Settembre: “Italia”, di Goffredo Parise (3)

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(segue)

Ormai non erano più giovani ma la loro pelle, la carne, la saliva e i capelli erano ancora abbastanza giovani. Giovanni era invecchiato nel volto, aveva dei capelli grigi, le borse sotto gli occhi e due pieghe dure ai lati del piccolo naso infantile. Maria non era ingrassata, ma aveva anche lei qualche capello grigio e i seni e la carne non erano più veramente quelli: non c’era più la durezza. Giovanni che li toccava sempre fin da ragazzo per scherzo e sul serio smise di farlo per discrezione. Maria capì questa discrezione ma il capirlo fu una cosa oscura e ogni tanto, guardandosi allo specchio e nel bagno, nuda, diceva tra sé a voce alta: – Sono vecchia -. E si copriva anche a se stessa, perché la gioventù se n’era andata.

Ogni estate andavano al mare e qualche volta facevano dei viaggi in Italia. Nella loro mente Capua veniva immediatamente prima di Porta Capuana perché videro entrambi i luoghi uno dopo l’altro: ricordavano Cuma e le zolfare. Quei viaggi in Italia rimasero ben netti nella loro mente anche se ogni anno che passava i loro sensi avevan sempre minor forza: gli odori dell’aria, il sapore dei cibi e le profondità dei mari erano ogni anno meno sorprendenti anche se più dolci alla vista e ancora più dolci al pensiero e al ricordo. Essi non lo sapevano ma una leggerissima stanchezza nei sensi, cioè nella vita, si era infiltrata nei loro corpi e nei loro pensieri. Passarono altri anni, rapidamente quanto lentamente passava un giorno della loro gioventù lontana, Silvia era molto amata, una delle donne più amate d’Italia e Francesco diventò dirigente sindacale di una partito politico da giovanissimo: era un idealista.

Un giorno Giovanni a un collega francese che si preoccupava delle sorti dell’Italia disse: – Tout se tient en Italie -. – Sì, ma per quanto tempo? – . – Per sempre -. Così dicendo Giovanni (era una sera in un ristorante di piazza Santa Maria in Trastevere a Roma, tra luci, lampi e scintillii di oro) vide come illuminarsi davanti a sé l’intero territorio italiano e gli parve che chiese, torri, cupole, ruderi e forre, campagne e oliveti ventosi cucinassero al sole, circondati dal mare. L’omertà era un concetto difficile da spiegare a uno straniero e Giovanni lasciò perdere.

Giovanni e Maria invecchiarono di colpo ma, come sempre, per quella misericordiosa stanchezza che avevano entrambi ereditato dalla illusioni infinite della Chiesa cattolica senza saperlo, nessuno dei due se ne accorse veramente. Nessuno dei due si accorse di avere già vissuto tutta la vita da qualche tempo ormai e non parve a loro di vedere i cieli di Roma al mattino, il pomeriggio al Lido di Venezia quando i bagnini cominciano ad avvolgere le tende per la notte, o le palme di agosto a piazza di Spagna, per le ultime volte.

Maria andava a San Pietro. Non era mai stata in chiesa se non da ragazza ma ora le piaceva andare a San Pietro, senza pregare ma per guardare gli altari, l’arco della piazza, sentire l’odore dell’incenso e vedere il Papa dire Messa: il figlio la prendeva in giro e Maria rideva con gli occhi con gli stessi denti bianchi da negretta di quando era ragazza.

Maria si accorse un giorno di giugno che parlando perdeva le frasi che rimanevano nel pensiero e si esprimeva in modo confuso e spesso incomprensibile. Quando la udì dire quelle frasi senza senso Giovanni si fece molto serio e lo prose un dolore infinito perche capì che sarebbe morta. Infatti Maria morì e di lei non rimase nulla in casa.

Giovanni visse ancora undici anni: camminava molto e lavorò sempre, ma la cosa si era rotta e la vita continuò a passare anche dopo, anche dopo che morì Giovanni e nessuno vedeva più i due sposi da tanto tempo. Rimanevano però Silvia e Francesco che a loro volta avevano i figli grandi. La figlia di Francesco si chiamava Maria, come la nonna, e come lei aveva piccole labbra color corallo e denti molto bianchi.

Tratto da Sillabari (Adelphi edizioni 2004).

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