“Il pugno chiuso”, di Arrigo Boito (7)

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Quando Levy rinvenne era solo; guardò la porta spalancata, poi la finestra spalancata, poi lo scrigno spalancato e vuoto! Volle uccidersi, ma come? il suo pugno non poteva afferrare coltello né pistola e temeva i colpi fiacchi ed incerti della mano sinistra.

Poscia il timore della morte lo colse. Il ricco avaro era diventato miserabile, non più una moneta nel suo scrigno, quella povera cassa forte schiusa a tutti i venti rendeva imagine di una gabbia dalla quale fossero volati via i canerini canori. Levy torceva gli occhi per non vederla. Non gli restava più nulla delle passate ricchezze, tranne forse il fiorino d’oro nel pugno! Ma Levy abbattuto, sfinito, non credeva più a quella moneta fatale. L’incredulità era subentrata al dubbio come il dubbio alla fede. Levy trascinò poveramente così alcuni giorni di vita rosicchiando qualche rimasuglio di cibo provveduto nei fertili tempi. Una mattina, disperato, affamato, non sapendo come lavorare, come vivere, salì la collina e si inginocchiò davanti alla porta del Santuario per chiedere l’elemosina. Molti che lo conoscevano passandogli davanti lo maledicevano, altri che avevano toccato denari suoi a prezzo d’usura lo insultavano. Altri lo beffavano. Nessuno gli faceva la carità d’un kopiec.

Io a quell’epoca ero guardiano del tesoro della Madonna. Un giorno, ritornandomene a casa, abitavo nel convento, vidi Levy, n’ebbi pietà e gli dissi: «Questa sera quando i frati dormiranno entra nella mia cella e ceneremo assieme». Quella notte Levy capitò. Mangiammo tutti e due, Levy era diventato spaventoso a vedersi. La cella era illuminata dal lumignolo che ardeva davanti alla Madonna come qui adesso. Levy in quella notte mi raccontò tutta la sua storia come io ve la raccontai ora. Quando l’ebbe terminata s’alzò… andò davanti alla Vergine (mentre Paw descriveva questi ultimi particolari accompagnava cogli atti e coi gesti le sue parole) poscia lo vidi estrarre il suo pugno dalla sua pelliccia… (e Paw estrasse il pugno)… alzarlo risolutamente… (e Paw lo alzò)… collocarlo sulla fiamma del lume, dicendo: «Così finisce la storia di Levy». Una tremenda esplosione seguì queste parole. Mi parve che un fulmine ed un tuono si fossero sprigionati da quella mano ardente davanti il quadretto della Madonna. Il pugno fu spaccato in frantumi… l’ebreo cadde… il lume si spense… Nello stesso momento udii un suono metallico scorrere sul suolo. Raccolsi nel buio una moneta… il fiorino rosso… di Sigismondo III… Levy non si moveva più, lo scoppio l’aveva ucciso.

Giunto a questa fine l’accento di Paw si ruppe in un rantolo e svenne. La fatica del racconto, le crudeli cose narrate, il rhum bevuto l’avevano vinto. La sua testa pesante non reggevasi più. Il delirio lo colse: «Moneta d’inferno… è qui… è qui…». Il delirio si aggravava. Feci trasportare il povero Paw in una camera appartata dell’osteria. Là, su d’un letto s’addormentò. Paw aveva un principio d’idropisia al cervello, le frequenti libazioni fatte in quella sera avevano decisa una crisi fatale. Passai la notte a vegliarlo. Dal suo labbro non uscì più una parola che valesse a chiarire l’oscuro nesso che lo legava al racconto. Verso l’alba si destò, guardò attorno, mi vide e con tenera gratitudine mi ringraziò.
«Dopo morto ripagherò il mio debito» disse, ma poi spaventato soggiunse «…no …no …vi porterebbe sciagura» e tornò a delirare. Indovinai l’idea del malato. Durante tutta la notte potei osservare che il pugno destro di quell’uomo non s’apriva mai. Dedussi da ciò e da qualche altro indizio che Paw aveva raccolto il contagio dell’allucinazione di Levy; credeva anch’esso di stringere il fiorino dell’usura nel pugno. Questa fissazione maniaca era potentemente aiutata dallo stato morboso del suo cervello.

(continua)

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