertorio di immagini. La prima è stata per anni la Grande Muraille che avevo di fronte alla pensione Carrel di Cheneil, in Valle d’Aosta. La seconda è la parete detta delle Grandes Jorasses che vedo dalla finestra dell’Hôtel Royal di Courmayeur. Le figure più perspicue sono costituite dalle macchie bianche dei ghiacciai, incastrate nelle cavità della roccia. La prima che ho individuato (fu nell’84, anno e residenza molto dolorosi per me) è quella superba, anzi, un po’ tronfia, di un grande uccello da cortile, pavone o faraona.

Di profilo, la testa altera, dal becco adunco, l’occhio nero fisso, sormontata da una leggera corona, sospesa e forse fissata un po’ al di sopra. Il corpo, che si intuisce pennuto, è appuntito e gonfio con appendice caudata e termina con zampe dai grossi artigli. Un inquietante uccello-lucertola si insinua quasi danzando lungo un canalone. Al di sopra del collo sottile, la testa ha un minaccioso becco come rostrato.

Il più caro – a me caro –, il più affascinante è Re Cervo, adagiato in alto (alla vista appare sotto il Dente del Gigante). È gentile e maestoso, il capo eretto con grazia, il profilo di tre quarti, sormontato da due vistose, classicamente ramose corna. Dal suo manto spunta una mano che porge qualcosa a un piccolo animale, forse gatto o cagnolino.

Ma la scoperta che vorrei mantenere segreta – e segreta infatti rimarrà – è quasi fatale e anche consolatoria, per me. Io credo che anche le immagini «bianco su nero» dei ghiacciai siano state oggetto di fantasie presso gli uomini antichi; ma soprattutto quelle create dai profili delle creste testimoniano le personificazioni umane: dal famoso Volto di Pietra ai tanti nomi anche delle mie Alpi Marittime; il più bello è Fremamorta, donna morta.

Il mio è il profilo di mia madre. Ho scelto di leggerlo da destra a sinistra perché ho riscontrato, come in lei, il labbro superiore un po’ sfuggente. La breve cima dentata ha veramente qualcosa della struggente e misteriosa bellezza di lei. Dopo tante contemplazioni, il riconoscimento prosegue nel suo corpo sdraiato, con il lieve rilievo del seno, il ventre bianco (il ghiacciaio) dalla dolce, lenta curva che termina col rilievo delle ginocchia. Con quel profilo è il mio colloquio.

(1987)

Tratto da Pralève e altri racconti di montagna (Lindau, 2017).

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