Settembre: “Italia”, di Goffredo Parise (2)

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(segue)

Passarono gli anni, erano sempre anni di gioventù e dunque era come se non passassero perché nulla cambiava in loro essendo profondamente radicati alla loro regione anche se avevano cominciato a viaggiare. Le altre regioni d’Italia erano un po’ come stati esteri, ma piano piano capirono che i cittadini di quegli stati esteri erano anche essi italiani e che tutti, ognuno in un modo diverso, erano come avvolti in un loro onore regionale. Spesso avevano momenti di silenzio entrambi, non sapevano cosa dirsi e Giovanni come un ragazzino con un amico prendeva la mano di Maria e con l’altra mano le batteva colpetti sul dorso.

Questa era la “confidenza” così vicina e simile all’onore: capirono come era vero che la sola persona di cui potevano fidarsi era l’uno e l’altra. Non che avessero un’idea precisa dell’istituto della famiglia o del matrimonio così come si intende, avevano semplicemente la pratica della vita insieme e la sempre più grande coscienza che degli altri, italiani come loro, ci si poteva fidare sì, abbastanza, ma non molto, meglio poco. Cosa significava “fidarsi”? Non lo sapevano bene perché erano ancora giovani, e qualche volta erano tentati di “fidarsi” ma era una cosa vaga, l’opposto di un’altra cosa vaga che era il tradimento, per cui il rapporto con le altre persone, anche con i loro amici d’infanza, era molto sincero ma nessuno dei due diceva tutto: bisognava tacere per vivere.

Ebbero un bambino che chiamarono Francesco. Erano “dotati” per vivere, avevano quel genio italiano, ma non di tutti gli italiani, di muoversi, di camminare e di sorridere che è come bagnato dal mare Mediterraneo. Il sole dell’Adriatico fa molto ma non è come il mare Mediterraneo nei corpi e nelle movenze delle persone veramente italiane. Questo dava loro un forte senso di familiarità, anche come fratello e sorella, e di sempre maggiore complicità. La complicità era dovuta a una grande naturalezza forse nata da matrimoni fra bisnonni ed avi ed è legata ai movimenti comuni che si fanno in gioventù nella stessa terra quando si mangia e si dorme vicini in casa e ad un’aria di famiglia che in quegli anni moltissimi italiani avevano.

Giovanni conservava nel corpo, come del resto Maria, i muscoli, i nervi, i sonni e la fame di un ragazzo, Francesco era come lui. Certe volte gli amici prendevano in giro Giovanni perche durante il lavoro si stringeva nel suo camice, seduto accanto ad uno al microscopio, gli appoggiava il capo su una spall e dormiva. Aveva una testa piccola con molti capelli arruffati e cosi dormendo teneva le mani intrecciate in grembo. Era molto distratto, nuotava e sciava bene, ma di colpo si tancava, certe volte quando era distratto e mangiava alla mensa in distrazione, masticava come uno che non sente nessun sapore e teneva gli occhi fissi al pensiero, non dentro di se, guardando e perlando col pensiero, ma come se il pensiero fosse una persona, seduto o lontano da lui, sola.

Non litigavano mai. Maria non ebbe mai un altro uomo e Giovanni non ebbe mai un’altra donna. Non ebbero mai questioni di gelosia in quanto si amavano in modo sempre diverso e col passare del tempo e sempre pensando ognuno all’onore dell’altro. Giovanni ogni tanto si arrabbiava, allora diventava pallido, perdeva la voce e si picchiava la testa per non dare i pugni in testa a Maria. Si arrabbiava perché Maria era permalosa di carattere, si incupiva, piangeva disperatamente con il moccio come i bambini.

Ebbero una bambina che chiamarono Silvia come la nonna di Giovanni, era nata con un leggero difetto all’anca per cui diventando grande zoppicava un po’, pochissimo. I genitori se ne crucciarono molto ma quando Silvia ebbe tredici anni e cominciò a mostrare tutta la sua bellezza tra russa e tartara, non ebbero più crucci. Quel lieve zoppicare quasi non si vedeva e dava a Silvia quello che moltissime altre donne non avevano.

(continua)

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