“Il pugno chiuso”, di Arrigo Boito (conclusione)

arrigo-boito-il-pugno-chiuso

Mente e corpo, malattia e sintomo, peccato e condanna. Nel suo straordinario racconto, Boito intreccia scienza e leggenda a dimostrare quanto le nostre convinzioni, ossessioni e superstizioni agiscano sul funzionamento dell’organismo fino a forgiare il nostro destino.

***

Paw mi appariva come una vittima di quel fenomeno fisico che i cristiani
dell’evo medio chiamavano sugillationes, e che è una forma della stigmatizzazione. Un tale fenomeno s’è manifestato più volte anche in questo secolo razionalista. Basta leggere le lettere di Harwitz, stampate a Berlino nel 1846, per vedere citati molti casi di stimmatizzazione avvenuti ai nostri tempi. Maria di Maerl, monaca dell’ordine terzo di San Francesco, fu segnata colle stigmate nell’anno 1834. Maria Domenica Lazzari, soprannominata l’Addolorata di Capriana, portava anch’essa, verso la stessa epoca, le stigmate ai piedi, alle mani, al fianco. Crescenzia di Nickleitsch fu stimmatizzata nel 1835. Filippo d’Aqueria, Benedetto da Reggio, cappuccino, Carlo di Gaeta, frate laico, sono altri esempi di stigmatizzati, i quali ottennero l’eredità delle benedette piaghe di San Francesco d’Assisi
in premio della loro fede.


Oggi la fisiologia dimostra chiaramente che ciò che nei passati secoli era chiamato miracolo non era che l’effetto d’un morbo, d’un turbamento generale dell’economia, la conseguenza di menti sconvolte dalla esaltazione religiosa, da un troppo lungo abuso dell’astinenza, dell’ascetismo, della
vita contemplativa, su organismi già oltremodo predisposti ai disordini dello innervamento. In molti casi di malattie mentali (casi in cui il morale opera potentissimamente sul fisico) si osserva che le idee, reagendo sugli organi, infliggono agli organi le stesse loro perturbazioni. La suggellazione e la stigmatizzazione appartengono ad uno stesso ordine di fatti fisiologici
e possono esser prodotti dalla mania religiosa, non solo, ma da qualunque altra mania, come avvenne nell’avaro Levy e come apparisce nel povero Paw.


E così considerando, vegliavo il mio malato. Sapevo purtroppo che la scienza non avrebbe potuto salvarlo. Infatti dopo tre giorni morì.
Quando la nuova della morte di Paw si sparse per la città, l’osteria fu assediata da una turba di curiosi. Affollavano l’oste pregandolo di lasciarli penetrare nella camera del morto. Molti fra essi volevano spezzare il pugno di Paw per carpire il fiorino. Chiedevano quella grazia all’oste come una elemosina, alcuni altri come un diritto. Io li udivo, indignato, dal luogo dove stavo. Uno diceva: «Paw mi ha donato quel fiorino per testamento».
Un altro: «Io ho più diritto di te perché lo tengo da Levy stesso».
E il primo ancora: «Sta a vedere chi ha ragione».
E un terzo: «Quel fiorino va al tesoro della Madonna».
E un quarto: «Bisogna prima bagnarlo nell’acqua santa e purificarlo tutto; io so come si fa».
E un quinto: «Quel fiorino rosso dev’essere diviso fra tutti i confratelli di Paw, fra tutti i suoi compagni d’elemosina, fra tutti quei della plica».
Un applauso fragoroso segui quest’ultima parlata fatta da una voce robusta, ch’io riconobbi essere quella di quel mendicante del Santuario che più degli altri aveva percosso Paw.


Intanto la folla inferocita si spingeva verso la camera dove stavo io col morto. L’oste non poteva più porre argine alla spinta degli assalitori.
L’uscio fu spalancato, la camera fu invasa dalla turba. Videro il morto, s’arrestarono sospesi fra la cupidigia e il terrore. Quando s’accorsero di me s’inchinarono tutti. Io allora parlai.
«Profanatori! riconosco qualcuno fra voi che l’altro dì, sulla collina, diede invero bella prova di pietà percotendo vigliaccamente il pover’uomo che giace lì su quel letto. Tutti contendevate a Paw una moneta di rame quand’era vivo, ed ora ch’è morto tornate a scagliarvi tutti sul suo pugno,
per rapirgli la moneta d’oro che chiude. Malandrini! uomini di rapina e di fango! corvi limosinanti! Quella moneta diventerà cancrena nelle vostre mani. Sarà la vostra maledizione. La sorte di Levy e di Paw vi aspetta.
«Non voglio negarvi il castigo che domandate con tanta ferocia. Chi di voi vuole il fiorino maledetto alzi il braccio…».
Tutti alzarono il braccio. Io allora afferrai un martello, corsi al letto di Paw, presi in mano il suo pugno, due volte morto, alla prima martellata si ruppe come quello d’una mummia. La turba anelante attendeva il fiorino rosso; tutti gli sguardi spiavano rivolti al mio martello, e tutte le orecchie erano tese e preparate al suono della moneta d’oro.
Il pugno s’infranse.
La folla stupì.
Il fiorino rosso non c’era.

Il pugno chiuso, di Arrigo Boito, è stato pubblicato dalla Sellerio nel 1981.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.