Preparativi natalizi ne “L’ultima provincia”, piccolo capolavoro di Luisa Adorno

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Preparativi natalizi ne L’ultima provincia, piccolo capolavoro di Luisa Adorno

Ne L’ultima provincia, la scrittrice pisana Luisa Adorno ricorda il Natale in Abruzzo con i suoceri siciliani.

Luisa Adorno traccia un ritratto indimenticabile del Natale in casa dei suoceri, siciliani e assai freddolosi.

L’ultima provincia, di Luisa Adorno (pseudonimo di Mila Curradi, Pisa 1921) è l’omaggio dell’autrice alle figure che circondarono la sua vita di giovane sposa: i suoceri Adorno. Lui, Vincenzo, è Prefetto e la moglie Anita viene chiamata nel romanzo la Prefettessa. Con dovizia di particolari ed affettuosa ironia, la scrittrice pisana ricorda gli anni passati vivendo con loro nella sede assegnata al suocero in Abruzzo e quelli nella loro terra natale, la Sicilia. Qui riproduciamo un brano godibilissimo sui giorni prenatalizi nel freddo dicembre abruzzese.

Qualche giorno prima di Natale il freddo accelerò il passo alla gente: solo gli zampognari perduti in una ricerca di fiato, strascicavano lentamente le uose con lunghe soste alle cantonate.

Sulle case indifese della vecchia città in collina, sulle sue strade aeree, sui vicoli ripidi che sboccano in cielo, il palazzo della prefettura, chiuso, massiccio, fumava come un vapore. All’interno la Prefettessa, resa energica dalla presenza del figlio, aveva preso il comando delle caldaie. Un profugo giuliano, che alla vita con Tito aveva preferito quella, da diavolo, sempre in piedi davanti alle bocche roventi, aveva il compito di accenderle, di alimentarle. Lei controllava la temperatura su un termometro appeso al muro nella sua camera: se questo scendeva da ventuno, a venti, a diciotto, «Che fece ‘u profugo?» si chiedeva allarmata e stizzita; «Barbacino dite a ‘u profugo di caricare» e quando l’agente risaliva ansante dalla cantina «Caricao?» lo investiva. «Caricò, caricò».

Le caldaie degli uffici morivano a sera, quella dell’alloggio alitava tutta la notte. Nel corridoio l’impianto si rivelò presto insufficiente a raggiungere i gradi voluti; la Prefettessa si rivolse all’economo e ne ebbe in aiuto dei termosifoni elettrici, piccoli, argentei, muniti di una manopola per regolare il calore. Messi e lasciati tutto il giorno al massimo, quand’erano sul punto di scoppiare sfiatavano attraverso un forellino schizzi d’acqua e sbuffi di vapore, fischiando. Fischiavano a lungo prima che qualcuno si decidesse a girarne il bottone, fischiavano a turno perché non si potevano abbassare tutti insieme a rischio di raffreddare il corridoio.

Anche gli scaldabagni erano sempre accesi e uno che aveva il termostato rotto ogni tanto si metteva a bollire: un rumore cupo, di tuono, ritmato come quello di un cuore, faceva fremere le pareti, l’alloggio. In quel caso tutti gridavano «U’ scaldabagno!». «Correte!». «… nel bagno nero!». «Scoppia». Allungando il braccio e volgendo indietro la testa, con gesto da Pietro Micca pronto a saltare, Barbacino faceva scattare l’interruttore.

Concetta, convinta di vincere in intelligenza il coraggio, apriva svelta le cannelle: con spari, ingorghi, getti improvvisi l’acqua bollente cominciava ad uscire appannando preso nel fumo gli accessori lustri del bagno, gli occhiali inutili di Barbacino.

Nei ventuno gradi raggiunti la Prefettessa si moveva inquieta, sottilmente amareggiata al ricordo che a Torino c’erano i doppi infissi.

In quest’atmosfera in prefettura ci si preparava al Natale.

Tratto da L’ultima provincia (Sellerio, 1983, 13a ed. 2004).

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