La Sicilia e la seta nelle pagine di Stefania Auci

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La Sicilia e la seta nelle pagine di Stefania Auci

La Sicilia, i commerci e la seta appaiono nelle pagine del romanzo I leoni di Sicilia, di Stefania Auci.

Sicilia, seta: una crisi commerciale dei primi decenni del XIX secolo. Nelle pagine del romanzo I leoni di Sicilia, di Stefania Auci, viene descritto il declino di una delle attività che avevano beneficiato parte dell’isola.

Il romanzo I leoni di Sicilia, di Stefania Auci (Trapani, 1974), attraversa secoli di storia siciliana ed europea per narrare le vicende della famiglia Florio, emigranti calabresi divenuti commercianti di successo proprio a Palermo. All’inizio del XIX secolo, si assiste al declino dell’industria della seta, una delle attività che sostengono l’esistenza dei contadini nella zona compresa tra Messina e Catania. Responsabile il commercio con l’oriente, che produce maggiori quantità a costi inferiori.

Riportiamo qui alcuni brani che descrivono la situazione commerciale dell’isola per ciò che riguarda la seta.

La seta non appartiene a Palermo. Appartiene a Messina. O, meglio, vi apparteneva. Dallo stretto fino alla piana di Catania, famiglie di contadini allevavano bachi da seta all’ombra di gelsi secolari, le cui foglie erano usate per nutrire le larve. Erano soprattutto le donne a occuparsene, e a loro andava il compenso per quel lavoro puzzolente e ingrato. Erano più libere e indipendenti delle contadine o delle serve presso le famiglie nobiliari. Potevano tenere per sé il guadagno. Soldi preziosi, sudati, che le donne spendevano per acquistare il corredo o per comprare il mobilio della futura casa. Poi la scoperta: in Estremo Oriente di seta se ne produceva di più, e a costi molto più bassi.

Arrivano così le stoffe degli inglesi, che acquistano nelle colonie balle di filato per lavorarle in patria, oppure importano stoffe adorne di disegni esotici. Basta con le righe e i colori tristi che si stampano in Europa. Dopo i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, c’è voglia di fantasia e di vitalità. Le esportazioni dalla Sicilia verso il resto dell’Italia cominciano a diminuire e poi quasi cessano. I gelsi cadono in abbandono. Inizia la mania delle cineserie: mobili, porcellane, avorio intagliato. E, ovviamente, stoffe. Persino i Borbone se ne fanno contagiare, tanto che il re Ferdinando decide che la sua palazzina di caccia – e garçonniere – debba essere, appunto, una «Palazzina Cinese». Tutti i ricchi hanno almeno una stanza tappezzata di seta. Tutti i ricchi vestono di seta.

Tratto da I leoni di Sicilia, di Stefania Auci (Casa Editrice Nord 2019).

Ludovica Valentini

2 commenti

  1. Il caso della seta nella Sicilia è successo anche in altri paesi dell´Europa. Purtroppo aziende famigliari e con tanta tradizione hanno dovuto cessare la produzione per la concorrenza e competenza straniera. In paesi come la India e la Cina la mano d´opera è molto più bassa ed è un attraente per lo imprenditore che offre robba a prezzi più bassi. Questa è la conclusione del testo sulla seta nella Sicilia, un`attività che nel passato ha offerto lavoro a tante donne che anche se il lavoro era duro, le proporzionava un´independenza economica. Anche purtroppo a quel periodo, si è preferito quell´esotico ed economico che la qualità e ricchezza locale.

    1. Proprio così, Gemma. Uno degli aspetti dell’economia globalizzata è quello che indichi nel tuo commento: la produzione in paesi dove la manodopera (o mano d’opera, entrambe le accezioni sono corrette) ha un costo molto inferiore, con conseguenze per i produttori locali – le aziende familiari a cui fai riferimento – ed anche, purtroppo, lo sfruttamento di bambini e minori nei paesi più poveri. E inoltre, come segnali, la produzione della seta offriva alle donne di quelle zone della Sicilia un guadagno superiore a quello che avrebbero ricavato con altri lavori. Molte cose furono perdute, insomma, mentre chi poteva comprare quei tessuti si orientò verso prodotti esotici – proprio come succede oggi in molti casi.

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