Riccardo Muti: Verdi, l’italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici

Verdi, l’italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici. Riccardo Muti porge un omaggio letterario al grande compositore di Busseto, ricordando la direzione di opere del Maestro che hanno fatto parte della sua prestigiosa carriera.

“Verdi è il musicista della Vita […]. Verdi, dicevo, è il musicista della mia vita, nel senso che mi ha sempre accompagnato, sin da bambino.”
Riccardo Muti

Lettrici e lettori:


La sessione di martedì 27 ottobre 2020 si è incentrata su Verdi, l’italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici, di Riccardo Muti, a cura di Armando Torno. Come è stato rilevato nel corso del dibattito, il libro è un omaggio reso dal celeberrimo direttore d’orchestra al Maestro di Busseto, che tanta parte ha avuto nella formazione e nel successo di Muti non solo in Italia ma anche sulla scena internazionale.

 
È stato osservato che l’autore si presenta come rigoroso interprete verdiano grazie allo studio disciplinatissimo di partiture a loro volta esigenti; ma abbiamo anche visto quanto intenso e profondo sia il rapporto tra l’allievo e il Maestro, del quale Muti coglie un aspetto fondamentale: “Verdi aveva una mente teatrale: nulla è casuale nelle sue opere. C’è un senso del dramma e un uso della musica sapientissimo, in apparenza semplice, però scientificamente studiato. Ecco perché Verdi è importante: non tanto per la sapienza dei concertati o per l’invenzione melodica delle sue arie […] bensì per la costruzione drammatica del teatro. È infatti Verdi che scrive la regia.” 


Di contro all’immagine stereotipata di un musicista facile perché grandemente popolare, Muti rileva la raffinatezza della scrittura verdiana, capace di evocare situazioni intere con brevissimi passaggi e di costruire musicalmente scene maestose, senza peraltro dimenticare un uso sapiente del silenzio. Inoltre, alla meritata italianità delle melodie di Verdi, Muti aggiunge il non trascurabile influsso della musica austro-tedesca fin dagli anni giovanili del Maestro, per questioni geopolitiche che vedevano Milano soggetta alla dominazione austriaca. 

Nel libro si sottolinea anche, ripetutamente, l’importanza in Verdi del rapporto tra musica e parola, la puntigliosità riguardo alla pronuncia di ogni sillaba e alle pause -anche infinitesimali- che la voce deve rispettare. Citiamo un esempio: “È risaputo che nello scrivere i recitativi, Verdi leggeva le parole del libretto ad alta voce, camminando avanti e indietro nella sua stanza, ripetendole in continuazione finché non prendevano il volo, vestendosi della melodia che avrebbe dato loro e diventando musica: la pulsazione ritmica delle parole scaturiva direttamente dal modo in cui le pronunciava“.  Di qui che, come è noto, il Maestro mantenesse un dialogo intenso con i suoi librettisti, scrittori quali Francesco Maria Piave o Arrigo Boito.


Sulla questione della trascendenza, pur senza cercare di risolvere l’enigma del Maestro ‘mangiapreti’, Muti offre alcune riflessioni: “Sappiamo che Verdi chiese di essere sepolto con la partitura del Te Deum, fra le ultime cose che scrisse, fra il 1886 e il 1897.” E sul Requiem: “È una pagina di grande profondità: che cos’è la morte e che cos’è la nostra liberazione?


A questa godibilissima lettura, in cui l’autore si racconta come erede del lascito verdiano con un’accettazione orgogliosamente consapevole del proprio destino, si può rivolgere forse una richiesta: quella di arricchirla in futuro di un numero maggiore di aneddoti e riferimenti storici che ogni lettore/melomane desidererebbe poter assorbire da un testo così. Spiccano infatti, per la loro eccezionalità, le brevi note sul carteggio Boito-Verdi in occasione della composizione del Falstaff (1893), ultima opera scritta da Giuseppe Verdi, in cui è il librettista a convincere il Maestro già anziano: “C’è un solo modo di finir meglio che coll’Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff.” A cui Verdi risponde: “Amen; e così sia! Facciamo addunque Falstaff! Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all’età, alle malattie!


Infine, per uno di quei felici incontri che l’arte suole propiziare, abbiamo ricordato un episodio del romanzo Il Gattopardo (1958), di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Ottobre 1860. Siamo a Donnafugata, feudo dei Salina, in occasione del plebiscito che sancirà l’unione della Sicilia al nascente Regno d’Italia: “Le campane imperversavano sempre, e sulle pareti delle case le iscrizioni di ‘Viva Garibbaldi’, ‘Viva Re Vittorio’ e ‘Morte al re Borbone’ che un pennello esperto aveva tracciato mesi prima, sbiadivano e sembravano voler rientrare nel muro. I mortaretti sparavano mentre si saliva la scalinata e quando il piccolo corteo entrò in Chiesa, don Ciccio Tumeo, giunto col fiato grosso ma in tempo, attaccò con passione ‘Amami, Alfredo’.” Il principe Fabrizio e la sua famiglia, insomma, vengono accolti niente di meno che da un’aria de La Traviata*, scandalosa –ma famosa- storia di una prostituta. L’Italia risorgimentale era stata fatta sulle note delle melodie di Verdi, la sua musica veniva ora a sconvolgere per sempre l’antica aristocrazia del Sud.

Verdi, l’italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici, di Riccardo Muti, a cura di Armando Torno, edizioni BUR, è corredato di un’appendice contenente le composizioni verdiane in ordine cronologico.

Ludovica Valentini

*Nella trasposizione cinematografica del romanzo, del 1963, Luchino Visconti utilizzò la stessa opera per la scena del valzer tra Angelica e il principe.

Immagine di copertina: Giuseppe Verdi, ritratto di Giovanni Boldini (1842-1931), Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (particolare).

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