Linguaggio: quando auguriamo “Buona sera”

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Linguaggio: quando auguriamo “Buona sera”

Il linguaggio ha consuetudini: qualcosa accade quando un semplice “Buona sera” trascorre, anche tra sconosciuti, nel momento in cui ci si incrocia magari per caso.

La società umana ha prodotto il linguaggio verbale: un semplice “Buona sera” anche tra sconosciuti può produrre sensazioni gradevoli, negli altri come in noi stessi.

Prossimi al secondo equinozio dell’anno, quello del 21 settembre, molti di noi residenti nell’emisfero boreale avranno notato che le giornate fino a ieri estive si sono andate accorciando, cedendo il passo, a seconda delle latitudini, a pomeriggi più lunghi, colori sfumati, a tramonti violacei nonché all’oscurità presaga che avanza.

La luce vespertina ci richiama all’intimità con noi stessi; per alcuni può significare prendere il guinzaglio del cane e scendere a fare una passeggiata, per altri compiere un giretto in solitario per i viali di una città, in un parco urbano o in aperta campagna, oltre il limite del paese sancito dalla segnaletica e dalle mura del cimitero; per altri ancora ritornare a casa.

È possibile, in tali momenti, che avvenga l’incontro con l’altro, o con vari altri, in cammino per le stesse ragioni; allora sorge spontanea la formula usuale: – Buona sera.

Vi è un che di sereno in questo scambio. Augurare un buon finale del giorno trasmette un vago senso di fratellanza: siamo qui, si ammette implicitamente, sotto lo stesso cielo da cui la luce scompare, avviati forse verso la soglia di casa ma soprattutto verso la notte; perché non desiderare dunque per te, vicino d’appartamento o sconosciuto viandante, un po’ di semplice bene?

Pur se prerogativa del tardo pomeriggio, il buona sera in teoria potrebbe augurarsi fin da appena passato il mezzogiorno: in piena luce, i raggi del sole ancora caldi sui visi o sulle spalle, ci si rimanda alla bontà di ciò che resta da consumare delle ore dell’oggi, e la si affida a parole da dedicare all’altro, ricevendone in cambio di simili o uguali.

Buona sera, signorina, buona sera sono i versi di una vecchia canzone resa famosa nel mondo dal cantante statunitense Dean Martin: dopo l’esordio in italiano, il testo prosegue in inglese verso un anelato bacio di buona notte, che la signorina dovrebbe dispensare mentre il giovane compra l’anello con cui sposarla: nella formula del saluto serale viaggiano insomma ampi desideri di felicità.

Non così per Don Abbondio, il pavido curato de I promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) il quale, proprio nel mezzo della sua passeggiata vespertina, si troverà ad essere reticente protagonista dell’episodio che mette in moto il romanzo: l’incontro con i bravi di Don Rodrigo.

Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Noi però preferiamo ricordare i momenti che alla fine di ogni giorno ci riconducono alla pace e, nel caso di un inatteso incontro, all’augurio serale.

Il silenzio interiore restando la più inclusiva delle circostanze, se la nostra mente spesso irrequieta e chiacchierina si trovasse a ricorrere all’uso della lingua, facciamo in modo che l’utilizzo sia quanto meno amabile.

Pronunciare le parole pe(n)sandole: «Desidero davvero che la tua sera sia buona, estranea/estraneo della cui esistenza quasi tutto ignoro; se hai desideri, sogni a cui tendi nei momenti solitari come facciamo un po’ tutti, voglio augurarti ogni bene: che la pace della sera sia con te».

E mentre la luce ci abbandona e la sera scende sulle case, sulle campagne e le strade, a tutte e tutti un felice equinozio e buona serata.

Ludovica Valentini

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